Millenial

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Millennial è un aggettivo che indica le generazioni nate dagli anni ’90 ai primi decenni del XXI secolo. Ma si estende a tutto quanto faccia parte di questo trapasso epocale.
Il libro è un piccolo manuale d’uso dell’età contemporanea senza pretese accademiche, basato sulle esperienze dell’autore, che vanno dal giornalismo al romanzo, passando per gli itinerari geografici, le ricerche sul campo e le letture.
Le nuove tecnologie, il loro impatto nella vita quotidiana, i lati oscuri dell’attualità, il narcotraffico, derivato al culto della droga e dall’ondata psichedelica degli anni ’60: la civiltà avanzata non trova più un baricentro. L’informazione di massa diventa rumore confuso o gossip, il pensiero colto si nasconde.
Il terzo millennio accorpa problemi irrisolti sul piano etico, politico, sociale e scientifico. La ferocia della guerra viene riverberata dai media. La moralità delle amministrazioni pubbliche è sotto inchiesta dovunque. La coscienza civile non attecchisce tra i nuovi barbari. Il sapere scientifico non scopre nemmeno il rimedio per il raffreddore, al punto che forse la scienza deve ancora cominciare.
La percezione del futuro passa unicamente per i clamori elettronici e si ripropone uno scenario che James Joyce applicava a tutti i tempi nel celebre motto dell’Ulisse scelto per epigrafe: «La Storia è un incubo dal quale cerco di risvegliarmi».

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Minoranze o presenze etnico-linguistiche?

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La normativa relativa alla tutela delle minoranze (o presenze)
linguistiche (o etno-linguistiche) in Italia, oggi in vigore,
nasce da un processo di dialettica istituzionale e culturale abbastanza
variegato e articolato anche sul piano delle valenze
giuridiche. Nella realtà attuale è ormai una certezza giuridica
che le minoranze linguistiche sono dentro una dimensione
istituzionale in cui tutela e valorizzazione rappresentano un
punto di sicuro riferimento. Ma alla legge che sancisce tale
tutela (la L. 482 del 1998) si è giunti dopo un significativo raccordo
parlamentare che ha innescato un confronto politico tra
le varie scuole di pensiero. È naturale che i due momenti sui
quali la discussione si è costruita ed ha dato vita a delle proposte
legislative ragionate (non solo sul piano nazionale ma
anche regionale: si parla chiaramete delle diverse proposte di
legge regionale) sono l’articolo 3 e l’articolo 6 della Costituzione.
Difesa delle minoranze e tutela della cultura delle etnie.
Si tratta di una sottolineatura di sicuro spessore che chiama
in causa un rapporto che risulta fondamentale tra la presenza
minoritaria in sé (sul piano generale e nazionale) e la territorializzazione.
Infatti una minoranza è dentro un territorio e il
confronto (anche giuridico) è sempre un incontro tra la cultura
di appartenenza e la cultura già esistente sul territorio. Ciò è
un dato esplicito sia per ciò che riguarda la lingua sia per ciò
che concerne il fattore etno-antropologico. È naturale che non
si possono scindere i due fattori: la lingua sta al “partito” antropologico
come il territorio sta alla eredità etnica.

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Non vergognatevi di me

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Primi anni Novanta. L’epoca del terremoto politico di Tangentopoli. La fine della Prima Repubblica.
Gli anni degli arresti celebri, della lotta alla corruzione ed anche della caccia alle streghe. Gli anni affannati di una società implosa in se stessa e alla ricerca estrema di un nuovo assetto sociale prima che politico.
Quegli anni, che ormai sono diventati la “storia” del nostro Paese, sono stati raccontati attraverso centinaia di parole, interpretati in film e fiction, scandagliati in mille modi diversi, analizzati in ogni sfaccettatura, studiati al microscopio.
Ma anche la migliore delle analisi corre il rischio di rimanere sulla superficie delle cose. Sfiorandole soltanto.
Perché quella Storia è fatta di piccole storie che si intrecciano e confondono, sfuggendo alle nostre letture più attente.
In queste pagine Antonio Chieffallo ci racconta una di quelle piccole storie. Le storie dietro le quinte che nessuno conosce o è interessato a conoscere. Storie fatte di arresti,  notti insonni,  paure,  improvvisi atti di coraggio,  legami familiari che vanno oltre ogni cosa.
A dare il titolo al libro, una frase racchiusa in un biglietto fatto recapitare ai figli da un agente penitenziario quattro giorni dopo l’arresto. Poche parole, riportate su un foglio a righe piegato in due:
«Non vergognatevi di me, sono innocente. Papà».
Nelle sue parole accorate potrete riconoscere solo una grande, grandissima, dichiarazione d’amore filiale. Perché d’amore sono fatte sempre tutte le piccole storie degli uomini.

 

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Oikoς

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Quel libro era per ultimo, mimetizzato con una copertina comune, ma più pesante degli altri…
Sulla prima pagina era scritto: OIKOS.
Intuii subito perché Stephanie era impallidita: quella doveva essere la storia mia e di Ketty, la storia di sei anni delle nostre vite, anni che avevano costruito il nostro rapporto di madre e figlia, ma prima ancora, nel profondo, avevano modificato ciascuna di noi due.
Ketty era maturata moltissimo ed anche io non ero più la stessa, dopo averli incontrati…
«Che cosa vuol dire questo libro, Stephanie?» chiesi io, quasi impaurita.
«È uno dei libri della Biblioteca dei Custodi.» (Dal Prologo)

 

 

La lotta fra il bene e il male  tra Custodi  e Distruttori s’intreccia con  la narrazione di Maggie e  Ketty, che si trovano  protagoniste  nelle battaglie  dei metauomini, esseri con capacità fisiche e psichiche di gran lunga superiori agli umani. Il legame che unisce il loro mondo reale ad un  mondo fantastico si rivela alle due donne nei luoghi abitati dai metauomini, come la Domus, la scuola per i metauomini bambini o  l’Oikos di Filandro, dove è custodito ciò che è essenziale per l’essere umano…

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Ouitalos

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Il passato, brutto o buono che sia, condiziona sempre le nostre azioni. Questo vale soprattutto per la violenza, che produce effetti devastanti nel momento in cui una persona la subisce e condiziona inevitabilmente il suo presente e il suo futuro.
Parlare di questi argomenti è importante.
Il libro racconta infatti un’esperienza di violenza domestica e mostra le profonde ferite che ne conseguono. Dunque queste pagine vogliono dar voce al dolore, spesso taciuto o nascosto, di tutte le donne che vivono situazioni simili, nel tentativo di sollecitare una presa di coscienza diffusa intorno al fenomeno, e di alimentare pratiche concrete orientate alla prevenzione.
Per l’autrice il passaggio attraverso la violenza e la sua faticosa rielaborazione hanno rappresentato anche l’occasione per scoprire una dimensione di impegno militante, per cui di recente ha promosso la fondazione dell’Associazione Camerunese di Lotta contro le Violenze sulle Donne (ACLVF).

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Patria di carta

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Il volume descrive il periodo di massimo splendore della stampa italiana in Argentina, corrispondente agli anni di maggiore affluenza immigratoria. Lasciando l’Italia, gli immigrati hanno trovato nella Repubblica platense la loro “seconda patria”. Una “terza patria” è stata rappresentata dalla stampa di comunità. In questo ambito, ha svolto un ruolo chiave La Patria degli Italiani, quotidiano fondato da Basilio Cittadini, che per oltre mezzo secolo (1877-1931) segnò la storia del giornalismo etnico diventando all’interno della comunità di immigrati un punto di riferimento importante, una “Patria di carta”. Dopo ricerche in biblioteche, emeroteche, archivi pubblici e privati in Argentina e Italia, attraverso la storia della Patria degli Italiani l’autore ricostruisce in filigrana una sorta di epopea del giornalismo dell’immigrazione in Argentina tra i secoli XIX e XX. È una storia che nasce a metà dell’Ottocento e arriva fino all’avvento e al consolidamento del fascismo in Italia che scompaginò la situazione delle “colonie di immigrazione” e soffocò, perché non volle sottomettersi al regime, quello che è stato il più grande giornale in lingua italiana mai pubblicato all’estero.

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Potere & poteri

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Il nuovo, il vecchio, la ruggine del tempo nella politica in Calabria negli ultimi vent’anni. La Regione ha visto alternarsi alla guida uomini di destra, sinistra e centro, ha sognato e deluso, ha lasciato il disincanto in eredità ai calabresi. Questo libro racconta fatti e retroscena, la storia custodita negli atti del palazzone regionale e negli archivi ormai inutilizzati di partiti che non ci sono più. Il nastro delle cassette, materiale nostalgico di un’altra epoca della televisione consente all’autore, giornalista professionista, di ripercorrere attraverso immagini non sempre nitide, le stagioni che hanno scritto la storia di questa terra “Ho vissuto la nascita di Forza Italia, il ribaltone di Meduri, la sorpresa Chiaravalloti, il mestiere di Loiero, l’ambizione di Scopelliti e la scommessa di Oliverio. Ma anche la stagione dei Mancini, dei Misasi, dei Pujia e dei Principe”.
Presidenti dell’ente supremo calabrese e statisti di caratura nazionale, le cui vite si sono intrecciate nei corridoi stretti di prima e seconda Repubblica, in una Calabria al centro delle strategie politiche nazionali. Un libro ricco di retroscena, aneddoti, interviste ufficiose ed ufficiali, incalzante come la cronaca e affollato come lo sono di solito le campagne elettorali. Quattro lustri di strategie, attori diversi, prime donne e alcune comparse. Sono loro ad aver costruito la Calabria di Oggi.

 

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Ritratti cosentini

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“Ritratti Cosentini” non è un libro di storia.
In esso, l’autore, espone, come in una galleria, tanti “quadri” che raffigurano persone, rievocano luoghi ed avvenimenti della nobilissima ed antichissima Città di Cosenza.
Non sono biografie ufficiali.
I lettori leggeranno pochissime date e riferimenti specifici e saranno portati per mano a scoprire i “volti”, le epoche, i vicoli e le strade della Città, in un susseguirsi di inedite rivelazioni che Francesco D’Ambrosio ha deciso di offrire al giudizio dei lettori.
È il primo libro di una trilogia che impegnerà l’autore nei prossimi anni.

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Sacro Fuoco

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Amici di Alessandro e colleghi di lavoro si riuniscono, ad un anno da quel dannato 15 marzo 2013, per comporre un affresco a più mani sulla libertà di stampa in Calabria e sulle trame complesse che si intrecciano nella pubblicazione di una notizia o nella sua manipolazione o, addirittura, nella sua omissione… La manipolazione delle notizie è consuetudine in molte redazioni d’Italia, e la Calabria veste una maglia nera. Alessandro Bozzo ha pagato in prima persona l’opposizione a questa nefanda e nefasta consetuidine. Lui, capace di appiccare il sacro fuoco della passione giornalistica nell’animo di compagni di viaggio più timorosi.

Nelle pagine della sinossi Rosamaria Aquino racconta delle tribolate condizioni di lavoro dei cronisti calabresi e dell’abitudine alle ingerenze dell’editore e dei politici suoi sodali. Una sciagurata abitudine che porta alla censura self made, la piaga verso cui si ha il dovere morale di reagire. I giornalisti che non fanno i giornalisti si devono sentire in colpa. Mestiere complicato quello del cronista, perché alcune volte si è tenuti a condurre delle controinchieste sulle verità ufficiali offerte dalla procura e dalla stampa pigra – come spiega Arcangelo Badolati. Gabriele Carchidi ripercorre le prime stagioni di “Calabria Ora”, mostrando,senza peli sulla lingua, la pressante influenza dell’editore. Marco Cribari invita ad amare la verità, l’autentico: la verità vale più della libertà perché si può anche essere liberi di scrivere cose non vere. L’affetto degli amici, per Alessandro, è vivissimo. Eleonora Formisani ricorda la sua meticolosità, il suo “voler vederci chiaro”. Eugenio Furia mette a fuoco l’Alessandro compagno di scrivania, in redazione, i consigli dati, i suoi convincimenti, le sue arrabbiature, i suoi slanci purissimi. Sacro fuoco della passione per la scrittura e per il racconto giornalistico. E per il tennis, anche. E per il Canada, e per Donnici. L’obbligatorietà della sincerità e dell’esattezza, nella cronaca giudiziaria, emerge nella nota di Roberto Grandinetti, “avversario” di Bozzo nei corridoi della procura. La voglia di raccontare le “cose come stavano”, e non come qualcun altro avrebbe preferito, è la protagonista delle storie narrate da Camillo Giuliani e da Pablo Petrasso, storie coinvolgenti che mostrano cosa sia l’urgenza della verità e come non sia sopprimibile. Lucia Serino fa notare, con accortezza, che in questo mondo popolato dai social, dove tutti siamo bravi a condividere, è fondamentale chiedersi chi va a scovare i contenuti scomodi. C’è sempre un giornalista coraggioso che va a smuovere la crosta che copre le cose che qualcuno vuole tenere all’oscuro. Poi siamo tutti bravi a condividere. Conclude Alfredo Sprovieri, con uno schizzo che racchiude tutto Alessandro: «Frasi corte e pochi aggettivi, cazzo».

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Santisti & ‘ndrine

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La mafia calabrese flirta da sempre con il potere, la politica, le logge massoniche deviate. È accaduto in Italia come nelle Americhe e in Oceania. I padrini sono stati indifferentemente comunisti e fascisti, democristiani e socialisti, ponendosi sempre dove conveniva stare per fare soldi. Gli ’ndranghetisti, pur giocando in borsa e riciclando denaro in tutto il mondo, continuano a rimanere fedeli ai riti e ai simbolismi antichi ispirati ad una setta criminale spagnola – la Garduña – in realtà mai esistita perché frutto della creatività letteraria di una scrittrice tedesca, Irene de Suberwick.
Oggi i boss sono impegnati nello smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi; nell’utilizzo illegittimo di fondi europei, nella colonizzazione di intere aree del vecchio continente; nella gestione del mercato dei reperti archeologici e nel traffico mondiale degli stupefacenti in accordo con i cartelli colombiani e messicani.

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Sfruttati e sfrattati

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L’Italia postunitaria inizia il suo cammino con una menzogna
calcolata fino al millimetro contro il Mezzogiorno, le
Isole, la Calabria. Questa prima menzogna calcolata è che il
fausto sistema fiscale, esteso tal quale dal Piemonte al Sud, fu
dettato, determinato, necessitato, anche sul piano morale, dal
fatto che la savoiarda regione s’era indebitata per finanziare le
liberatrici guerre d’indipendenza nazionale, e per ciò stesso i
fratelli del Sud, che si erano limitati per il «bene inseparabile»1
dell’unità italiana a una salasso di sangue, dovevano contribuire
all’opera di risanamento delle disastrate finanze. Ma vero
era piuttosto che, secondo quanto scrive Guido Dorso, “il
primo atto della tragedia si aprì con l’unificazione del debito
pubblico nazionale.

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Sono morto redattore

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“Sono morto redattore” è la storia di un giornalista professionista che dopo venti anni decide di cambiare vita e passare all’insegnamento. Una scelta dolorosissima, dettata dalla necessità, che ancora oggi lo fa soffrire. Le sue avventure (tragiche, comiche ed ironiche) si incrociano con quelle di tanti altri giornalisti di serie B, senza tante speranze per il futuro ma innamorati persi di questo mestiere. Ci sono i dietro le quinte della vita di redazione, i personaggi, gli incontri e le avventure che hanno formato il protagonista del racconto, i colleghi morti sul campo, gli amici mafiosi finiti ammazzati, in carcere o che si sono pentiti, le tante rinunce per servire sua maestà la notizia. Mille e una vita di professionisti dell’informazione, dove il giornalismo ne esce per quello che è: il più bel lavoro del mondo, dove però la maggior parte dei lavoratori della carta stampata combatte per arrivare a fine mese, dove ex direttori e bravi giornalisti d’un tratto si ritrovano per strada senza uno straccio di contratto, dove si può servire per anni lo stesso giornale ma “morire” da semplice redattore, senza cioè alcuna promozione sul campo. Il protagonista a un certo punto lascerà la redazione per provare a rinascere professore. Un trapasso velocissimo, da una vita lavorativa comunque straordinaria a un’altra forse più ordinaria, ma altrettanto stimolante. E con la consapevolezza di essersi saputo creare una via di fuga.

 

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Spegnersi e non consumarsi

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Spegnersi per non consumarsi. Io e Alberto Bevilacqua di Pierfranco Bruni  non è  un testo di critica tout court.  È piuttosto  un  breviario che serve a raccogliere e custodire, in punta di penna, un viaggio tra vita e letteratura.
Pierfranco Bruni “racconta” Alberto Bevilacqua servendosi di tasselli di esperienza letteraria, ma soprattutto di un frequente rapporto con lo scrittore. Un’amicizia antica, ma ciò non toglie nulla ad uno scavo che è letterario certamente, ed è anche estetico – simbolico riferito sia al linguaggio che ai processi metaforici e allegorici presenti nei libri di Bevilacqua.

 

Collaborazione di Micol Bruni

Con ricordo di Mauro Mazza

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Storie oltre frontiera

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Le interviste qui contenute, fatte tra febbraio e giugno 2021 (durante il dilagare del COVID-19) ad italiani emigrati in Svizzera, costituiscono, assieme alla testimonianza dell’autore del libro, storie di persone di diversa età, delle quali alcune, in quel Paese, sono riuscite ad affermarsi, altre, invece, ritengono di non aver raggiunto lo scopo desiderato e, quindi, sono ancora alla ricerca della strada giusta da seguire. Si tratta di un lavoro interessante, che non solo pone in risalto certi aspetti del fenomeno migratorio italiano in terra elvetica e fa comprendere determinate peculiarità sia della Svizzera che dell’Italia, ma evidenzia lati storici, geografici, culturali, politici, giuridici, economici e sociali di entrambe queste nazioni.

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Stragi delitti misteri

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Stragi, delitti e misteri rimasti senza forma e senza nomi. In questo magma, ancora fortemente incandescente, affonda la penna Arcangelo Badolati e ne riversa fuori storie brucianti. Si tratta di vicende oscure accadute in Calabria che, a distanza di anni, non smettono di essere inquietanti: la tragedia della giovane studentessa Roberta Lanzino, il mistero del mig libico “caduto” a Castelsilano, il tentato “golpe” della ‘ndrangheta, i sei morti della “Freccia del sud” , i quattro anarchici reggini “deceduti” in auto durante il tragitto Roma-Reggio, il mancato “colpo di stato” (con precedenti e riflessi calabresi) del “principe nero” Junio Valerio Borghese, e la superloggia massonica “coperta” a Reggio. Ci sarebbe sì molto da aggiungere, ma a patto che si aprano, finalmente, gli archivi di Stato e si cancelli il “segreto” imposto dai governi che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi. C’è già una “petizione” in atto: è assurdo che su tante stragi, delitti e misteri, anche quelli riesumati da Arcangelo Badolati, non si archivi mai raggiungendo i colpevoli e consegnando alla storia italiana nomi e cognomi di chi si è macchiato di delitti orrendi. (Dall’introduzione di Pietro Melia).

Prefazione a cura di Nicola Gratteri

 

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Tempo della rottura tempo della dialettica tempo della progettualità nella letteratura dell’immigrazione Italiana in Svizzera

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Basato sulle opere letterarie di otto autori fra i più rappresentativi dell’immigrazione italiana in Svizzera del secondo Novecento, il saggio di Raffaele De Nuccio evidenzia, grazie ad una rivisitazione originale dello strutturalismo genetico di Lucien Goldmann, tre momenti fondamentali di questa produzione: il tempo della rottura, il tempo della dialettica e il tempo della progettualità. Nel primo vengono rappresentate la rottura con i valori del paese di provenienza e la ricerca di un illusorio Eldorado; nel secondo viene illustrato lo scontro tra le categorie mentali dell’immigrato e i valori del paese ospitante; nel terzo si prospetta la possibilità della convivenza delle differenze, la socializzazione degli strumenti di produzione, l’accettazione della diversità e la flessibilità sociale.

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Transizione adolescenziale: abilità di fronteggiamento

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L’adolescenza è un periodo di fronteggiamnero attivo, una fase della vita in cui i ragazzi si trovano di fronte a una varietà di potenziali esperienze, ma hanno anche una molteplicità di risorse per affrontarle con efficacia e non lasciarsi travolgere da esse.

Questo libro approfondisce la transizione adolescenziale nel contesto romeno, focalizzando l’attenzione sul modo in cui gli adolescenti romeni percepiscono e valutano le esperienze problematiche presenti in diversi ambiti della loro vita quotidiana (scuola, genitori, coetanei, tempo libero,relazioni sentimentali, lavoro, futuro, se stessi), sulle strategie di coping che più frequentemente utilizzano nel loro fronteggiamento, nonchè sulle risorse personali e sociali di cui essi dispongono, allo scopo di delineare possibili percorsi di promozione della salute, sia fisica che mentale, in adolescenza.

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Tre colpi al cuore

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Nell’azione politica di Sandro Principe, nel corso di sette lustri di impegno nelle istituzioni, si colgono delle costanti, delle idee forti che sempre affiorano nello svolgimento dei vari ruoli ricoperti, nell’azione dell’uomo di governo, dell’amministratore regionale e del sindaco, in aggiunta alle tematiche relative alla programmazione territoriale, alla tutela dell’ambiente e del paesaggio, sempre presenti nelle visioni e nelle azioni concrete di Sandro.

In primo luogo, la forte determinazione a svolgere azioni per rafforzare la giustizia sociale a favore dei più deboli. Questo ideale si rintraccia nell’impegno del sottosegretario che risolve tante vertenze di lavoro, che favorisce provvedimenti per ottenere sgravi fiscali e contributivi per le imprese del Mezzogiorno al fine di renderle competitive aumentando anche gli organici, che sperimenta per primo in Europa istituti come i contratti di solidarietà, grazie ai quali durante le crisi tanti dipendenti non hanno perso il posto di lavoro. Ed ancora, nel lavoro dell’assessore regionale alla Istruzione, all’Università, alla Ricerca e all’Innovazione tecnologica che si impegna per potenziare la formazione dei giovani calabresi e che si batte affinché il mondo della ricerca e dell’impresa camminino a braccetto, per rendere le aziende, attraverso l’innovazione di processo e di prodotto, più competitive e, quindi, capaci di creare nuovi posti di lavoro. E che, a tal fine, si rende promotore della realizzazione di due distretti tecnologici, della logistica e della trasformazione a Gioia Tauro, dei beni culturali a Crotone.

Quest’impegno per il mondo del lavoro e per i giovani, per la formazione e per la ricerca si ritrova nell’azione del Sindaco che costruisce decine e decine di istituti scolastici, che lavora perché le aziende del territorio utilizzino la ricerca prodotta dall’Unical, e che progetta la realizzazione di una moderna area industriale che, nel tempo, diventerà la più grande della Calabria con più di 400 aziende.

Altra costante nell’azione di Principe, è rappresentata dal suo impegno per la cultura, per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali…

Claudio Signorile

(continua) 

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Un piccolo “grande” ospedale

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“Paola, la città col nome di donna, delicato e breve (Mauro F. Minervino, La Calabria brucia, Ediesse 2009, p. 78), la mia città, merita un “grande” Ospedale. Penso che un ospedale sia “grande” quando i suoi dottori (dal latino docere, insegnare) abbiano molte cose da insegnare e tante altre di cui discutere.
Ho lavorato sedici anni al San Francesco (due da studente e quattordici da medico) dal 1970 al 1986 e qui ho conosciuto molte persone che mi hanno insegnato tante cose, con molte altre abbiamo discusso di tutto il resto, e non erano solo medici.”
Così inizia il racconto della storia di questo ospedale, dei suoi medici, infermieri, suore, impiegati e altri operatori sanitari (quasi tutti citati nel corso della narrazione), che in 45 anni hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo di questa bella struttura sanitaria, oggi necessaria ancora più di ieri per la conservazione della salute dei cittadini di Paola e di tutto il territorio del Tirreno cosentino.
Nella seconda parte del libro l’Autore, dopo un lungo e paziente lavoro di ricerca in archivi di stato, biblioteche comunali e di privati cittadini, di consultazione di giornali d’epoca, di raccolta di testimonianze e interviste a storici e persone di cultura, racconta la storia “probabile” degli antichi ospedali paolani a partire dal XII secolo (la Badia di Fosse) fino alle soglie della 2^ guerra mondiale (l’ospedale distrettuale del S. Agostino). Si sofferma, poi, su tutte le attuali realtà sanitarie di Paola, dai Donatori di sangue, agli Amici del cuore, dall’Associazione diabetici alla Croce Rossa, dall’Associazione dei medici di Cure primarie alla Clinica S. Chiara, alle Farmacie paolane delle quali si è celebrato nel 2014 il Centesimo anniversario della loro istituzione, e così via.
Non dimentica, infine, nessuno dei circa 200 medici che dall’inizio del Novecento fino ad oggi a Paola sono nati o qui hanno esercitato o  tuttora esercitano la loro nobile professione e tutti li cita in un lungo elenco, frutto della collaborazione con l’Ordine dei medici di Cosenza. Il libro termina con le “Storie parallele” in cui sono rappresentati i principali avvenimenti storici, politici, sanitari che si sono succeduti contemporaneamente nel mondo, in Italia e a Paola a partire dagli anni ’50 (epoca di inizio dei lavori del piccolo “grande” ospedale) fino ad oggi.

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