Chiaroscuri

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Con altri occhi

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Giovedì 31 luglio 2008, il nastro di strada che dalla capitale
porta verso la vacanza, pare quasi scompaia verso
l’orizzonte, ora per la conformazione della strada, ora per
le esalazioni dell’asfalto rovente che fanno appena intravedere,
come in un miraggio, le macchine che si precedono,
ed è ancora mattina …
E toccherà ancora passare per l’A3, con tutti i suoi problemi
di traffico, scambi di carreggiata, cantieri interminabili
di lavori, lavori, e ancora lavori, tra lo sfottò di cartelli
che ricordano che qualcuno sta lavorando per noi, e indicazioni
turistiche che segnalano la presenza di santuari, per
rabbonire forse i pensieri cattivi verso gli stessi indefessi
lavoratori.
– Se non fosse per il sole, la sabbia e quel mare visto in
agenzia, che ci aspettava, forse sarebbe stato meglio invertire
la marcia a Colleferro. È proprio vero che le cose più
belle si conquistano con la fatica!
Questo pensava, ad alta voce, Francesca e col ricordo
andava a quei giorni di canicola, che l’avevano vista, per
tutto il mese di luglio, su di un libro che avrebbe dovuto
studiare, ripetere all’infinito per poi tentare quel maledettissimo
appello estivo.
Parecchie frasi le erano scomparse sotto gli occhi, altre
volte intere pagine erano state lette senza che quella zona
di cervello adibita all’apprendimento, si degnasse di voler
fare la sua parte.

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Cuore in tempesta

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“Ama e fa’ ciò che vuoi”. Semplici parole quelle
pronunciate da Sant’Agostino che vantano il privilegio
e la forza di colpire, direttamente, al cuore.
Angelo Prezio, esperto di prosa nonché caparbio
amante della scrittura (quella vera, autentica e ricca
di significati e sentimenti), con il suo eloquente manoscritto
accarezza, in maniera del tutto magistrale,
la bellezza della quotidianità passando dall’amore alla
speranza per, poi, approdare sull’isola dei sogni.
Cuore, mente e penna trovano, tra le mani del poeta,
la loro naturale ed equilibrata fusione emozionale.
L’importante capacità di Angelo di riuscire a dar sfogo
all’anima attraverso i singolari e passionali pensieri
interiori spingono il lettore ad abbandonarsi tra le leggiadre
e suggestive sponde della soave e nitida bellezza
dell’arte poetica.
Adagiato dietro una bruna scrivania, considerato
proprio rifugio mattutino, in una stanza abbagliata
dai caldi raggi solari lo scrittore, con eleganza e devozione,
offre a ciascuno lo splendido viaggio della conoscenza
reciproca

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Delitto in contropiede

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È l’ultima giornata di campionato per la squadra di calcio di Roccalta, un tranquillo paese tra i boschi della Sila.La sua quiete viene d’un tratto squarciata da un tragico evento che metterà in luce gli affari occulti del mondo del calcio. Il giovane pm Sergio Scarani e il maresciallo Luigi Pandolfi saranno catapultati in un mistero che si infittisce sempre più e che li costringerà a fare i conti con i loro limiti interiori e i fantasmi delle loro coscienze, prima di scoprire la verità.

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I cari parenti

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Il Consiglio Regionale della Calabria, venuto a conoscenza
delle difficili condizioni del nostro massimo scrittore vivente,
ha approvato, unanime e sollecito, nella primavera dello
scorso anno, la legge intitolata proprio a Saverio Strati, per
garantirgli un dignitoso sostegno economico.
Oggi la nostra attenzione rivolta non soltanto ai bisogni
dell’uomo ma al valore della sua opera, si concretizza ristampando
e mettendo a disposizione degli studenti calabresi il
suo romanzo I cari parenti, edito da Mondadori nel 1982,
come esempio e proprosta, non solo alla Calabria, per una
ristampa di tutta la sua opera.
Saverio Strati è una delle voci più vere e più prestigiose
della nostra terra, è espressione autentica del mondo del
lavoro, dell’emigrazione e della sofferenza, ma anche della
speranza di poter costruire una società più libera è più giusta
in grado di assicurare dignità nel presente e certezza nell’avvenire
a tutti i suoi componenti. Aspirazione del resto presente
in tutti i popoli di questo mondo inasprito più che mai
da conflitti e da disuguaglianze inaccettabili.
In tale contesto la Calabria degli emigranti di ieri è diventata
oggi rifugio e luogo di sopravvivenza di tanti disperati
scappati da terre inospitali per guerre e miserie. E la lezione
di Strati ci aiuta a guardare verso questi infelici con fraterna
attenzione e disponibilità a soccorrere. Perché la nostra terra,
nonostante le avversità e le difficoltà che l’affliggono e i
recenti accadimenti che ci hanno profondamente turbato, ha
risorse umane e intellettuali capaci di alimentare e rendere
operante il suo antico e profondo senso di solidarietà.

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Il dono di Cerissa

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…… L’altro sapeva di non potergli consentire di girarsi e di
guardarlo negli occhi, avrebbe avuto paura dello sguardo d’acciaio
e della mira infallibile di Tommaso: doveva sparare, lui per
primo, alle spalle, e fece fuoco.
Due colpi di pistola, così ravvicinati da sembrare uno solo,
echeggiarono nel silenzio della sera.
Tommaso, ancorché colpito mortalmente, riuscì a restare aggrappato
alla vita e trattenne, ancora per un attimo, lo spirito
vitale che, già, stava dissolvendosi verso dimensioni misericordiose.
L’ordine che impartì all’indice della mano destra fu eseguito
in sua assenza, e il revolver sparò, diritto, in mezzo agli
occhi del suo giovane assassino.
Colui che una frazione di secondo prima gli aveva tolto la
vita ora, insieme a lui, era in viaggio per la resa dei conti davanti
il Padreterno.
Sulla cima frastagliata ed inquietante della Timpa dell’Alimena,
stridulo, lugubre, echeggiò il pianto della civetta……

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Il dono negato

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Attilio Nicastro è un medico curioso. Di tutto. E ne è una
prova questo suo libro molto particolare su un tema – direi
problema – universale. Personalmente l’ho letto, all’inizio,
come un articolo di giornale. Un “pezzo” un po’ pruriginoso,
con l’occhio al buco della serratura della stanza da
bagno. Ma come accade ad ogni cronista che si rispetti, il
quale una volta messo nero su bianco (esaurito cioè lo spazio
che gli è stato concesso e che lo ha costretto a ridurre
all’essenziale il suo articolo) vorrebbe andare più a fondo,
anch’io come Nicastro, sono stata presa dal gioco di capire,
e di approfondire il perché di questo libro diviso in tre
parti strettamente legate l’una all’altra.
Attilio Nicastro è soprattutto un proctologo e quindi un
medico assai particolare. Già la scelta di questa specializzazione
la dice lunga sul suo amore per l’umanità. Occuparsi
di stipsi, cioè di cacca, vuol dire proprio voler bene al
prossimo in lotta con il proprio intestino. La parola cacca
non si dice. Così si insegnava una volta ai bambini. Per fortuna
la moderna didattica ha abolito questo tabù. Ma solo
in parte. E lo dimostra, anzi lo racconta, proprio questo
volume, dove l’autore ci fa fare un viaggio a volte drammatico,
ma più spesso divertente, intorno al water. Sono
storie raccontate con molto spirito, in cui è sempre sottintesa
una venatura lievemente ironica, degna di un uomo
del Mezzogiorno quale è Nicastro.

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Il giudice, sua madre e il basilisco

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Questo romanzo descrive con delicatezza, senza calcare la mano, l’inferno della Santa ’ndrangheta, un fenomeno criminale articolato e complesso, per il tramite della tenerezza familiare e restituisce con maestria cosa può arrivare a essere un territorio come Mambrici, la Macondo dell’autore, che su quell’inferno è costruita. Al fondo di questo racconto, non c’è tanto la solita storia di mafia, con tutti i suoi connotati tipici, quanto una storia sul destino dell’individuo che, in parte, ciascuno si costruisce da sé come la protagonista Marelina,  in parte è determinato dal passato, il figlio Enrico Zanda, il giudice,  e in parte deriva da una combinazione di elementi accidentali  dalle circostanze, dai luoghi, dalla società, dal contesto come si ricava dalla storia del capomafia Sarazzo Borrello, “il Basilisco”, la cui vita s’incrocia drammaticamente con quella del giudice e della madre.

 

“Quando i soldati finirono di spararsi e la guerra per grazia di Dio passò, a Mambrici, che non aveva più né la gente né l’anima d’un tempo, la pace non tornò”.

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Il mistero di Sonia Essen

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Il commissario di polizia Antonio Dominici in servizio presso l’interpol questa volta dovrà compiere un viaggio d’inchiesta assai complicato che lo porterà nei gangli aggrovigliati della sua anima alla ricerca di se stesso e dei suoi sentimenti. Una morte improvvisa e inspiegabile lo colpisce come un pugno in faccia e lo stritola in una morsa senza respiroin cui si mescolano sensi di colpa, paure, incertezze, incomprensioni e tanto dolore. Un rompicapo avvincente e spiazzante che insegna al lettore a seguire le tracce inesplorate che portano al ‘guazzabuglio’ del cuore.

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Il vecchio e la farfalla

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È venerdì di una calda controra d’agosto
dell’anno 1969. Il paese sonnecchia. La finestra,
appena nascosta dalle tendine a fiori, è
socchiusa. Un leggero soffio di vento accarezza
con tenera dolcezza le guance spigolose di
Giulia che è pigramente adagiata sul suo letto.
Giulia è una ventenne dai lunghi capelli
lisci e morbidi come un antico tessuto orientale.
I suoi occhi parlano la voce degli abissi
del mare. Occhi azzurri che guardano lontano.
Tristi, malinconici… ma che vogliono sorridere
all’avvenire. Che vogliono varcare i monti
innevati della penisola. Occhi nei quali puoi
perderti. Che cantano e danzano.

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Illusione d’amore

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Carlo Mellea è stato il fondatore e l’instancabile animatore
dell’Osservatorio “Falcone-Borsellino-Scopelliti”.
Il suo è stato un impegno appassionato e disinteressato
profuso a favore dei giovani della nostra regione. Carlo ci
ha sempre rimesso molti soldi senza mai chiedere sostegno
economico alle Istituzioni. Chi gli è stato vicino – e siamo
stati in tanti – riceveva in media tre telefonate al giorno
fatte solo per affetto, per immaginare nuove iniziative, sollecitare
qualche consiglio. Questo suo modo di comportarsi
l’ha reso un personaggio familiare nelle vita di ciascuno
di noi. Negli ultimi giorni della sua esistenza terrena stava
completando questo libro composto da una serie di interventi:
ci teneva molto, era un po’ il suo orgoglio. È per questo
che abbiamo deciso di pubblicarlo, curandone le bozze.
In suo nome sopravviverà l’Osservatorio continuando a
promuovere incontri ed iniziative in giro per l’Italia. Da
mesi ci manca la sua voce anche se rimane, nei fatti e negli
atti compiuti, la testimonianza della sua nobile vita. Se n’è
andato una notte, nel sonno, lasciandoci basiti. Gli abbiamo
voluto bene e continueremo a volergliene per sempre.
Vedendo questo volume finito ci avrebbe abbracciato e noi,
perciò, lo abbracciamo.

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Impotenti

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Il percorso, clandestino, di questo mio libro è singolare.
È stato scritto nel 1963, quando ero nei miei lieti anni, verrebbe
da dire. Ma non sarebbe vero. Sin da giovane ho capito
che la gioventù beata è un’invenzione della vecchiaia.
È come la primavera: stagione inquieta, contraddittoria, ingrata,
delle opportunità mancate e delle energie sperperate.
Ma è pur sempre la primavera, cioè la giovantù.
Questo lo sappiamo in tanti, e lo ha già detto, prima di
me, non unico ma in forma incomparabile, Giacomo Leopardi.
Perciò lasciamo perdere e torniamo al 1963 .
Era l’anno, nel mondo, della morte di papa Giovanni; in
Italia si stava avviando il centro-sinistra, quella contrastata
e in parte soffocata esperienza di governo tra socialisti e
democristiani di cui ogni tanto si sente dire.
Nel romanzo c’è un accenno a quegli avvenimenti politici:
“parlarono delle speranze che suscitava la prospettata
collaborazione delle forze socialiste – le sole in grado
di portare un soffio di rinnovamento nelle vicende italiane
– con quella maggioranza cattolica che rischiava di trasformare
la difesa degli equilibri interni e internazionali nella
difesa dei tanti acquisiti privilegi”. Ma non è un libro di
politica il mio. Il riferimento tuttavia aiuta a capire come
col tempo mutino le opinioni sulle condizioni di vita e sugli
umori delle generazioni passate.

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Instancabile credo nella vita

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“L’instancabile credo nella vita” è un canto d’amore, un richiamo
lontano, struggente melodia della bellezza del creato con la
varietà di specie infinite, con il suo panorama di colori, forme,
movimenti e suoni.
Solo l’Uomo può avere la consapevolezza di questo, apprezzare
il tutto e dare il giusto significato alla vita, propria
e universale, con un solo modo: amandola.
L’Amore è Credo Eterno della Vita. La Vita stessa è Amore.
Ognuno di noi può testimoniarlo con una parola di conforto,
un gesto di vicinanza, un segno di rispetto, un momento
da condividere, un sorriso, una carezza, una qualsiasi
forma di espressione.
Siamo le lucciole del mondo e, se vogliamo, possiamo essere Sole
del profondo e Luce dell’umanità nelle notti buie della vita.
Con la nostra fievole fiamma, tutti insieme possiamo sciogliere i
cuori blindati, le catene dei pregiudizi, dilatare la mente, liberare le
dipendenze, difendere il rispetto, la dignità, l’identità dell’uomo.
Noi tutti, nel nostro viaggio di vita, siamo accomunati e
diversi.

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L’occhio di Scanderbeg

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Una Cosenza, apparentemente tranquilla, è turbata dal delitto di un giornalista avvenuto nel palazzone K che attende di essere abbattuto per restituire la vista mozzafiato sulla città vecchia. Toccherà allo scaltro commissario Funaro e al suo assistente Ciardullo far luce sul fatto di cronaca e sui misteri insoluti, di ieri e di oggi, della città bruzia. Al fianco dei due, un insolito professore con il quale i poliziotti condividono la conoscenza e l’amore per i posti e i suggerimenti che lanciano i classici, senza tempo, della letteratura italiana.

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La forza dei sogni

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Un romanzo di ampio respiro sociale, ambientato nella realtà calabrese a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, che vede una generazione senza lavoro costretta a cercare fortuna altrove. Lo scenario difficile in cui prende corpo una trama appassionante, incentrata sui temi della responsabilità di scelte capaci finanche di mettere a repentaglio l’integrità della famiglia, del senso di colpa che affligge i genitori e della relazionalità padre-figlio-fratelli. Campi di confronto che chiamano in causa anche la dimensione della fede e la fiducia in un futuro migliore. La sfida eterna e incerta, in definitiva, tra ciò che è forza, timore, speranza, e quanto realisticamente ogni individuo riesce ad ottenere. La storia si espande con una calma affettuosa e rivela i modi e i sentimenti di un mondo scomparso. L’autore si mette al servizio dei personaggi con un linguaggio casto, essenziale che esprime il senso morale dell’esperienza del protagonista e con la potenza evocativa del dialetto ricompone l’identità di una comunità.

– Sono sicuro che nostro padre non debba partire, la nostra famiglia deve restare unita. – Pietro non puoi essere il giudice di nostro padre. Nessuno di noi può esserlo. – Io sono una vittima di nostro padre!

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La revoca della delibera di trasformazione

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Dottrina e giurisprudenza raramente si sono occupate della
questione se sia possibile revocare delibere assembleari di modifica
dell’atto costitutivo1; ed hanno quasi sempre concluso in
senso negativo, là dove la delibera revocanda abbia già prodotto
i suoi effetti2.

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La stanza del buio

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Ognuno di noi ha un legame speciale con un oggetto.

Nessuno ha il diritto di spezzarlo.

Men che meno una madre.

È un legame indissolubile quello tra una madre e un figlio. Tra Anna e Luca. Il cielo e la terra hanno stretto un patto d’amore: nessuno dei due potrà separare persone fatte l’una dell’altra. Intenso, toccante, commovente, il romanzo di Daniela Rabia penetra in questo rapporto con la sensibilità di chi sa che deve fermarsi sull’uscio. Oltre proverà ad arrivare il lettore, semmai. “La stanza del buio” non si spalanca, la porta resta sbarrata, non si socchiude neanche, ma quel buio lentamente si dissolve, facendo entrare la luce della fede. “La stretta al cuore si affievolisce piano piano e la luce del giorno, a tratti, ricompare nell’orizzonte dell’oscurità” afferma Alberto Scerbo nella prefazione. Francesco A. Cuteri nell’introduzione suggella il testo in questo messaggio “Daniela si muove lieve nel suo raccontare e affronta un tema così delicato con profonda sensibilità. Si immedesima così tanto nella madre da riproporne il respiro, spesso gli affanni, con straordinaria intensità; è come se avesse raccolto mille esperienze per narrare quanto narra. Daniela, insomma, ci parla del buio, ma tiene accanto a sé una lanterna. Ci offre uno spiraglio di vita, di speranza”. Scrive l’autrice “La vita non insegna a morire ma la morte dovrebbe insegnarci a vivere” fornendo le parole chiave a un testo che si legge d’un fiato per poi lasciare senza fiato.

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La vita di Perla

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Ciao, sono Perla, una bambina magica, una
fata.
Vi chiederete: “Perché magica?, Perché Ciao?,
Cosa vorrà mai dirci questa qua?”
Ora ve lo spiego…
Anzi vi voglio raccontare la mia vita quando
cambiò.

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Le strade

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Pubblicato nel 1965, Le strade in Spagna vinse il premio Eugenio D’Ors per il romanzo breve a tema sociale. Dostoevskij, Kafka e Camus sono lo sfondo letterario di questo testo urbano in cui un giovane arriva a Madrid subito dopo la guerra, affrontando le difficoltà, le sofferenze e le umiliazioni che gravavano su una popolazione ancora soggiogata dal potere e rassegnata alla povertà. In un panorama ostile trovano tuttavia spazio la solidarietà e la ribellione, quella sorta di “etica della povertà” che costituisce uno dei temi più profondi dell’intera opera di Félix Grande, ed è in tale contesto che la sua scrittura diventa una forma di rappresaglia, una vendetta contro la struttura piramidale del potere, rappresentato dai vicari di un’autorità indefinita, che associamo immediatamente, tuttavia, al regime totalitario di Francisco Franco. Nell’inquietante atmosfera dell’ufficio in cui lavora, il protagonista, povero abitante della metropoli che cerca un amico nelle strade di Madrid, proverà inutilmente a stabilire legami affettivi. Questo breve romanzo descrive con sobrietà ed esattezza la paura che attanagliava uomini e donne delle classi medie di fronte al regime e alla morale dominanti, insieme a un moto di ribellione, un’insubordinazione forse più privata che pubblica, che trova in queste pagine un perfetto equilibrio tra esistenzialismo e testimonianza onesta e intransigente di un’epoca che la Spagna avrebbe tardato ancora vent’anni a lasciarsi alle spalle.

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Le vestigia dell’antico splendore

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Come raccontare la storia di un luogo avvolto nel mistero
di un’origine da svelare, ripercorrendo le tappe per cui
esso è diventato ciò che è?
Come definire quello che Robert Musil chiama «lo spirito
di casa»? Il sentimento della vita, il sentimento del
tempo, l’umore anche quotidiano della comunità che l’ha
abitata nel tempo e ancora la abita, quei casi e quelle circostanze,
anche fortuite, che hanno trasformato in destino,
nell’irreversibilità di un cammino già segnato, errori, infelicità,
atti distruttivi, fatali distrazioni, tanto dolore, rabbia
e un rapporto sempre intenso con il paesaggio, con la presenza
sempre viva della natura nella sua potenza, bellezza e
con tutte le sue tante metamorfosi.
Federico Carro prova a raccontare questa storia che gli
appartiene, il “cuore di sentimenti e di affetti” che appartiene
alla comunità ligure dentro cui ha le proprie radici, nella
forma di una fiaba dall’impronta un po’ gotica, un po’ picaresca,
un po’ segnata dall’alone di una “realtà” che si impone
con i segni distintivi di un vero e proprio descensus i cui segni
“reali” sono svaporati nel clima del sogno e della reverie.

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