Patriziato rossanese Storia degli Amarelli

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Studioso appassionato, interprete straordinario di una realtà storica spesso misconosciuta, il Professore Carlino aggiunge alle sue molteplici pubblicazioni questa importante ricerca sulla nostra famiglia. Un affascinante affresco che, ispirandosi a fonti poco note, traccia le vicende millenarie degli Amarelli sullo sfondo degli eventi sociali e politici che hanno visto il Mezzogiorno protagonista di una grande storia che necessita ancora di una lettura adeguata. Acuto interprete delle preziose testimonianze rappresentate dal nostro corposo archivio familiare – dichiarato di interesse storico nazionale dal Ministero della Cultura – ha saputo aprire lo scrigno della memoria con rigoroso metodo scientifico, intrecciandone gli antichi documenti con un ampio apparato bibliografico. La sua attenzione è rivolta in particolare alla genealogia della famiglia, indispensabile alla narrazione ma molto complessa nella pianificazione, destreggiandosi abilmente nei secoli fra i diversi rami e i tanti discendenti, per giungere a delineare un’ascendenza certa delle attuali generazioni. […]

Dalla Prefazione Cav. Lav. Pina Amarelli

 

[…] L’inestimabile valore dei fatti locali è un patrimonio fragile; senza l’ausilio di questi nostri preziosi concittadini, tanta memoria andrebbe irrimediabilmente dispersa e a costoro va il mio imperituro ringraziamento. Franco Emilio Carlino ne è stimato veterano, avendo già dato alle stampe e consacrato alla memoria cittadina lavori di rilevante pregio. Sono profondamente lusingato che egli abbia voluto volgere il suo sguardo attento anche alla famiglia Amarelli e lo ringrazio. […]

Dalla Nota dell’Amministratore Delegato Dott. Fortunato Amarelli

€18,00

La spada contro la bilancia

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Con Prefazione di Antonio Nicaso

Dove nasce il coraggio di Diego Tajani, il magistrato che nel 1871, quando era procuratore di Palermo, osò denunciare le collusioni tra mafia e istituzioni? La risposta è rimasta custodita per due secoli in scatoloni impolverati: l’archivio privato della famiglia Guarany di Cutro. Affidate originariamente a una stagione di giornalismo civile, quelle carte inedite riemergono oggi per svelare il tassello mancante negli studi su uno dei protagonisti più integri del Risorgimento, oggi ritenuto un antesignano dell’Antimafia. Antonio Anastasi incrocia questi documenti privati con gli atti giudiziari del periodo catanzarese di Tajani (1866-1868), meno esplorato e meno studiato rispetto a quello più noto di Palermo, portando alla luce una simmetria inquietante. Dalla Cutro borbonica del 1842, dove erano in corso, sotto gli occhi di un Tajani adolescente, le ricerche del brigante Giosafatte Talarico, che successivamente giunse a un incredibile accordo di pacificazione ottenendo un esilio dorato con pensione a Ischia, alla Catanzaro post-unitaria, dove il magistrato si scontrò con il brigante Luigi Moraca, protetto da generali e notabili che lo vollero alla guida della forza pubblica nonostante fosse accusato di numerosi omicidi. In questo cortocircuito tra microstoria e macrostoria nasce il trauma ideologico di Tajani: il patto con il criminale come massima umiliazione per l’uomo di legge. Una battaglia contro i poteri forti che, dalle aule giudiziarie del Mezzogiorno, lo condurrà fino in Parlamento. «A colpire, prima di tutto, è l’attualità delle battaglie di Tajani. La sua ostilità verso l’idea di combattere il crimine servendosi dei criminali richiama un nodo irrisolto della storia dello Stato moderno», scrive Antonio Nicaso nella prefazione.

€18,00

Il tempo necessario

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Armando è un ex maresciallo dei Carabinieri Forestali, appena andato in pensione, che sente la sua vita sfuggirgli. Una serie di esami medici lascia intendere una possibile malattia grave, Armando si convince di avere poco tempo. L’oncologo tuttavia non parla mai chiaramente, ma usa parole che per lui suonano definitive. Per la prima volta nella sua vita, Armando sente di non avere il controllo. Decide di pianificare. Vuole lasciare la famiglia al sicuro. Un vecchio conoscente gli propone un lavoro discreto e ben pagato, per cui servono affidabilità e sangue freddo. Armando accetta, convinto di fare ciò che è necessario per proteggere chi ama. Tre incarichi, tre vittime e il denaro che cresce. Scopre di non essere scelto a caso. Ma soprattutto scopre il più grosso degli inganni firmato dal suo oncologo.

€18,00

Fata morgana 59 Racconto

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Il numero 59 di “Fata Morgana” è dedicato al tema “Racconto”. Il numero si apre con una conversazione, a cura di Daniele Dottorini, con Laura Citarella, una delle registe più importanti del cinema contemporaneo, esponente di punta del collettivo cinematografico argentino El Pampero Cine.
I saggi che lo compongono si occupano di pensare la presenza dei racconti come elemento del film e non semplicemente sinossi o trama. Si tratta di pensare il racconto come immagine, che può anche non avere immagini. La forma del racconto, cioè, come strumento del cinema, come forma narrativa e/o visiva.
All’interno di molti film un racconto, una storia evocata costruiscono un’atmosfera, un presupposto su cui si inserisce il film stesso, replicando o rovesciando il racconto. La sua forma breve si incastona a volte in modi particolari nell’economia del film.
Il racconto, chiamato spesso a spiegare, a restituire ordine al caos, è di fatto anche un possibile agente di destabilizzazione, che può portare ambiguità ulteriore nella narrazione. È il modello borgesiano e cortazariano del racconto come forma breve ed apertissima al tempo stesso, che il cinema ha spesso inglobato al suo interno.
Tra gli autori che partecipano al numero: Massimo Fusillo (Il racconto per quadri. Sulla potenza dell’ellissi), Daniele Dottorini (Il flusso infinito dei racconti. Sul Pampero Cine), Nicola Dusi (Adieu au langage di Godard: narrativo, disnarrativo, rapsodico?), Cristina Colet (“Riportare a galla” le immagini. L’auto-archivio nel cinema di Zhangke) e Paolo Jedlowski (Racconti di racconti: Vero come la finzione di Forster) e poi saggi, tra gli altri, su classici come La dolce vita e La grande bellezza e su opere più recenti come Le pupille di Alice Rohrwacher e Beau ha paura di Ari Aster.
Fascia di prezzo: da €9,99 a €18,00
ebook - cartaceo

In oblio di disincanto Pavese tra ierofania e filosofia

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Un libro non scritto soltanto. Ma vissuto profondamente. Oltre il mito e molto più vicino al sacro. Un viaggio che resta nei solchi del destino-memoria. Tra archetipi e metafisica si attraversano i simboli che formano una ierofania filosofica in cui in ogni tempo si abita la sintesi dell’eternità.

€20,00

Garibaldi, dittatore proletario

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Il Risorgimento è nato repubblicano (triennio rivoluzionario 1796-1799) e si chiude con la nascita della Repubblica italiana (2 Giugno 1946). Occorre perciò, preliminarmente, liberare il racconto sul Risorgimento dal letto di Procuste al quale è stato legato dalla dinastia sabauda e dai suoi cantori. Si scoprirà così che la prima guerra per l’indipendenza e l’Unità d’Italia è quella promossa da Gioacchino Napoleone Murat con il proclama di Rimini del 1815. La seconda guerra d’Indipendenza è quella promossa dal regno delle due Sicilie contro l’Austria del 1821. Si scoprirà che la prima Costituzione nella quale la sovranità è riconosciuta nel popolo è quella della Repubblica napoletana del 1799. Il ruolo del Mezzogiorno emerge, così, come soggetto protagonista del processo risorgimentale. È all’interno del Mezzogiorno poi che il Risorgimento assume la caratteristica di guerra civile. Una guerra civile al cui interno esplodono le contraddizioni frutto dei bisogni diversi tra ceti popolari, che vogliono uscire dalla fame, e ceti borghesi ed intellettuali, concentrati sul bisogno politico di unità della Penisola in un unico Stato. Su questa contraddizione crolla il sogno dei giacobini napoletani nel 1799; in questa contraddizione si trova impigliato anche Garibaldi per la tragedia di Bronte. La guerra civile ritorna poi nel 1821, nel 1848 e, infine, nel 1860. Il popolo, protagonista di questo processo, porta alla liberazione della Sicilia e dell’intero Mezzogiorno dalla dinastia borbonica. La delusione, nata dopo Teano che trasforma il sogno in incubo, esplode come rivolta di classe che i Savoia battezzano e reprimono ferocemente come brigantaggio. Al centro di questo processo risorgimentale si staglia la figura di Garibaldi – il dittatore proletario – che concede ai contadini senza terra i demani. La causa prima del brigantaggio e della lotta di classe contro i Savoia nel Mezzogiorno è figlia della revoca, di fatto e di diritto, del decreto di Garibaldi relativo alla quotizzazione dei demani. Il Mezzogiorno sarebbe stato condannato al sottosviluppo e avrebbe visto la creazione della mafia da parte del Governo come braccio armato illegale del blocco agrario contro i contadini. Un dramma le cui ferite sono ancora aperte e sanguinanti.

€40,00

Collana Repaci

Gratifica particolarmente la nostra casa editrice la decisione di riproporre ai lettori la corposa e variegata produzione letteraria di Leonida Repaci, certamente uno dei figli migliori e più autentici della Calabria del secolo scorso: socialista, antifascista, scrittore, saggista, poeta, drammaturgo e giornalista di vaglia nel panorama italiano del suo tempo.

L’idea di questa iniziativa si colloca nel contesto delle celebrazioni per il settantesimo anniversario della “Luigi Pellegrini Editore” (1952/2022), e di tale importante appuntamento rappresenta senza dubbio una delle tappe più significative e di maggiore portata culturale.

Repaci – peraltro legato da sentimenti profondi di stima e amicizia al fondatore della nostra casa editrice, Luigi Pellegrini – e la sua consistente opera, in larga parte di profilo autobiografico, ma ricca di suggestive ambientazioni storico-sociali e di acuti approfondimenti tematici, strettamente legati ai problemi e alle vicende della sua terra, riflettono con compiutezza e originalità l’obiettivo che ha via via accompagnato il nostro cammino: agganciare l’idea di un Mezzogiorno dinamico e avanzato alla formazione di una robusta identità etica e di una solida coscienza civile.

Cominciamo, dunque, questo cammino, con un lavoro inedito, “I fatti di Palmi” – Autodifesa al processo di Catanzaro del 1925, abilmente curato da Natale Pace, tra i maggiori conoscitori di Repaci.

Si tratta dell’arringa pronunciata dallo scrittore davanti alla Corte d’Appello di quella città, che lo vide imputato insieme con i fratelli Giuseppe, Gaetano e Francesco, e i cognati Francesco Parisi e Vincenzo Mancuso. Un’accorata autodifesa contro le accuse fasciste di aver fomentato i tafferugli accaduti quell’anno nella cittadina tirrenica in occasione della Varia. Ma anche il riflesso del clima oppressivo e intimidatorio instaurato dal regime mussoliniano, che aveva cancellato ogni speranza di mantenere il nostro Paese nell’alveo della democrazia e della libertà.

“…mi pare si chiamasse Mancini”

Vent’anni fa, l’8 aprile 2002, moriva Giacomo Mancini, esponente di spicco del Partito socialista italiano, di cui fu anche segretario nazionale, e più volte ministro della Repubblica. Più che mai opportuno, quindi, in occasione di questo anniversario, riproporre l’intenso excursus politico-amministrativo tracciato dal figlio Pietro nel volume “…mi pare si chiamasse MANCINI…”, che la nostra casa editrice ha pubblicato nel 2016, in occasione del centenario della nascita dell’ex leader socialista. La sua lunga esperienza politica è stata suggellata da passaggi e tappe di grande prestigio. Deputato dal 1948 fino al 1992, Mancini è stato Ministro della Sanità nel primo governo Moro (4-12-1963/22-7-1964), Ministro ai Lavori Pubblici nel secondo (22-7-1964/23-2-1966) e terzo governo Moro (23-2-1966/5-6-1968) e nel primo (12-12-1968 / 5-8-1968) e secondo (5-8-1969/ 27-3-1970) governo Rumor, Ministro del Mezzogiorno nel quinto governo Rumor (14-3-1974/23-11-1974).
Come Ministro della Sanità, impose il vaccino Sabin, che debellò la poliomielite in Italia. Come Ministro dei Lavori Pubblici, combattè la speculazione edilizia, intervenendo per denunciare, alla Camera, i “fatti mostruosi" di Agrigento, per salvare l’Appia Antica di Roma ed in numerose altre occasioni tanto da ottenere il riconoscimento, unanime, del Parlamento Italiano che, unico esempio, nella storia d’Italia di tutti i tempi, gli conferì la Medaglia d’Oro per la sua attività. Completò l’Autostrada Milano- Napoli, fece costruire la Salerno-Reggio Calabria, la Roma-Civitavecchia, la Roma-Aquila-Pescara e tante altre sedi stradali, in ogni parte d’Italia, avviando la costituzione di un enorme patrimonio di infrastrutture, tra le quali porti (Gioia Tauro) e aeroporti (Lamezia Terme), oltre a difendere Venezia dall’abbassamento del fondo marino, la Torre di Pisa dalla sua pericolosa inclinazione, Firenze dall’alluvione, che l’aveva devastata, nel novembre del 1966. Mancini creò la Commissione Nazionale di Studi contro il degrado idrogeologico, presieduta dal prof. De Marchi, i cui risultati sono, ancora oggi, gli unici, che abbiano offerto un quadro completo dei gravi problemi di degrado, che persistono. Sul fronte culturale, infine, il suo impegno fu determinante per la costruzione, ad Arcavacata (CS), dell’Università della Calabria e per la pubblicazione, nel 1973, del primo quotidiano, realizzato nella regione, “Il Giornale di Calabria", diretto da Piero Ardenti. Il 5 dicembre 1993 venne eletto Sindaco di Cosenza, il primo scelto direttamente dai cittadini, riconfermato, con un voto plebiscitario, nel 1997. Accusato nel 1994 di concorso esterno in associazione mafiosa da alcuni magistrati di Reggio Calabria, venne assolto perché il fatto non sussiste dopo un lungo e doloroso percorso giudiziario che lo vide, tuttavia, determinato a difendere la propria onorabilità, il prestigio e la considerazione unanimi conquistati nel corso della sua lunga esperienza parlamentare e di governo. Oggi, in occasione del ventennale della scomparsa, la riproposta del volume scritto dal figlio Pietro rappresenta un doveroso omaggio ad uno dei maggiori protagonisti della scena politica calabrese e meridionale.

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Video intervista: Walter Pellegrini

Video in Primo Piano: Walter Pellegrini

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