.. mi pare si chiamasse MANCINI…

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Chi meglio di un figlio può raccontare la storia di suo padre? Soprattutto se il figlio ha vissuto accanto al padre le sue tante battaglie politiche, le vittorie, i trionfi, le giornate amare, gli attacchi, le aggressioni, oltre ai lutti e alle gioie familiari. Al professor Sabin, che con il suo vaccino antipolio salvò milioni di bambini, sembrò, come disse in un’intervista, che il ministro della Sanità dell’epoca, non narratore ma concreto-”Giacomo non fu tra i socialisti scrittori”, sottolinea Giuliano Amato-si chiamasse Giacomo Mancini(1916-2002) : governante efficiente,
leader storico del socialismo italiano, politico “con la schiena dritta”, primo cittadino innovatore e moderno.
Il libro, introdotto da una brillante e godibile prefazione di Paolo Guzzanti-tra i giornalisti più noti e nei primi anni 70 protagonista de “Il Giornale di Calabria”, il primo quotidiano stampato nella regione- non è un monumento all’uomo infallibile, che ha commesso anche errori. Ma è una carrellata di fatti, non pochi inediti, di tanti scontri politici, di vicende drammatiche, come la “strategia della tensione”, la rivolta di Reggio Calabria, la brutale sostituzione con De Martino al vertice del PSI, il processo kafkiano a Mancini. Da giornalista attento e ironico,
Pietro Mancini consegna ai lettori e agli storici la vita, lunga e non facile ma vissuta con passione, fino alla morte, che lo sottrasse al suo ufficio-per Mancini il più gratificante, secondo l’amico Francesco Cossiga-di amatissimo e rimpianto Sindaco di Cosenza. Secondo l’autore, Giacomo Mancini “ha dato alla politica e al Sud più di quanto abbia ricevuto”. Pietro Mancini concentra la sua analisi anche sui personaggi-big e comparse- della Calabria, della politica, del Sud, del giornalismo del dopo-Giacomo. Giudizi taglienti, con una narrazione tutt’altro che
pesante, dalle quale emerge il rimpianto non solo per il padre, affettuoso pur se timido, come il figlio e il nonno, Pietro Mancini senior.

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….democrazia è femmina:

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In una Calabria arcaica e letargica, in un paese antico e maestoso, alcune donne si incontrano e decidono di sconfiggere la rassegnazione, spezzare il cerchio dell’omertà, agire, parlare, denunciare, svegliare l’opinione pubblica, cercare soluzioni, mostrare alternative e difendere i diritti del cittadino uscendo dalle logiche del «favore», della sudditanza e dell’assistenzialismo. È un caso che forme di resistenza civile sempre più spesso si coniughino al femminile? Il libro non vuole essere solo la descrizione di un’esperienza, ma il punto di partenza per un dibattito sulle componenti innovative, i modelli di sviluppo e le prospettive ideali della società calabrese.

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Adolescenti

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Il fine ultimo di questa mia pubblicazione, come delle precedenti,
è quello di proporre uno strumento di riflessione sui bisogni
formativi degli adolescenti, rivolto a genitori e insegnanti, che si
imbattono nelle inevitabili difficoltà dei nostri giorni, legate al
loro difficile compito di educatori.
Sentire la voce degli adolescenti, è indispensabile per imparare
a conoscerli, a comunicare con loro, evitando di commettere diversi
errori, che provocano in loro, distacco e rifiuto.
L’adolescenza è un periodo della vita caratterizzato da contraddizioni,
trasformazioni, conflitti, cambiamenti profondi, normali,
anzi, necessari, per la crescita e la maturità personale di ogni
individuo. Un periodo che gli adulti, genitori e insegnanti, fanno
fatica ad accettare, scatenando spesso la rabbia, la ribellione dei
ragazzi che non si vedono riconoscere il diritto al cambiamento e
si vedono trattare sempre, da mamma e papà, come bambini.
Per integrarsi nella società degli adulti, in maniera ottimale,
gli adolescenti devono misurasi con esigenze ed impegni nuovi
ma, nello stesso tempo, manifestano il bisogno di autonomia e di
affermare la propria personalità.

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Alla regione per la calabria

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La decisione, da me dopo tanti anni (venti, per l’esattezza)
presa, di pubblicare alcuni miei discorsi pronunciati
in Consiglio regionale scaturisce non solo dall’esigenza
di offrire una testimonianza della mia esperienza in quel
Consesso dove i temi regionali trovavano il loro luogo
naturale istituzionale per essere affrontati, ma anche da una
forma di necessità, in un certo senso storico, di richiamare
un segmento di storia della regione Calabria, attraversata
da eventi che offrono una interessante chiave di lettura
degli stessi.
Un dato, preliminarmente, va da me sottolineato: la
mia presenza in Consiglio regionale avviene in un “intervallo”
tra due legislature alla Camera dei deputati, che,
per le esperienze acquisite a livello parlamentare, mi avevano
consentito di vivere il periodo 1990-1994 (presenza
“regionale”) secondo un’ottica non riduttiva ma aperta ad
una visione della problematica nel contesto di una dimensione
nazionale. D’altronte, non poteva essere da me sottovalutata
la filosofia politica della Destra che, nel corso
della sua storia, si era sempre opposta all’istituto regionale
considerato come un “vulnus” al sacro principio dell’Unità
nazionale, raggiunto a conclusione del non facile processo
di risorgimentale memoria.

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Amara verità

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(Dalla Prefazione di Sebastiano Andò)

Accolgo con piacere e sincera ammirazione la presente opera di Carlo Guccione, eccellente vademecum per comprendere “il pianeta della sanità” calabrese nelle sue carenze e drammatiche criticità strutturali accentuate dalle recenti fasi dell’emergenza pandemica. Una analisi lucida delle responsabilità colpose accumulate nel corso dei dodici anni di fallimentare gestione commissariale di questo settore.Il volume ha il merito di ricostruire, attraverso un esame accurato del notevole materiale documentale raccolto, il nesso esistente tra inadempienze normative, scelte abusive, diseconomie gestionali, e il percorso di una progressiva alienazione espoliativa dell’intera sanità calabrese reso ancora più drammatico durante la lunga gestione commissariale…

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Anatomia di una disfatta

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Anatomia di una disfatta parte dalla ambizione di mettere in fila, una dopo l’altra, le varie testimonianze dei protagonisti delle elezioni comunali di Cosenza del 2016, in forma di altrettanti racconti. Elezioni, bisogna dirlo subito, il cui esito ha lasciato con in bocca il sapore della scontentezza una certa parte della città più attiva politicamente, quella sinistra che credeva di contare e che invece ha visto il proprio potere, insieme al proprio prestigio, implodere come mucchi di sabbia prima creduti solide rocce: non solo non è arrivata una tanto agognata vittoria ma ci si è resi conto, soprattutto nel partito democratico, che, mentre si giocavano tante piccole guerre di posizione, la politica cittadina stringeva nuove alleanze, creava nuovi rapporti e sperimentava nuovi equilibri.

(Dalla Prefazione di Giap Parini)

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Andreotti assolto ! Il processo del secolo

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Il processo contro l’uomo politico italiano più famoso del secondo dopoguerra è stato giustamente definito il “Processo del secolo”. Giulio Andreotti, oggi Senatore a vita, dieci anni fa si ritrovò invischiato in una vicenda giudiziaria che ne ha significativamente “segnato” il percorso politico. Questo libro non ha nessuna ambizione se non quella di raccontare la cronaca di ciò che è avvenuto nel processo di secondo grado. (L.Z.)

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Avanti!

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L’Avanti! racconta come tutte le conquiste di democrazia e di civiltà siano state ostacolate, denigrate, derise dai partito comunista fino a ridurre il Psi al minimo storico e alla resa politica. Poi il miracoloso risorgimento opera di un uomo solo, Bettino Craxi, che ha capito che la colpa delle sconfitte elettorali non è della politica socialista di collaborazione con i cattolici, ma è responsabilità unica della faziosità comunista, della sua pretesa superiorità culturale, della sua ideologia ottocentesca e pseudorivoluzionaria che va combattuta a viso aperto. “Se a sinistra c’è qualcuno che sbaglia – proclama Craxi – non siamo noi, sono i comunisti”. Ed il PSI rinasce. Col governo Craxi l’Italia entra fra i grandi della terra. Di questa mirabile avventura il giornalista Sante Casella è partecipe fin dal 1970, quando inizia la sua collaborazione al giornale. Una collaborazione attenta precisa, puntuale, che si ripete nella nuova edizione dell’Avanti! che torna a vedere la luce dopo lo sfascio del 1994. Cito per tutti la grande inchiesta sulla sanità nella sua regione, che sfata menzogne e dicerie e prospetta con energia la realtà della situazione. Sante Casella scrive dalla Calabria, terra sempre generosa con i socialisti che qui hanno anche avuto il 27 per cento dei consensi. La diaspora del partito ha colpito anche la Calabria. Rivalità, personalismi, interessi particolari hanno frazionato e disperso un grande patrimonio di energie sociali. L’elettorato socialista è sempre forte, ma il socialismo a pezzi non è più il grande motore della Calabria. Possiamo dire con ragione che il terremoto socialista calabrese non ha colpito l’idealista Sante Casella. La sua ispirazione, i suoi scritti sono rimasti quelli delle sue convinzioni riformiste e libertarie. Auguro a Sante Casella anni e anni ancora di proficua collaborazione. dalla presentazione dell’On. Stefania Crax Ho ripreso la collaborazione col nuovo Avanti! dal 1998 al 2003. A quest’ultimo periodo si riferiscono gli articoli, i servizi e le interviste riportati nella presente raccolta. Per il primo lungo periodo – 1970/1993 – sarebbero occorsi diversi volumi. (del primo periodo riporto in apertura l’ultimo mio articolo dal titolo “La politica vera e pura ha un futuro certo”; come risposta preventiva agli sfascisti dell’antipolitica presenti anche nel panorama sociale e politico attuale). Le linee fondamentali di tutti i miei scritti pubblicati sull’Avanti! rivelano una personale e profonda convinzione politica, ideologica e culturale – che credo e spero sia condivisa da molti ex militanti e/o ex elettori socialisti – che poggia sui seguenti principi: 1- Anche se appare arduo e difficile, bisognerà un giorno ricomporre ad unità la diaspora socialista, coinvolgendo le nuove generazioni e superando gli egoismi, le ambizioni di potere e la corsa al “dio denaro”; 2- La difesa dell’ideale, della tradizione e della cultura del socialismo democratico e libertario serve ai riformisti ed al sistema democratico e repubblicano del nostro Paese; 3- Non dimenticare mai che i socialisti ovunque abbiano governato (in Italia e nel mondo) non hanno mai tolto la libertà a singoli individui e/o a intere popolazioni; 4- I veri socialisti, per sopravvivere a tutti i terremoti veri o presunti, non devono fare mai alleanze politiche od elettorali con partiti e movimenti totalitari ed illiberali; 5- I socialisti, sulla base degli insegnamenti che promanano dalla storia passata e recente, non avranno un futuro alleandosi o confondendosi con partiti comunisti o post-comunisti eredi dell’ideologia marxista-leninista.” dall’introduzione dell’Autore

 

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Banditi e schiave

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’Ndrine, albanesi e il codice Kanundi. “Negli anni Novanta, era la strada della speranza, la nuova America. Oggi dall`Adriatico a bordo dei gommoni che un tempo trasportavano clandestini, arrivano droga, armi e schiave. E` il nuovo business della mafia albanese, clan potentissimi rinserrati nei loro vincoli di sangue, un familismo inviolabile, come quello della ‘ndrangheta. Le fis, le famiglie allargate patrilocali e patrilineari, costituiscono l`ossatura di una mafia che rischia di diventare uno dei problemi più seri per l`intera Europa, una sfida nella sfida, o meglio la sfida delle sfide. Quando ancora in Italia passavano per straccioni, gli schipetari nel Queens, la frontiera dei boss italo-americani, mettevano in discussione il potere dei Gambino, dei Lucchese e dei Colombo… Il libro di Arcangelo Badolati e Giovanni Pastore ha la forza dell`inchiesta giornalistica, la capacità di scrutare in ambienti poco conosciuti e, pertanto, finora, fortemente sottovalutati. “Banditi e schiave è un volume che si legge tutto d`un fiato con le sue storie di violenze, abusi e omicidi, ma soprattutto colma un vuoto, dovuto alla mancanza di studi seri e approfonditi sulla mafia albanese” (Dalla prefazione di Antonio Nicaso). In questo testo si parla tra l`altro di inchieste non ancora approdate al dibattimento o processi che ancora non sono giunti a sentenza definitiva. Per tutti i protagonisti di queste vicende, vale la presunzione di innocenza.

 

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Banditi e schiave. I femminicidi

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Scritto a quattro mani dai giornalisti Arcangelo Badolati e Giovanni Pastore, Banditi e schiave è un libro che, per la prima volta, scruta tra le maglie di un fitto intreccio criminale rimasto nell’ombra e  offre una ricostruzione del sodalizio stretto tra la mafia albanese e la ‘ndrangheta, attivo soprattutto nella parte settentrionale della Calabria, divenuta una sorta di “laboratorio criminale”.
I banditi sono i criminali albanesi riuniti in clan che mostrano tratti distintivi assai simili a quelli della ‘ndrangheta calabrese.
Le schiave sono le donne albanesi che, rapite o adescate con l’inganno, vengono comprate, vendute e costrette alla mercificazione del proprio corpo, per produrre danaro col sesso. Sono donne alle quali è stato tolto tutto, anche la loro identità.

Nelle pagine prendono corpo, appunto, le operazioni che hanno portato alla luce il turpe mercato che ruota intorno alla schiavizzazione delle donne straniere in Calabria e nell’intera penisola e le testimonianze di alcune di loro disegnano scenari agghiaccianti. Strappate alle loro famiglie, caricate come merce su gommoni, una volta giunte in Italia, non possono più tornare indietro.
Vengono ammazzate.
Ma le donne ammazzate non sono solo quelle albanesi. Accanto a queste donne senza nome vi sono quelle italiane e calabresi che sono tante e stanno diventando tantissime. Le pagine del volume entrano con forza anche nei femminicidi consumati in Calabria, alcuni diventati eclatanti come quello della giornalista Maria Rosaria Sessa, di Tiziana Falbo e della giovanissima Fabiana Luzzi che, accoltellata e bruciata viva a Corigliano il 24 maggio del 2013, è in ordine di tempo il delitto più raccapricciante perché compiuto dal fidanzatino, giovanissimo come lei.
A riprova che la crudeltà è una matrice comune di tempi e spazi diversi tra loro. Ma solo apparentemente.

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Calabria malata. Sanità, l’altra ‘ndrangheta

Attraverso l’analisi degli eventi e delle decisioni, non necessariamente illegittime, cerco di dimostrare che la Calabria non interessa a nessuno, se non quando si avvicinano le elezioni.
La Calabria non è importante per Roma né, purtroppo, per i calabresi, che si sono arresi a quanto giudicano inevitabile e immutabile.
Questa assuefazione collettiva è la droga venduta dall’altra ’ndrangheta, silenziosa, che si insinua nella vita quotidiana, in particolare della sanità pubblica, una miniera d’oro, per far proliferare i propri affari.
Anche il nuovo si è subito adeguato. I parlamentari 5 stelle, con le dovute eccezioni, sono come gli altri in Calabria.
I privati, quando si sentono minacciati, si rivolgono alla politica o addirittura alle istituzioni. Anche la Chiesa è poco attenta a non esporsi in affari non sempre trasparenti. I funzionari delle aziende sono spesso tacciati di essere conniventi con i privati. Le organizzazioni sindacali hanno parzialmente perso la loro identità.
Un Presidente di “sinistra” cerca di far annullare un mio decreto per l’assunzione di quasi mille operatori. Ma non dovrebbe esserne felice? Capisco: li voleva assumere lui. Le assunzioni portano voti.
La Ministra, per calpestare la Calabria, cita dati sui livelli essenziali di assistenza che i suoi collaboratori conoscono come fasulli. Nessuno si indigna, tranne il sottoscritto.
L’Asp di Reggio Calabria viene commissariata per infiltrazioni ’ndranghetiste. E viene nominato un prefetto a gestirla. E le competenze? Non servono.
La media borghesia si è costruita una nicchia di benessere: manda i figli a studiare e a lavorare fuori regione e si gode il sole e il mare della Calabria.
Chiunque provi a mettere a fuoco i problemi, cercando la verità, diventa scomodo. Se poi ci mette anche passione e disinteresse, diventa un virus urticante.
Vogliamo reagire? Il primo passo è  conoscere.

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Carlo Turano (1864-1926)

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Batte sull’uscio, per tutti, la miseria. Una minuscola minoranza d’uomini per interessi egoistici si è costituita in classe per tenervi soggetti, impotenti, e meglio sfruttarvi. Ogni potere pubblico è nelle loro mani quale mezzo di asservimento. Si semina corruzione a piene mani per precludere alle vostre coscienze qualunque percezione di dritto. Il vostro sangue, il vostro onore, il vostro corpo, ènull’altro per essi che strumento creatore di benessere. Voi certo desiderate dei miglioramenti: Basta crederli attuabili, come tutti li credete: basta capire che essi non potranno venirvi concessi spontaneamente dalle classi sovrastanti senza lotta; che nessuna lotta si vince senza forza, che nessuna forza si consegue senza accordo. Tralasciate le piccole animosità, smussate qualche divergenza fra voi, valutate invece com’è smisurata la folla a cui siete mischiati, quale potenza essa puÚ esercitare se cosciente, compatta. Nel prossimo giorno, nel quale confiderete il vostro avvenire e quello dei vostri figliuoli, nelle mani dell’eligendo deputato, riflettete sull’uomo a cui affidate sÏ importante mandato. (Carlo Turano Il Girovago. Pro-Candidatura C. Turano. Elezioni politiche nel Collegio di Cotrone, Tipografia di Tommaso Pirozzi, Cotrone 1897)

 

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Casali del Manco

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Le pagine di questo piccolo volume, concernenti l’evento storico della unione di alcuni comuni della Presila Cosentina nel comune unico di Casali del Manco, riportano le modalità con le quali si è giunti alla realizzazione dell’evento e il contesto storico in cui è nato. Per quanto attiene alla attività gestionale del Comune Unico il riferimento di queste pagine si esprime, causa pandemia, in due tempi diversi. Un inizio in cui accanto alle esortazioni e alle sollecitazioni al fare si sottolinea la necessità di prevedere e di prevenire effetti negativi possibili. E un secondo tempo in cui, a distanza di circa tre anni dall’insediamento, si osserva e si riferisce che la gestione seguita dalla nuova Amministrazione non ha dimostrato finora l’impegno necessario, motivo per il quale alla parola opportunità non può essere levato il punto interrogativo. Ma l’autore, il quale insiste nello scrivere che mai devono venir meno la fiducia e la speranza, invita ad andare avanti perché “non è mai troppo tardi”, e perché non si è fuori tempo massimo.

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Cinque ragioni per stare alla larga da Pino Aprile

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A lungo snobbato dagli storici, l’ex direttore di uno dei più diffusi rotocalchi italiani, Pino Aprile, ha potuto ricostruire la storia d’Italia senza doversi misurare con la faticosa analisi di fonti e di documenti. Il racconto di Aprile è un misto di mezze verità e di complete omissioni, che serve solo ad alimentare un pericoloso sentimento di revanscismo reazionario nei confronti delle regioni del Nord. Il Mezzogiorno deve, invece, essere capace di affrontare le sfide della modernità con serietà e rigore, senza ricorrere a falsificazioni per affermare il buon diritto delle sue popolazioni a condividere il benessere e la ricchezza raggiunte dal resto del Paese.

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Civilizzare il capitalismo

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Un tempo di  forte crisi quello attuale.
Da qui nasce il libro Civilizzare il capitalismo, che, dopo aver analizzato le cause che hanno portato all’instabilità del nostro tempo, dichiara subito i temi della narrazione: la globalizzazione, la politica e la religione.
La globalizzazione – marxianamente intesa – è un fenomeno ineluttabile e di progresso e perciò ben diversa dal capitalismo in quanto tale. Di conseguenza, la sinistra non dovrà misurarsi dialetticamente con la globalizzazione ma con il capitalismo che, pur nelle sue periodiche metamorfosi, rimane l’avversario storico.
E qui  il secondo caposaldo del libro: quale sinistra dovrà svolgere questo decisivo ruolo?
L’Autore non sembra nutrire dubbi e rilancia con forza  il ritorno della politica alta e della socialdemocrazia in particolare, che ha dimostrato di saper “civilizzare” il capitalismo, creando in Europa il migliore modello di tutela sociale fino ad oggi conosciuto (il c.s. Welfare State).
La politica – dichiara l’Autore – in questi ultimi decenni è stata marginalizzata dalle potenti lobby economiche e perciò lancia la sfida per riportare la politica al centro delle decisioni che riguardano i destini dell’Europa, prima che sia seppellita dal crollo di secolari certezze. Tuttavia, per risalire la china della crisi morale e per ridimensionare lo strapotere dell’oligarchico governo europeo, il solo recupero della socialdemocrazia potrebbe rivelarsi insufficiente. Da questa considerazione nasce l’idea di associare all’azione politica l’elemento religioso.
Apparentemente riaprire la questione religiosa nella laica Europa, potrebbe apparire un’operazione obsoleta ma, spingendosi oltre il laico conformismo occidentale, l’Autore fa propria la svolta impressa da papa Francesco che ha rilanciato il ruolo politico della Chiesa, nel tentativo concreto di riposizionare il pendolo delle scelte economiche, sui quei valori etici che hanno sempre avuto al centro l’uomo.
Le tesi, per certi versi ardite, esposte nel libro potrebbero sembrare
delle suggestioni letterarie, un’eresia o un’utopia. Forse.

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Cocaina S.p.A.

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Dal Sud America agli Usa, dall’Africa all’Europa, dall’Asia all’Oceania, le rotte e i profitti dell’industria della polvere bianca. Storie di trafficanti, uomini d’affari, spacciatori e consumatori della regina delle droghe, che intossica milioni di persone, arricchisce le mafie e inquina il pianeta. Datele il soprannome che preferite: polvere d`angelo, bamba, cocco, barella, bonza, piscia di gatto, neve… Ma tenete bene a mente una cosa. Con qualsiasi nome la si chiami, non c`è dubbio, negli ultimi anni la regina delle droghe è diventata lei: la COCAINA. Secondo l’Onu, ne fanno uso almeno 21 milioni di persone nel mondo, 13 in Europa, 1 milione in Italia. Ma il numero totale dei consumatori cresce di continuo, in parallelo col calare del prezzo della singola dose: da sfizio costoso per le voglie dei ricchi, la polvere bianca è ormai alla portata di tutte le tasche, tanto che a Roma e Milano si vendono ormai dosi a 10-15 euro per i ragazzini. In tutto il pianeta, il giro d’affari della vendita all’ingrosso e dello spaccio minuto frutta alla Cocaina S.p.A. quasi 500 miliardi di dollari l’anno, da spartire nella trafila che va dai campesinos ai chimici, dai broker ai corrieri, fino ai pusher che vendono a folle di clienti inconsapevoli. Un boom di mercato, ma a caro prezzo: criminalità, inquinamento ambientale, corruzione, riciclaggio, terrorismo, stragi, colpi di Stato. Nel 1989, nella turbolenta Colombia di Pablo Escobar, il narcotraffico causò migliaia di vittime. Oggi gli eredi di don Pablo risiedono in Messico, dove in due anni sono state uccise oltre 13.000 persone, in una narcoguerra che ha innescato l’intervento dell’amministrazione degli Usa, guidata da Barack Obama. Nel frattempo, la valanga di neve si è mossa dalle piazze di spaccio del Sud e del Nord America, anche grazie al trampolino offerto dalle mafie italiane. Ha colonizzato l’Africa occidentale, la si può respirare nell’aria delle città europee, ha contaminato l’Australia e si appresta a sbarcare perfino in Cina, dove l’attendono frementi altri milioni di individui, ansiosi di scoprire se davvero l’ingresso nel reame sfavillante del capitalismo possa passare attraverso una narice.

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Codice rosso

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Codice Rosso è un viaggio da incubo nella Sanità calabrese che porta il lettore a sprofondare nelle malebolge dell’inferno dantesco.

E sono vere e proprie trivelle le penne dei due attenti giornalisti calabresi, Arcangelo Badolati e Attilio Sabato, che scavano in un sistema putrido e putrescente e ne tirano fuori esalazioni nocive e mortifere che fanno rabbrividire. C’è di tutto nel sistema sanitario calabrese: ruberie, sprechi indicibili, conclamati sistemi clientelari, infiltrazioni mafiose strategiche, ritardi inspiegabili, immobilismo atavico, ospedali fatiscenti, disinteresse e disattenzione e tante, forse troppe, morti in corsia.

La Sanità calabrese è da sempre un pozzo senza fondo che consuma tre quarti del bilancio regionale e spende più della metà di quanto incassa. È un sistema rimasto imbrigliato nelle maglie di una politica pasticciona che ha inaugurato ospedali mai aperti e strutture mai utilizzate. Un pianeta diventato appannaggio dei partiti che ne controllano la gestione attraverso l’occupazione sistematica delle aziende diventate vere e proprie “fabbriche del consenso”.

L’inferno.

Che la “rivoluzione copernicana” attuata negli ultimi anni con il “piano di rientro” ha reso ancora più infuocato. Una cura dimagrante che ha dimezzato reparti, ha tagliato posti letto, ha prodotto una forte emigrazione sanitaria nel mentre le risorse per migliorare gli ospedali fatiscenti si sbriciolano e sbrindellano in ogni dove.

E poi quegli ospedali vengono chiusi o ridimensionati.

Ed è per questo che in Calabria si muore di “sanità”.

Spesso. Troppo spesso.

 

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Come Dei in Terra

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Sibari, fondata nell’VIII secolo a.C. sulla costa jonica calabrese da coloni achei, diventa in meno di due secoli una metropoli di oltre 300.000 abitanti. Una città multietnica e multireligiosa, lontana per questo dai concetti di austerità e moralità del mondo greco.
Sibari è sempre apparsa grande perché grande è la sua leggenda.
La città della perdizione, della lussuria e dell’ozio descrittaci dagli storici, ci appare come la nuova Gomorra dell’Occidente. Non più corrotta di molte altre città dell’antichità, miti e leggende sono fiorite su Sibari quasi a demonizzarne il nome ed il ricordo. Infatti, pur non avendo lasciato nomi di prestigio nella storia della letteratura, della filosofia e dell’arte, né monumenti celebri in archeologia, Sibari è riuscita, come nessun’altra città coeva magnogreca, ad imporsi all’attenzione degli storici, dei ricercatori e dei viaggiatori proprio per il suo nome legato al mistero della favola, che più della storia stimola la fantasia avventurosa dell’uomo. A questo punto viene lecito domandarsi quanto di vero ci sia nel mito di Sibari.
Questo saggio vuole leggere nella documentazione letteraria ed archeologica di Sibari e della sibaritide, l’importanza determinante della sua presenza nella storia e nella cultura quale segno più arcaico della civiltà occidentale nei suoi moderni aspetti imprenditoriali di società dominata dall’economia, aperta ai valori dell’emancipazione femminile, dell’accoglienza e dell’integrazione dello straniero.
Per questa sua modernità di pensiero il mondo greco ne decreterà la distruzione ad opera delle milizie di Crotone e ne costruirà il mito.

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Compagno maggiordomo in casa Mancini

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Un simpatico affresco familiare in salsa politica, ambientato tra la fine del 1963 e la prima metà del 1964, nell’abitazione romana del potentissimo ministro della Sanità Giacomo Mancini.

E’ il succoso compendio di ricordi di cui Angelo Lo Gullo ha reso partecipe il giornalista Francesco Kostner, prezioso supporter nella realizzazione del volume.

Un quadretto domestico frizzante e suggestivo, al cui interno si intrecciano la figura dell’indimenticato leader socialista, impegnato nella fase più importante della sua esperienza politico-istituzionale, la prorompente personalità della consorte, donna Vittoria, e uno spaesato giovanotto del rione Massa di Cosenza, appunto Angelo Lo Gullo, cooptato come domestico in una delle residenze più “in” dell’epoca.

Un gustoso e avvincente volumetto che supera ogni più rosea aspettativa consentendo di conoscere da vicino, come mai è avvenuto finora, uno spaccato del contesto familiare e i forti sentimenti che hanno unito l’ex leader socialista e l’inseparabile donna Vittoria.

Se a Lo Gullo va certamente il merito di aver tirato fuori dal cassetto pagine insospettabili della sua giovinezza, Francesco Kostner si distingue ancora una volta per l’abilità narrativa con cui propone ai lettori i suoi ricordi, elegantemente inseriti in una costruzione sobria, ma accattivante.

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Cosa significa oggi essere di destra?

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Le parole della politica, al tempo dell’antipolitica, sono quasi tutte indebolite di significato. C’è in Italia un movimento di successo (il M5s) che, come altri movimenti in passato (dall’Uomo qualunque alla Lega, all’Italia dei Valori) rifiuta le categorie storiche e si dichiara oltre la destra e la sinistra. A capo del partito più rappresentativo della sinistra c’è un uomo che viene dal Centro ed è accusato di fare politiche di destra. Intanto la destra sembra liquefatta e – come previsto da un uomo di destra quale Montanelli – risulta irriconoscibile dopo lo stravolgimento portato nello scenario politico da un uomo come Berlusconi, che con la destra non aveva nulla in comune.
Ma la destra? Ce n’è ancora bisogno? Pare di sì. Mai prima di ora se n’è parlato così tanto e in modo così inconcludente. Fino a venti anni fa, una destra chiaramente riconoscibile in Italia esisteva. Alla fine, banalmente, era il mondo che si ritrovava nel Msi e in Alleanza nazionale, semplicemente perché, fino al ‘94, nessun altro in Italia si assumeva il rischio di dichiararsi “di destra”. In giro per il mondo di destre se ne possono trovare varie e di difficile omologazione tra di loro, ma questo è piuttosto dovuto al fatto che le destre, per loro stessa natura, sono un prodotto “tipico”, con tratti peculiari a secondo dei popoli e delle nazioni. Dopo che ad essere stata egemone all’interno del polo di destra, per consenso ma anche per risorse e capacità comunicative, è stata un’aggregazione composta da “destri per caso”, molti dei quali venivano dalla sinistra socialista o comunista, oggi, al netto di una moltiplicazione di gruppi parlamentari di cui non sono chiari i contorni o le strategie, a proporsi come guida è Salvini, leader di un movimento che nasce anti-italiano e che rivendica radici personali di sinistra (era il capo dei “comunisti padani”). Forse, in questo Caos, cercare di ridisegnare un perimetro che abbia una coerenza dottrinaria, storica e valoriale della Destra può apparire quasi velleitario, ma non per questo meno necessario e forse persino meritevole.

 

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