‘ne la faccia che a Cristo / più si somiglia’: la poesia mariana di Dante

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Lo studio di Antonio D’Elia ‘ne la faccia che a Cristo / più si somiglia’: la poesia mariana di Dante esamina la figura lirica della Vergine Maria all’interno della poetica dantesca, e soprattutto nella Commedia. Riprende la lezione di “figura” da parte di Auerbach, esemplata, a sua volta, sull’esegesi della Scrittura. E relaziona il cammino lirico di Dante Auctor-Agens in rapporto all’enucleazione dell’amore nuovo, che non smentisce l’antico eros. E anzi lo promuove, dopo essersi purgato negli occhi di Beatrice discepola della Vergine. La “metaforizzazione” ed il ritrovato poetico della collatio occulta esprimono in sommo grado l’analogia e contemporaneamente dicono il rapporto unitivo tra cielo e  terra mediante transumptio nel racconto dell’Exul immeritus verso la Patria celeste. E il “mariale lirico”, così viene definito il canto dantesco rivolto alla Vergine da Antonio D’Elia, è depositario attraverso l’exemplum della costante discreta ma incisiva presenza della Madre di Dio nella Commedia. La quale espone  poeticamente l’Eterno nella saldatura ritmico-plastica della cera, che guarisce la “catacresi” esistentiva e poematica del poeta-pellegrino. Il sigillo, che è Maria stessa, apre il Verbo-Parola. Il verso dantesco è così redatto nel linguaggio dell’ineffabile, espresso dalla gradazione della Luce persuasiva (il “visibile parlare”) per l’humilitas di Maria entro il rapporto Madre-figlio-canto-oratio. Lo studio analizza, poi, i luoghi della Commedia  in cui compare Maria relazionandoli con le altre opere del Fiorentino e all’interno dell’ampia esamina tra pensiero classico-pagano e pensiero cristiano. Pervenendo alla realizzazione di una riflessione esegetica che va a scavare il portato lirico-dialogico nella singolarità della figura della Madre di Dio, così come Dante ce la porge. Ella è memoria perfetta: la poesia canta Maria nel portato ontologico e nell’azione concreta del proprio incessante incedere nella storia personale e comunitaria dei credente ai quali Dante appartiene.  La relazione versificatoria di figura-persona che Dante ha coniato nel suo singolare canto costituisce, all’interno del paradosso proprio della Commedia, una tappa drammaticamente inventiva e, assieme, profondamente ricreativa nel porgere col verso l’inchoatio formae, che nella Vergine si attua costantemente Maria è l’unica figura lirica della Commedia ad essere detta, unitamente al Figlio, nella realtà complessa della sua “persona”. E il periglioso viaggio si apre nell’apparente conclusione contrastiva (Vergine-Madre) mediante la quale il poeta si immerge straordinariamente proprio “ne la faccia che a Cristo / più si somiglia” per capire Dio e l’uomo e porgerceli con il mariale lirico.
Prefazioni di Dante Della Terza
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Alle soglie della profezia

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Mia madre non smette di cantare
“… i papaveri sono alti alti e alti e tu sei piccolino…”
ed io non ho smesso di ascoltarla
nonostante gli anni abbiano inciso
la memoria nel tempo
e le parole sono diventate sabbia e vento.
Mio padre indossa un lungo cappotto spigato
ed ha l’eleganza dei sorrisi in bianco e nero
e mi prende per mano oltre le nuvole.
Solo ora ho capito cosa è la solitudine.
Ma loro sono presenti per sconfiggere ogni assenza.
Hanno la presenza degli dei
nel giardino delle rose e delle orchidee.
Sono sempre lì a custodire le mie distrazioni.
Io li racconto non per non dimenticarli.
Impossibile.
Racconto per non dimenticarmi.

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Amare Pavese

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Contributo di Marilena Cavallo

A cura di Micol Bruni

Cesare Pavese. Uno scrittore che ha attraversato le malinconie dell’amore in un vissuto di esistenze e di parole. Lo scrittore che non ha mai creduto nel realismo e, non credendoci, non lo ha mai accettato. Uno scrittore osteggiato e temuto perché la sua poesia e il suo romanzo hanno fatto scuola, ovvero hanno creato degli indirizzi letterari, estetici e linguistici.
Da Lavorare stanca a Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, da Paesi tuoi a La luna e i falò la griglia simbolica è un percorso di archetipi e di miti sino a toccare la bellezza e la morte dei Dialoghi con Leucò.
Un libro unico nel contesto del Novecento che la critica italiana non ha mai capito e tanto meno hanno compreso i compilatori delle antologie scolastiche e tanto meno i docenti che si formano su tali antologie.
Pavese resta un riferimento. Il Novecento letterario, nella sua complessità, si apre con D’Annunzio e si chiude con Pavese.

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ARTE ARTICA

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Una piccola raccolta di piccoli lavori.
Questo è Arte Artica, niente di più e niente di meno, la mia unica speranza è di poter suscitare delle sensazioni vere e sincere nei lettori, solo in quel caso potrò dire davvero che la missione è compiuta, non è questione di gloria o di fama, ma di sfIorare lo spirito di qualcuno, che magari domani non ricorderà più nemmeno il mio nome… Ma ricorderà qualcosa che ho scritto… E di questo non posso far altro che essergliene grato.

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Asmà e Shadi

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Pierfranco Bruni continua a cercare tra le pieghe del tempo, si intrattiene con i mercanti arabi e ne ascolta la voce. Lancia dadi e racconta la magia del Mediterraneo perché ne conosce il vero segreto: l’incontro. Percorsi tra la sabbia e la pietra, partenze e ritorni, dove l’altro non è nemico ma ‘Aki’, fratello nella storia.
Scambia il grano del suo Sud con olio profumato di nardo, quello che un giorno Maria Maddalena versò sui piedi del Nazareno, cogliendo la sua verità di passaggio per la Galilea.
Gerardo Picardo

I versi di Asmà e Shadi hanno in sé l’ondivago delle onde, dell’alta e della bassa marea insieme, sono un’eco che risuona e risuona e ancora risuona, sono un dialogo a due voci in cui si sente, come in una sorta di straordinaria nenia di sottofondo, un alitare costante di malinconia, un fruscio strisciante ma tenace di lacerazione che rende il verso tremendamente bello e “bellissimamente” tremendo in un perenne, ineludibile ossimoro che dura, inevitabile, fino alla fine.
Antonietta Cozza

 

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Ballata delle attese

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Erminio Maurizi è poeta originale, come formazione, non legato a sintassi preordinate. La sua poesia trova la migliore espressione nella breve misura del frammento che dà vita a testi di assoluta semplicità e trasparenza. I suoi componimenti sono caratterizzati da una dimensione narrativa e musicale del tutto particolare.

(Alberto Bevilacqua)

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Bulimia di pensieri

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Mi addentrai nella sofferenza,

sviscerai il mio inconscio e tutte le forme d’amore finora sperimentate.

Sfondai i sassi sui sentieri,

senza lasciarmi finire.

Dare parole alla mia anima mi ha salvata;

mi ha liberata dalla maledizione dei mari in cui ero sommersa.

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Dall’indifferenza alla nostalgia

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Tra i segni e le memorie il tracciato lungo ricordo. Tra etnie, Beni Culturali e scrittori. Ci sono processi che si presentano ad una chiave di lettura in cui il valore antropologico e la misura etnico linguistica offrono delle interpretazioni che hanno delle caratteristiche che penetra nel senso mitico simbolico della civiltà. Il mito è il simbolo sono dominati in un percorso certamente etnico che scava all’interno di quelle dimensioni che si prestano ad un riscontro letterario. La letteratura ah, chiaramente, modelli grazie quali è possibile sostenere un rapporto sempre più nevralgico tra la parola (meglio sarebbe dire codice delle parole) e i fattori che riguardano più direttamente sentimento della tradizione. Infatti l’incastro antropologico che si vive nella letteratura è un vissuto completamente dentro la storia delle comunità, le quali sono, comunque, espressione di civiltà e testimonianza di beni culturali.

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Errico Novella Calabrese

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L’ ERRICO, novella calabrese – così giudicò Francesco De Sanctis – “fu l’ultimo fiore della letteratura calabrese”. Comparve nel 1845. Ma da quell’anno mai più ripubblicato, e ora tolto dall’oblio e dalla polvere, come meritano le opere che aprono un nuovo cammino della letteratura italiana: quello del rinnovamento del romanticismo italiano.
L’Errico è la grande tragedia di sangue e di morte, che nasce da una terra senza giustizia. Gli scrittori nazionali ersero contro l’ingiusta giustizia dei tribunali l’arma dell’ironia, e fuor d’Italia alzarono grandi utopie. Domenico Mauro vide solo rimedio contro l’ingiusta giustizia dei tribunali il brigantaggio. Questo tema, però, resta come incapsulato e il poemetto si disnoda come dramma di una infedeltà coniugale, di una amicizia tradita, di una vendetta riparatrice.

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Frammenti di silenzi

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La parola che è capace di fissare il movimento e l’emozione per poi lasciarli andare, diventare informi, che ha il potere salvifico e guaritore delle ferite della realtà, mai rifiutata, ma trasformata a testimonianza, che il poeta ingaggia la sua lotta con la vita, e per la vita fin dagli albori della sua ricerca, di qualcosa in cui credere, prima della necessità di esprimerla con voce irripetibile  nei suoi versi.

Nuccia Martire

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Il fu Mattia Pascal romanzo del fu Luigi Pirandello

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Mi tremavano le mani nello spiegare Il Foglietto. In prima pagina, nulla. Cercai nelle due interne, e subito mi saltò a gli occhi un segno di lutto in capo alla terza pagina e, sotto, a grosse lettere, il mio nome. (da Il fu Mattia Pascal) Sarebbe veramente piacevole se Il fu Mattia Pascal, che uscirà in volumi sui primi del prossimo ottobre, uscisse con questo frontespizio: “Il fu Mattia Pascal, romanzo del fu Luigi Pirandello”. Figuratevi quanti elogi, la critica, e come andrebbe a ruba il volume… È, dopo Il fu Mattia Pascal, la cosa mia a cui tengo di più: forse la più fresca e viva. Già sai che si chiama Liolà. Luigi Pirandello

 

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Inanimato

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Galleria spettacolare di elementi naturali – molti attinti anche da un sottobosco  che tanto ricorda i sottosuoli dell’anima – che, intanto, rivelano una conoscenza raffinata della flora ma che, soprattutto,  passano e trapassano dalla dimensione della fisicità a quella dell’anima  e del cosmo in una dimensione panica. (dalla presentazione)

 

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La favola di Luigi Pirandello il figlio cambiato del caos d’Akragas

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L’agrigentina Mirella Salvaggio è la poetessa-lettrice della “favola del figlio cambiato” (il drammaturgo-trovatore Mida d’Akragas), l’antichissima, mediterranea, “favola” narrata dagli scrittori (Omero, Pindaro, Simonide, Empedocle, Diodoro, Cicerone, Terenzio, Petronio, Virgilio, Shakespeare, Pirandello…) e dal popolo girgentano.
In questo racconto (fra storia, tradizione ed invenzione) la Salvaggio svela il “teatro drammatico” (trovatura): la “favola” di Luigi Pirandello, il figlio cambiato (mascherato) del Caos d’Akragas.
Il presente testo si ricollega al primo studio pirandelliano-agrigentino (pubblicato nel 2008) dell’Autrice agrigentina: “Il fu Mattia Pascal, romanzo del fu Luigi Pirandello”.

… leggo e custodisco sulla mia scrivania la Sua reinvenzione di Pirandello con tutto il corteo delle sue opere e di  Agrigento: di  tutto questo ha fatto un sontuoso e giocoso e ardimentoso mito.

… festeggio la prossima uscita del Suo libro pirandelliano.

(Giorgio Bárberi Squarotti, Lettere a Mirella Salvaggio)

 

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La lontana Girgenti scenario del teatro creco del lontano Luigi Pirandello

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In questo studio pirandelliano-agrigentino la poetessa-lettrice racconta e rappresenta il lontano teatro pirandelliano, il teatro drammatico (armonia-albaurora-rosa essere-niente zero), il teatro greco, il teatro akragantino, il teatro siciliano da fare: l’opera-giornata UNA (natale della dimenticanza di prima = tela-lapide messa (errore) = moderno spettacolo dell’apparire alla LUCE) e TRINAcria (pasqua della memoria di dopo = tela-lapide levata (catastrofe) = antico teatro dell’essere nell’OMBRA) del lontano gitano rom DRAMMATURGO-SOLE (Oreste Castore-Socrate Cristo-Aner) PURANGHELLOS, l’ermetico messaggero del fuoco (amor-ROMA) della lontana Girgenti (Akragas (altamontagna) = piramide-scala croce-rabdos = opera-giornata UNA e TRINAcria del DRAMMATURGO-SOLE Calogero-Cristo-Aner, l’auleta TROVATORE Mida (Mattia Pascal), il kouros dalle mani d’oro, il figlio GIGANTE, il figlio ritrovato al Caos d’Akragas).

… e però non abbiamo ancora un teatro, e checché si faccia e si dica, difficilmente l’avremo.
I Greci che l’ebbero, ebbero anche un teatro glorioso, perché poterono serenamente contemplare ogni errore, cui deve sempre fatalmente seguire una catastrofe.
Luigi Pirandello, La menzogna del sentimento nell’arte

E se il teatro siciliano non può disporre oggi che di questi attori, vuol dire che non ha ancora in sé tanta vita e tanta forza da produrne altri; e che un teatro dialettale siciliano non esiste e, date le presenti condizioni, non si può creare, ma tutt’al più si possono far soltanto canovacci e scenarii da commedia dell’arte per le spaventose bravure del signor Grasso e della signora Aguglia.
Luigi Pirandello, Teatro siciliano?

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La poesia, la piazza, le parole

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Nell’intuizione critica di PierFranco Bruni e Marilena Cavallo la piazza non ritorna ad essere luogo di poesia ma diventa luogo della poesia, da ospitante la parola poetica si trasforma in ospitato parola poetica. Scopriamo così com’è che è la poesia italiana del secondo novecento fine primi anni del nuovo millennio, conosce la piazza come forte simbolo collegato con l’identità nella memoria…

Neria   De Giovanni

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Le città dell’anima

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In questa antologia alcuni tra i principali poeti italiani raccontano l’anima dei luoghi dove vivono, dove scrivono. I poeti riportano nelle loro opere il gorgo o il sorvolo che li domina nel momento della creatività. E’ altrettanto naturale, poi, che la loro scrittura sia convogliata su canali in cui influisce in modo significativo il posto in cui nasce. Un innegabile connubio, a questo punto, tra anima e luogo. Il simbolo di un’anestesia chiamata speranza. Nel contributo che i poeti invitati hanno qui offerto, è sorprendente l’estrema, totale innocenza con cui si sono concessi. Nelle loro confidenze nessuna zona impraticabile: tutto è chiaro e immediato come una confessione. I loro interventi si leggono come autentici pezzi di bravura: una scrittura sulla scrittura alla stregua del sempre mirabile “Pomeriggio di uno scrittore” di Peter Handke.

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Pjetër Budi poet dhe prozator

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O, i madhi Zot fatmiri,
Ti qi jē i vërtetë,
Prej qiellshit këqyri
Të tūtë qi do vetë.

Mendtë ndritua posi ylli,
Të njohonë atë jetë,
Të dīnë mirëfilli
Se ti jē i vërtetë

Krījuosi i tyne
Qi i kie krījuom,
E çpërblēsi i tyne
Me gjak tand të pāçmuom.

Tashti të lus, ndritmë muo,
Zoti im, me një rrezē,
Si të jētë urdhënuom
Shpīrtit shint prej tē.

Shqip të mudënj me rrëfyem
Ndōnjë kankë të rē,
Qi mbi qiellt t’ish pëlqyem
Përpara tŷ ke jē.

Pjetër Budi
(Nga “Doktrina e krishtenë” 1618)

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Poesie del taschino

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La raccolta “Poesie del taschino” si forma nel corso degli anni, là dove l’autore sceglie di vivere.
Le settantadue poesie sono il frutto del rapporto con i luoghi in cui si trova: Milano, Firenze, Tropea, Parghelia non sono altro che la progressione della sua espressione poetica e di vita.

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Resistere a Messina

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Un libro, questo, che tenta di sottrarsi alle angustie dell’editoria accademica, perlopiù chiusa nelle gabbie specialistiche. Basti pensare che abbatte, per la prima volta nel mondo, gli steccati tra scrittura argomentativa, scrittura giornalistica e scrittura creativa, anche per rispondere a una viepiù avvertita e diffusa esigenza di leggibilità.
Vi si troveranno, espressi in forma chiara, discorsiva, i criteri basilari della didattica dell’italiano e della lingua italiana nonché gli attuali orientamenti della critica letteraria, insieme con le più recenti proposte di riforma della Scuola e dell’Università, ma anche espliciti interventi su fatti e protagonisti della politica contemporanea. Per non dire dei siparietti autobiografici o, comunque, di vita vissuta, che vivacizzano il testo.
Si apprezzeranno, anche per la loro estrema leggibilità, saggi critici illuminanti, antiimpressionistici, su scrittori italiani, antichi e moderni, ivi compresi i giovani (e i meno giovani) emergenti.

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Solo uno sguardo io vidi…

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Nella storia della poesia italiana del Novecento Sandro Penna (Perugia 1906-Roma 1977) occupa uno spazio di impressionante invisibilità/visibilità ma diventa, tale spazio, incisivo. Ciò non deve sembrare una contraddizione, bensì uno stimolo ad approfondire la dimensione della poetica di Sandro Penna all’interno di una temperie ben definita e fortemente delineata in un “novecentismo”, in cui il “male di vivere” e la “grazia” di esistere coesistono sullo stesso tessuto sia poetico che esistenziale. Un linguaggio che si definisce nel verso e nel verseggiare ma anche nei rimandi e nelle eredità, ovvero nelle matrici letterarie e poetiche in modo particolare. Ebbene, Sandro Penna non è oltre e non è altro in un Novecento che ha assorbito (e assolto, forse) dissolvenze e inquietudini in una tela di ragno che intreccia maglie estetiche e processi culturali.

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