Le mutazioni della ’ndrangheta
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John Dickie – Enzo Ciconte – Roberto P. Violi – Anna Sergi
Per celebrare i suoi primi quarant’anni di vita l’ICSAIC, l’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, orienta un fascio di luce sulla ‘ndrangheta, il triste fenomeno che oscura nell’opinione pubblica, nazionale e internazionale, quanto di bello e di buono c’è stato e c’è nella storia della Calabria. È un’organizzazione criminale antica la ‘ndrangheta, preesistente all’Unità d’Italia, sia pure con altri nomi, come la mafia siciliana e la camorra partenopea; tutte e tre prosperanti anche nel nuovo Stato liberale, parti integranti, addirittura, di quell’equilibrio di potere sostenuto dal sostanziale cedimento dei governi nazionali ai potentati locali, anche illegittimi, del Mezzogiorno d’Italia.
Leader al contrario
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Conversazione con FRANCESCO KOSTNER
(con Prefazione di PierPaolo Bombardieri e con Postfazione di Giorgio Benvenuto)
Un’originale e appassionata intervista attraverso la quale Roberto Castagna, storico dirigente della UIL calabrese, offre un contributo non scontato alla conoscenza dei problemi del Mezzogiorno e della Calabria. Il tutto, sullo sfondo di un contesto familiare ricco di umanità e dì valori etici, sulle cui fondamenta Castagna ha edificato il suo lungo impegno sindacale. Un “faccia a faccia” senza veli dal quale emerge una coraggiosa autocritica, ma anche la forte denuncia dei limiti culturali e progettuali di una classe politica spesso inadeguata, responsabile di aver vanificato occasioni e opportunità in grado di invertire il trend negativo della parte più debole del Paese. Una testimonianza che per i suoi contenuti è destinata a caratterizzare il dibattito all’interno del sindacato e tra le forze politiche, chiamate oggi, ancor più che in passato, ad un responsabile e illuminato protagonismo.
LEX RATIONIS ORDINATIO
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Tre volumi indivisibili a cura di Maria d’Arienzo, Vincenzo Buonomo e Olivier Échappé.
Autori Vari
Dettagli
Linee d’ombra
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contributi di: Silvia Albertazzi / Carlo Bordoni / Roger Bozzetto / Guido Bulla Alberto Castoldi / Remo Ceserani / Maria Teresa Chialant Monica Farnetti / Franco Ferrarotti / Vita Fortunati / Giovanna Franci Charles Grivel / Jacques Leenhardt / Alfredo Luzi / Bruna Mancini Stefano Manferlotti / Arturo Martone / Max Milner / Ada Neiger / Carlo Pagetti Giuseppe Panella / Gordon Poole / David Punter / Eric S. Rabkin / Giulio Raio Patrizia Romeo Tomasini / Viola Sachs / Alessandro Scarsella / Darko Suvin Il lettore non sa quali rischi corre aprendo questo volume dal titolo conradiano, che evoca atmosfere inquietanti. La linea d’ombra è il sottile e impalpabile confine che divide la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, lo spazio della ragione da quello della pazzia, la realtà dal sogno. Con una complicazione ulteriore: in un libro a più voci, le linee d’ombra necessariamente sono molteplici. Si intersecano, si sovrappongono, si contraddicono, si scambiano i ruoli, si confondono, mescolano le carte e lasciano, in chi legge, la sensazione leggera di un’indeterminata complessità in cui regnano sovrane l’ambivalenza e l’incertezza. Non c’è verità nel fantastico. Tutto può essere discusso, alterato, negato. Ma il rischio maggiore, che se ne sta in agguato sotto le pagine di Linee d’ombra, è ancora più terribile: un argomento che prende la mano, che esce dal controllo e vive per forza propria. Il tema del fantastico richiama e solletica, stimola e incuriosisce, si autogenera e lievita, minacciando di trasformare il modesto proposito iniziale, quello di fare un omaggio all’amico Romolo Runcini, in un libro infinito, proprio come il Libro di sabbia di Borges: senza inizio né fine, infinitamente ricco di tutte le varianti possibili, insostenibile anche dal punto di vista editoriale. Invece di nasconderlo nei recessi di una biblioteca pubblica, come fa Borges, si è preferito affidarlo alle cure di un editore attento come Walter Pellegrini. Non senza rischi, perché – se, al momento, il nostro lettore è scampato alla minaccia di un libro infinito – non potrà tuttavia sottrarsi al fascino della bellezza medusea del labirinto del fantastico, con i suoi innumerevoli rimandi e le variazioni incontrollabili.
Lorenzo Diano
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Era il sedici aprile del 1945 quando il dottor Lorenzo Diano, protagonista di queste pagine, lasciava finalmente il lager di Sandbostel, ultimo campo della propria prigionia. Vi era giunto da Siedlce, dopo esser passato per altri campi, nel luglio del ‘44. Dopo l’otto settembre del ‘43 era stato fatto prigioniero e, essendosi rifiutato di collaborare con i tedeschi, era stato internato. Egli era uno di quei soldati italiani (IMI) i quali, avendo detto “no” ad ogni forma di collaborazione, erano finiti nei lager nazisti. Per tutta la vita il dottor Diano si portò dietro il dramma di quell’esperienza, un dramma che, insieme con il profondo dolore per la perdita della cara madre, avvenuta quando egli aveva solo dieci anni, rese ancor più faticosa e tormentata la sua esistenza terrena. Egli, tuttavia, seppe vivere fino in fondo, con grande dignità e con profonda forza spirituale, la propria umana sofferenza, riuscendo a renderla feconda grazie al proprio impegno professionale, alla cura degli affetti familiari, all’attenzione allo studio e agli impegni nell’Azione Cattolica e nell’Associazione dei Medici Cattolici. Queste pagine, nel riproporne la figura, ne narrano la storia umana e spirituale in una prosa fluida e piacevole, che ha il passo ed il fascino d’un romanzo.
ebook - cartaceo
Lupi! Ooohh! Issa! In ordine sparso!
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L’indagine nasce attorno ad una comune riflessione fra il gruppo di ricerca istituito presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica dell’Università della Calabria e il Comitato di zona “Cosenza tirrenica” dell’Agesci. Si tratta dunque di un intervento che si struttura non solo ai fini conoscitivi della religiosità vissuta all’interno delle Comunità Capi, ma quale strumento di lavoro offerto alle stesse comunità come momento di autoriflessione intorno all’esperienza di cui gli intervistati sono protagonisti. Oggetto d’analisi sono persone che hanno attraversato un lungo ed articolato iter formativo, costantemente sottoposto al giudizio d’approvazione dei formatori di livello superiore e che oggi occupano posizioni di responsabilità educativa nelle singole branche dell’Agesci. Qualche conferma e tanti risultati inattesi. Una traccia su cui lavorare per quanti hanno avuto il coraggio di guardare con lealtà la propria esperienza di Capi scout.
Mafia e cultura mafiosa
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Se fosse un fenomeno senza radici nel sociale, la mafia avrebbe i giorni contati: al pari delle Brigate rosse che, prive di legami col tessuto della società, furono isolate e vinte. I pesci hanno bisogno di acqua per nuotare, si disse allora a proposito dell’appoggio fornito da poche centinaia di fiancheggiatori ai gruppi di fuoco brigatisti. Ma un sistema di potere come quello mafioso – capace di conformarsi al mutare dei regimi e delle istituzioni; di entrare in simbiosi con lo sviluppo delle forze produttive; di imporre rapporti di produzione funzionali ai propri interessi; dotato di abilità mimetiche tali da indurre ancora oggi intellettuali e opinione pubblica a ignorarne la natura e a sottovalutarne la pericolosità o, appena ieri, a negarne l’esistenza – non si spiega se non collegandolo a radici culturali diffuse e profonde. Il mito della sua invincibilità, il suo imporsi all‘immaginario collettivo come idra dalle cento teste, piovra dai mille tentacoli, araba fenice sempre in grado di risorgere dalle ceneri per adattarsi in modo proteiforme alle mutazioni economiche e politiche, deriva dalla incomprensione della natura egemonica della cultura mafiosa: che rilascia, a mo’ di precipitato, la mafia come sistema di potere. Se quindi – lo sostiene Gramsci – è un complesso sistema di mediazioni e di rapporti a stabilire un‘egemonia, cioè una compiuta capacità direttiva; e per la mafia tale sistema si risolve, in Sicilia, nei legami organici con la politica, le istituzioni, la burocrazia, il mondo del lavoro – in sintesi: con la società civile – che si radicano in una osmosi culturale con l’ambiente pressoché perfetta, la fine del contropotere mafioso è destinata a coincidere con la fine di questa osmosi: quando sarà ridotto a delinquenza comune estranea al corpo sociale, e perciò suscettibile di essere emarginato e sconfitto mediante l’uso degli ordinari mezzi repressivi.
MANDATORICCIO. IL FEUDO DELL’ARSO E LA TORRE STELLATA
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[…] Mi auguro che la fusione tra le tracce del passato e quelle del presente, ci aiutino a imparare ed intraprendere la giusta via, per il futuro. Ammiro ancora di più questa pubblicazione perché riguarda la storia della mia famiglia, e sono sicura che mi darà la possibilità di conoscere più a fondo i miei antenati, sul chi fossero e cosa hanno fatto per realizzare ciò che c’è oggi, una maestosa torre di vedetta a forma di stella, che rappresenta i 4 punti cardinali; ed è proprio lì che è iniziato il progetto di Fiuminarso che è stato possibile grazie a un gruppo di ragazzi, che hanno creduto, in piena pandemia, nella speranza di creare il proprio futuro; magari tornare a ripopolare i propri paesi del Sud, a malincuore lasciati per cercare altro, una stabilità, un posto fisso. L’opportunità di fermarsi e pensare, di non poter andare da nessuna parte se non con la mente, ha fatto sì che venisse alla luce un qualcosa di magico, la condivisione del tempo. Immaginate dieci ragazzi che si trasferiscono nello stesso luogo, un luogo dimenticato da anni con nessuna pretesa se non quella di farci da palcoscenico. Finalmente eravamo noi che sceglievamo per noi stessi. Non volevamo andare da nessuna parte, e non volevamo niente, solo Mandatoriccio vivere in quelle pareti di pietra che trasudano di storia. Pennelli, colori e qualche chiodo sparso, quello che basta per segnare il nostro passaggio lì, al Castello dell’Arso, dove tutto ha avuto inizio. […]
Dalla Nota di Saluto di Giulia Marilena Stef MASCARO
Manlio Sgalambro
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Prefazione di Paola Passarelli
Premessa di Tonino Filomena
Contributi di Micol Bruni – Alessio Cantarella – Mimma Cucinotta – Maria Grazia Destratis – Silvia Gambadoro – Annarita Miglietta – Stefania Romito – Rosaria Scialpi – Luca Siniscalco
Sgalambro apre un intaglio nel concetto di eternità finita. Perché finisce tutto? Perché è un fatto naturale? O perché è così deciso dal destino. Il dilemma tra filosofia e destino è il tragico del pensiero che muore nel deciso. I suoi libri sono il rovescio ma anche il dritto, per dirla proprio con Camus. A cosa affidarsi? Non credo di trovare risposte. Se si apre una porta non si saprà mai cosa ci aspetterà. La filosofia di Sgalambro essendo non sistematica presenta una lettura comparata come si evince dai contributi che seguono. Il saggio di Pierfranco Bruni è un lavoro che ha una sua ricerca a sé come si nota. La ricchezza di tutto il lavoro ha una visione chiaramente innovativa che avvia una dialettica sia su Sgalambro che su una filosofia che intreccia aspetti sia epistemologi-fenomenologi che metafisici. (Dall’Introduzione di Marilena Cavallo)
Medium loci
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«Si può svuotare l’immagine cinematografica di ogni realtà, salvo una: quella dello spazio». Da questa intuizione di André Bazin si dipana un percorso di indagine sulle trasformazioni spaziali operate dal cinema e dalla televisione, quali potenti strumenti di interpretazione e narrazione del territorio. Come funzionano i processi trasformativi dello spazio inquadrato e narrativizzato dai media audiovisivi? Che oggetti sono l’ambiente cinematografico (spazio dell’azione) e il paesaggio cinematografico (spazio della contemplazione)? Quali sono i tratti distintivi di un paesaggio localmente mediato da rappresentazioni audiovisive come film e serie tv?
Sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere questo volume attraverso l’analisi di classici del cinema come Viaggio in Italia di Rossellini e di serie tv recenti come Gomorra e L’amica geniale.
Memoria sul corpo della polizia municipale di Cosenza e sull’evoluzione della figura giuridica del vigile urbano in Calabria 1964-2002
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Questo libro è dedicato ai Vigili Urbani della città, della Calabria e dell’Italia tutta. Si ripercorre la recente storia amministrativa della città di Cosenza, l’evoluzione giuridica della figura del Vigile Urbano in un viaggio ricco di esperienze dal quale emerge il corretto rapporto tra cittadino e istituzione.
Memorie di Jonathan
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Io, Jonathan, figlio di un’epoca cieca, fatta di sorda incertezza,
profonda paura e vuoti incolmabili, ho sempre
cercato qualcosa che mi permettesse di uscire da quel tetro
buio dell’ignoranza primigenia in cui ogni uomo vaga
prima di dare il giusto corso alla sua vita, altrimenti senza
senso.
Miei compagni silenti nella ricerca della luce della verità
sono sempre stati i grandi sogni, le ingenue speranze e i
pensieri innocenti.
Però, tra un sogno e l’altro, c’era da fare i conti con la
concretezza della realtà: quel rigido esattore quotidiano che
non ammette scuse e non concede mai sconti!
Ricordo il dolce periodo della giovinezza, quando la vita
ci chiamava per nome – uno ad uno – e noi, da incoscienti,
rispondevamo a quell’appello guardando al futuro con
fiducia. Non sapevamo ancora che il futuro verso il quale
ci stavano indottrinando non lo avremmo mai conosciuto
fino in fondo, perché non ci sarebbe mai appartenuto fino
in fondo.
Messina rubella alla Spagna (1674/1678)
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numero monografico Incontri Mediterranei.
La Sicilia del XVII secolo è parte integrante dell’Impero spagnolo. Non per diritto di spada, ma per diritto ereditario: dal 1302, infatti, la Sicilia fa parte del Regno d’Aragona. Nel 1492 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona sancisce la nascita dello Stato spagnolo come Stato unitario e la Sicilia ne segue i destini. Nel corso delle crisi del Seicento anche la Sicilia viene sconvolta e coinvolta in una serie di tumulti e rivolte che contrappongono diverse città siciliane al potere centrale di Madrid. Sull’Isola, il primo segnale di malessere e di opposizione ai crescenti gravami fiscali imposti dal governo di Madrid all’interno degli stati spagnoli, avviene a Messina. Nel 1612 la città si ribella contro l’aumento delle imposte sulla seta, produzione fondamentale per l’economia del tempo. Messina però vince e costringe il Viceré Duca di Osuna ad annullare l’aumento dei dazi sulla seta. Inizia così un periodo di rivolte violente, che si sviluppano con una geografia e un calendario differenziato: nel 1647 insorge Palermo, a distanza di un mese circa dalla coeva rivolta di Masaniello a Napoli. Nel 1672 c’è una rivoluzione popolare a Messina per imporre la parità tra patriziato e popolo nel governo della città, nota nel mondo spagnolo per i privilegi di cui godeva, ma il popolo vince la sua battaglia politica, anche per l’aiuto dello stratigò spagnolo dell’Hojo. Questa rivolta è il preludio dell’insurrezione antispagnola del 1674-78, promossa dal patriziato e dal Senato della città, e della guerra civile che negli stessi anni dilania Messina, spaccata tra fazioni: i Merli, filospagnoli, e i Malvizzi, favorevoli al Senato e alla separazione dalla Spagna. Una guerra civile che raggiunge punti di crudeltà e di ferocia che ancora oggi lasciano sgomenti. Le due fazioni uccidono gli avversari senza processo in base a semplici sospetti: ne saccheggiano i palazzi, li strozzano e li impiccano per i piedi, ne squartano i corpi e li espongono lungo le vie principali della città. Si combatte anche contro le armate spagnole, le cui guarnigioni erano stanziate anche all’interno delle mura della città: le fortezze presidiate dagli spagnoli sono costrette alla resa e l’esercito spagnolo si ritira dalla città e dai suoi villaggi, restando però perfettamente efficiente, al punto da cingere d’assedio Messina e i suoi casali. Infine, la città riceve l’aiuto di contingenti militari e di una flotta francese inviati da Luigi XIV in soccorso. La guerra per Messina diventa così una guerra per la supremazia nel Mediterraneo tra Francia e Spagna e alla guerra partecipano anche le armate navali olandesi, alleate della Spagna. Sia i Merli che i Malvizzi producono documenti e testi tesi a raccontare, motivare e giustificare le proprie posizioni e alleanze politico-militari. Tuttavia, le fonti diaristiche e le cronache sulla rivolta e sulla guerra civile di Messina non sono numerose e la maggior parte sono arrivate a noi frammentarie e lacunose. Il Giornale di Messina è la più completa delle fonti tramandate sugli avvenimenti che sconvolsero la città in quegli anni: è un manoscritto noto da tempo, di cui si pubblica per la prima volta una edizione critica completa, con l’auspicio di dare la possibilità di conoscere il Giornale anche ai lettori non specialisti. La Sicilia del XVII secolo è parte integrante dell’Impero spagnolo. Non per diritto di spada, ma per diritto ereditario: dal 1302, infatti, la Sicilia fa parte del Regno d’Aragona. Nel 1492 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona sancisce la nascita dello Stato spagnolo come Stato unitario e la Sicilia ne segue i destini. Nel corso delle crisi del Seicento anche la Sicilia viene sconvolta e coinvolta in una serie di tumulti e rivolte che contrappongono diverse città siciliane al potere centrale di Madrid. Sull’Isola, il primo segnale di malessere e di opposizione ai crescenti gravami fiscali imposti dal governo di Madrid all’interno degli stati spagnoli, avviene a Messina. Nel 1612 la città si ribella contro l’aumento delle imposte sulla seta, produzione fondamentale per l’economia del tempo. Messina però vince e costringe il Viceré Duca di Osuna ad annullare l’aumento dei dazi sulla seta. Inizia così un periodo di rivolte violente, che si sviluppano con una geografia e un calendario differenziato: nel 1647 insorge Palermo, a distanza di un mese circa dalla coeva rivolta di Masaniello a Napoli. Nel 1672 c’è una rivoluzione popolare a Messina per imporre la parità tra patriziato e popolo nel governo della città, nota nel mondo spagnolo per i privilegi di cui godeva, ma il popolo vince la sua battaglia politica, anche per l’aiuto dello stratigò spagnolo dell’Hojo. Questa rivolta è il preludio dell’insurrezione antispagnola del 1674-78, promossa dal patriziato e dal Senato della città, e della guerra civile che negli stessi anni dilania Messina, spaccata tra fazioni: i Merli, filospagnoli, e i Malvizzi, favorevoli al Senato e alla separazione dalla Spagna. Una guerra civile che raggiunge punti di crudeltà e di ferocia che ancora oggi lasciano sgomenti. Le due fazioni uccidono gli avversari senza processo in base a semplici sospetti: ne saccheggiano i palazzi, li strozzano e li impiccano per i piedi, ne squartano i corpi e li espongono lungo le vie principali della città. Si combatte anche contro le armate spagnole, le cui guarnigioni erano stanziate anche all’interno delle mura della città: le fortezze presidiate dagli spagnoli sono costrette alla resa e l’esercito spagnolo si ritira dalla città e dai suoi villaggi, restando però perfettamente efficiente, al punto da cingere d’assedio Messina e i suoi casali. Infine, la città riceve l’aiuto di contingenti militari e di una flotta francese inviati da Luigi XIV in soccorso. La guerra per Messina diventa così una guerra per la supremazia nel Mediterraneo tra Francia e Spagna e alla guerra partecipano anche le armate navali olandesi, alleate della Spagna. Sia i Merli che i Malvizzi producono documenti e testi tesi a raccontare, motivare e giustificare le proprie posizioni e alleanze politico-militari. Tuttavia, le fonti diaristiche e le cronache sulla rivolta e sulla guerra civile di Messina non sono numerose e la maggior parte sono arrivate a noi frammentarie e lacunose. Il Giornale di Messina è la più completa delle fonti tramandate sugli avvenimenti che sconvolsero la città in quegli anni: è un manoscritto noto da tempo, di cui si pubblica per la prima volta una edizione critica completa, con l’auspicio di dare la possibilità di conoscere il Giornale anche ai lettori non specialisti.
Mi chiamo Don Peppe Diana
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L’esperienza di lavoro, che nel presente libro viene significativamente compendiata in modo rigoroso – divenendo, finanche, un cammino pedagogico e spirituale – ha come suo obiettivo quello di sviluppare le coordinate teoretiche e prassiche di questo fulgido esempio di martirio del nostro tempo. L’autore – Leonardo Vincenzo Manuli – è un cocciuto prete che ama creare spazi per l’interrogazione riflessiva, ispirata dalle esigenze di un pensiero critico e costruttore di conoscenze. (…) Appare del tutto evidente di non trovarsi di fronte a un impianto pastorale – peraltro ridotto, spesso, a semplice amministrazione di realtà ecclesiali – ma ancora prima a un interesse esistenziale alla fede e alla sua dimensione biblica, che propongono – di fronte all’angoscioso e non rimosso sentimento dell’urgenza dei problemi – la via d’uscita di un impegno responsabile in campo sociale e politico, in particolare per la liberazione dalle “strutture di peccato” e per la “nobile lotta per la giustizia”. È in questa prospettiva di senso che l’autore indica senza dubbio, quale tema assiale dell’impegno di don Peppino Diana, l’importanza di affermare con forza l’unità organica esistente tra la salvezza divina e la liberazione umana, articolando questi due piani nell’ineludibile e radicale forza sprigionata dalla Parola di Dio. (Dalla Prefazione) Mimmo Petullà, Sociologo
Michele Bianchi
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I primi decenni del secolo scorso sono stati caratterizzati da diverse “vicende” di ordine economico, sociale, politico e militare che hanno segnato un periodo della nostra storia anche per i riflessi che quegli eventi hanno prodotto negli anni successivi. Ed è in questo contesto che si muovono e agiscono delle figure di protagonisti di quegli avvenimenti in un confronto di posizioni non solo ideologiche, ma anche socio-politico-culturali a livello, oltre che locale, nazionale. E così lo scontro non solo dialettico coinvolge realtà sindacali, partiti, e schieramenti di vario tipo, organi di informazione che costituiscono il mezzo e, spesso, gli strumenti tra i quali, e all’interno dei quali, si registra il confronto/scontro tra i “soggetti” che a quella storia danno vita. Scuole di pensiero politico-ideologico diverse pertanto trovano diritto di cittadinanza soprattutto sul versante della sinistra, e, in particolare, del movimento socialista e del sindacato ad esso legato, se non di esso espressione. Tra i protagonisti del primo trentennio di quella “stagione” un posto di rilievo è occupato da Michele Bianchi. (dall’Introduzione)
Mio caro Leonida…
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Con “Mio caro Leonida” Natale Pace propone una ri-lettura di Leonida Repaci, dell’opera letteraria, dell’attività politica, della lunga e complicata gestione del Premio Viareggio dalla sua fondazione, dei suoi spesso polemici e tempestosi rapporti con i più importanti personaggi del novecento e lo fa attraverso lo studio-analisi di documenti epistolari da lui inviati o ricevuti.
Lo studio si apre con il più lungo e importante saggio che rivela retroscena inediti nei suoi rapporti con Antonio Gramsci, ma poi ci offre uno spaccato della cultura del novecento, della resistenza, dell’attività politica. Qui compaiono Luigi Longo, Cesare Pavese, Maria Fida Moro, Maria Bellonci, Gaetano Sardiello, Fortunato Seminara, Camillo Pilotto e tanti altri.
In approfondimenti successivi a questo lavoro, Pace, sta preparando dei saggi di sicuro interesse proprio sui rapporti tra Repaci e Gramsci e sull’attentato di Via Rasella a Roma che provocò la strage delle Fosse Ardeatine.
ebook - cartaceo
Misura del tempo
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Misura del tempo mai disgiunge lo studio poetico dalla riflessione sullo statuto della poesia contemporanea. La perenne domanda sulla necessità e sulla possibilità del dettato poetico è sempre saldata a una visione particolare e prospettica degli oggetti. Il nodo dell’identità e del necessario confronto col tempo presente si connette alla possibilità stessa della poesia, in una quotidianità che sembra aver smarrito il suo senso, in attesa di una risposta che forse non può arrivare.
Mutatis mutandis
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In questa strana primavera che non accenna a farsi estate, andrò con la memoria a tutti quegli istanti fulminei e lentissimi che hanno caratterizzato il mio incontro con Mimmo e la sua filosofia, che di questo infatti si tratta.Per Mimmo incarnava la filosofia allo stato puro.. Perciò andrò avanti e indietro nel tempo usando quel flusso di coscienza che caratterizza tutto il ‘900: se è vero che il tempo non esiste, almeno filosoficamente…
Ciò che è sicuro è che Mimmo lo incontrai la prima volta verso la metà degli anni ’70 in un appartamentino di Trastevere dove ci riunivamo con un minuto gruppo di amici a leggere e commentare alcuni saggi di filosofia, come “L’ordine del discorso” di Michel Foucault.
Anche in queste occasioni, rimasi colpito ed affascinato dal suo intervento, Mimmo lo conosceva come le sue tasche…
Cerco di prendere il libro dallo scaffale della libreria e non lo trovo.