Un posto nel mondo
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L’intreccio tra la migrazione in Italia e la pratica della scrittura letteraria in lingua italiana accomuna le donne le cui storie, raccolte in lunghe interviste biografiche, sono presentate e analizzate in questo volume.
La migrazione può configurarsi come esperienza di sradicamento e di solitudine, anche in ragione delle forme di esclusione attive nella società d’approdo. Ma la pratica della scrittura, nella nuova lingua, può essere strumento attraverso il quale costruire nuove appartenenze e sentire di poter avere, ancora, «un posto nel mondo», come afferma una delle donne intervistate.
Le biografie raccolte mettono in crisi l’immaginario egemonico sulle “donne migranti”, popolato da stereotipi in cui si intersecano assunti razzisti, sessisti ed eurocentrici. L’esperienza della scrittura in migrazione viene interpretata e discussa come una pratica di soggettivazione, una pratica cioè attraverso la quale le donne migranti cessano di essere soggetti narrati e si rendono soggetti narranti, potendo così contribuire a ri-nominare e ri-significare i processi di costruzione e reificazione dell’alterità.
«Questo è un libro in cui la sociologia è vivente. Promuove e articola la percezione di uno scarto fra le esperienze di chi questo mondo lo abita e i modi in cui le narrazioni più correnti le deformano. Promuove e articola curiosità e critica. È un libro molto bello. Io spero che lo leggano in tanti».
Dalla Prefazione di Paolo Jedlowski
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Un pupazzo nel buco
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Nello scenario di Vallerosa, fittizia cittadina meridionale
peraltro raffigurata mediante tratti rapidi ma alquanto
espressivi, si svolge la vicenda di Carlo, giovane docente
di Lettere diretto alla volta di Pizzo Calabro, luogo ‘reale’
eppure destinato a restare sullo sfondo e consegnato, così,
alla medesima sfera immaginaria nella quale è situata Vallerosa,
che diventa giocoforza la meta del viaggio intrapreso
dal professore. Questi, peraltro, è reduce da una fallimentare
esperienza matrimoniale, foriera di un profondo
senso di scacco contro il quale, appunto, egli cerca di opporre
la ‘smemoratezza’ di una vacanza i cui esiti saranno,
invece, assolutamente diversi da quanto comunemente reputato
dall’immaginario collettivo, compreso quello del
protagonista.
Tutto ha inizio con l’interruzione di un tratto autostradale
che costringe Carlo a deviare la rotta e a trovarsi, così,
catapultato in un posto di cui ignorava l’esistenza: mentre
sta percorrendo una delle strade alla ricerca di un percorso
alternativo, viene letteralmente folgorato dalla vista di una
donna bellissima che suscita in lui il desiderio di conoscerla.
Inizia una sorta di pedinamento che si conclude felicemente:
grazie ad un pretesto, invero neanche particolarmente
originale, l’uomo consegue il suo scopo e, al di là delle
più rosee prospettive immaginabili, ella accetta di recarsi
con lui a cena la sera stessa. Dopodiché
Un secolo di sport
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Ho tracciato un viottolo a colpi di penna.
E chissà che un domani a qualcuno verrà
l’uzzolo di approfondire, ciò che io ho abbozzato.
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Un sogno chiamato Ciampino
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Il genere umano, nel corso della storia, ha trovato di volta in volta modi diversi di abitare un luogo, seguendo le caratteristiche del territorio e del clima, modificandolo a seconda delle proprie esigenze e per le proprie finalità. Questo romanzo, attraverso le vicende personali di Dino e Giulia – prima – e di Giuseppe e Lorena – poi – segue l’evoluzione dai primi anni del ’900 fino agli Anni ’60 di quell’insediamento umano fatto della forza lavoro proveniente da tutte le regioni italiane, che, da una realtà contadina – campi sterrati e ampi vigneti – è diventato un centro urbano che oggi rivendica il suo posto nella storia, Ciampino. La distanza da Roma l’ha da sempre resa una zona franca di provincia. E le sue vicissitudini – dal primo dopoguerra coi suoi campi, l’aeroscalo e i dirigibili, il tentativo della realizzazione della città-giardino, fino al secondo dopoguerra, con gli sfollati in attesa di una casa e i primi servizi di istruzione – rappresentano bene il passaggio verso l’industrializzazione del paese. Ma “Un sogno chiamato Ciampino” vuole essere anche un omaggio alla città, a una dimensione collettiva che rappresenta più di quanto si è soliti raccontare. L’Autrice, Lina Furfaro, ciampinese d’acquisizione, ha messo a disposizione le sue ricerche storiche e antropologiche per mischiarle a una storia romanzata dove le vicende umane e sentimentali prendono il sopravvento. Ne viene fuori una riflessione intensa sulla natura umana e sulla sua condizione, anche in relazione alla terra. Il libro si apre, non a caso, con Pier Paolo Pasolini che, nei suoi tre anni di insegnamento alla scuola media “Francesco Petrarca”, vive la periferia romana che di lì a poco lo porterà a scrivere delle borgate e della piccolissima borghesia, dando vita a un legame tra la sua figura e Ciampino che da allora è diventato indissolubile. La veridicità testimoniale dei ricordi, la ricerca d’archivio e la penna sapiente e armonica, sempre delicata, di Lina Furfaro rendono questo libro una perla preziosa della scrittura, da custodire gelosamente sia per coloro i quali conoscono bene la realtà ciampinese sia per quelli che ignorandola possono trovare qui l’occasione giusta per scoprirla.
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Un tracciato di lacrime
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Un percorso formativo e iniziatico alla vita è quello
del giovane Teo che, giovanissimo pastore di pecore
rintanato, quasi in maniera claustrofobica, in un piccolo
borgo della Calabria, cammina lentamente per scoprire
le sue origini, quella “parte buia della sua storia e quella
del Massaro che l’aveva cresciuto ed amato come un figlio”.
Massaro e Ragazzo sono i termini che il narratore
adopera per descrivere la storia dei due protagonisti; una
storia fatta di fatiche e pesantezza fisica e psicologica
che si dipana attraverso una matassa complessa perché
il Massaro, giunto ad un’età particolare, quella dei “riflussi,
delle rivisitazioni, del resoconto” e, risentendo di
molti acciacchi fisici, sente il bisogno esistenziale di raccontare
al Ragazzo/Teo la storia di una strana adozione
avvenuta quasi casualmente: “mentre pascolavo le pecore,
udii piangere un bambino, che trovai avvolto dentro
un panno di tela bianca. Lo presi in braccio e mi recai a
bussare alla porta del convento. Avrei voluto consegnarlo
ai frati ma…loro mi spiegarono se non mi fossi occupato
di allevarlo, sarebbe finito presso una casa di carità”.
Un tuffo nel passato
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Il libro, semplice e chiaro nella struttura e nel linguaggio, nasce
dalla voglia dell’autore di tuffarsi nel passato, per far sì che,
attraverso il racconto di fatti ed eventi, di luoghi e sensazioni, i
giovani possano riflettere su alcune tematiche che rappresentano
un sistema di valori intramontabili.
Giannino, il protagonista-narratore, vive la sua infanzia e
adolescenza in un piccolo paese del Sud dove gli anziani parlano
sempre di lavoro nei campi, di emigrazione, di guerra, ma nello
stesso tempo trasmettono con la loro saggezza insegnamenti di
vita.
Gli argomenti trattati spaziano dall’amicizia ai primi fremiti
d’amore, dai piccoli e grandi sacrifici alla gioia di vedere realizzati
i propri sogni, dal dolore per la lontananza e per la perdita di
persone care alla gratificazione di sentirsi felice per aver spontaneamente
dato più che ricevuto.
Si affrontano temi dolorosi e attuali come il rapporto genitorifigli,
la violenza, la solitudine, la disabilità, e si sperimenta l’accoglienza,
la fede, il perdono, la donazione di organi, la solidarietà
nei confronti degli altri.
Giannino è un ragazzo molto sensibile e disponibile verso gli
altri e lo dimostra nel suo piccolo, nei suoi gesti quotidiani offrendo
il prorpio tempo, mettendo a disposizione degli altri ore
della propria vita, la capacità di ascolto, il dialogo, l’amore, e
quando vede tornare il sorriso sul volto di chi ha aiutato non è
una soddisfazione da poco!
Un vento dall’urlo selvaggio
[wc-ps]
Un’atmosfera onirica, quasi fiabesca avvolge le prime
pagine di questo romanzo. Un sogno che si avvera. L’emersione
dalla soffocante condizione di povertà, da parte anche
di uno solo dei membri di quella classe contadina meridionale
di fine Ottocento, può essere concepita come la rivalsa
di un intero ceto sociale, perennemente tenuto sotto il giogo
di una sorte avversa. Ma le vicende umane sopraggiungono
con il loro impeto a piegare la testa di chi aveva osato
inorgoglirsi.
Un viaggiatore tra borghi e città
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Perché questo libro? Perché ho voluto proporre un percorso storico e culturale, che è stato un viaggio suggestivo, molto spesso non facile. Ho visitato luoghi, borghi e città da un fascino straordinario. Questi sono stati i miei compagni di viaggio. Un viaggio questo alla scoperta delle nostre debolezze, delle nostre capacità e di luoghi a molti di noi sconosciuti. Questo mio libro vuole essere un percorso che superi l’antico e affermi il nuovo. Spero che queste pagine coinvolgano il lettore nello scoprire paesaggi e luoghi affascinanti, interessanti e ricchi di memorie culturali e storiche. Per me il viaggiare è il sapere della conoscenza, come afferma anche in questo suo scritto l’antropologo francese Marc Augé: “Forse uno dei nostri compiti più urgenti consiste nell’imparare di nuovo a viaggiare, eventualmente nelle nostre vicinanze, per imparare di nuovo a vedere”.
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Un’altra vita
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Percorrere i labirinti sepolcrali di un cimitero come fossero sentieri di parco e raccogliere nelle testimonianze dei morti l’idea della vita. In questi elementi apparentemente contraddittori si sviluppa il lavoro di Giuliana Traverso che rifuggendo la facile lettura del monumento-documento (esercizio di stile fotografico diffuso e comunque apprezzabile quanto tuttavia ripetitivo e per certi versi scontato) realizza un album di visioni attraverso la scomposizione delle figure.
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Un’etica minima per un pianeta in via di estinzione
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L’etica, a maggior ragione quella minima, che qui si reclama e si propone dipende dalla ‘buona volontà’ di voler condividere alcuni valori (per esempio i diritti dell’uomo), ma anche principi, regole, norme, convenzioni che potrebbero risultare, se universalmente riconosciuti, una cifra valoriale per assicurare un avvenire alle generazioni future e all’eco-sistema terra nel suo insieme. Quel che si cerca, non è un consenso ampio, un’etica in generale, (ne sono state formulate tante nella storia del pensiero occidentale). L’etica minima, che qui si propone, invece, è una cifra che, se riconosciuta e condivisa globalmente, vuole corrispondere alla necessità di poter garantire la sopravvivenza della vita sul pianeta terra e la sopravvivenza dell’eco-sistema terra nelle sue tante differenziazioni specificità e diversità, non da ultimo, e nella sua amplissima complessità, in generale. L’etica, come sempre pensata, è, come si sottolineava, un orientamento a valori, principi, regole, convenzioni, per un con-vivere comune, pacifico dei popoli, nelle co-partecipazioni e collaborazioni internazionali, possibilmente ragionate, in senso razionale ma anche e soprattutto in senso morale. Razionalità e moralità sono vie non parallele di quest’etica universale minima dell’unione/comunione della fratellanza del governo dei popoli, ma due istanze unite o urgentemente da unire, inscindibili e ineludibili, per il bene della casa comune: la terra. L’etica, come si faceva rilevare, non ha un fondamento universalmente condivisibile, anzi è priva di ogni fondamento e lascia ognuno alla sua libertà di scelta e di argomentazione, alla possibilità di decidere, di seguire o no, determinate norme, abbracciare o rifiutare determinati principi e regole. L’etica richiama però anche alle conseguenze delle proprie decisioni e del proprio agire. Libertà di scelta non può significare fai ‘quello che vuoi’ né potrà mai giustificare i danni che crei e che potresti creare all’altro e all’ambiente con il tuo voluto o non voluto sconsiderato, egoistico, squilibrato e in ultima analisi, irragionevole e immorale comportamento.
Una buona stella
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Serve una prefazione? NO Serve una dedica? NO Serve una lettera? SÌ. A chi? Agli adulti! Ai GRANDI della Terra.
La mattina non mi alzo più presto dal letto, per andare a scuola a piedi con i miei compagni. La campanella della scuola non suona più La mia classe non c’è più. La mia scuola non esiste più. La mia scuola è distrutta. Ogni giorno, in silenzio ripasso le cose che ho imparato: le poesie, i numeri, le tabelline, la Storia. Ripasso per non dimenticare. Ma poi penso: a che serve? Tanto non serve più perché la mia classe non c’è più, il mio maestro non c’è più, la mia scuola non esiste più!
Una città di medici
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“Sono poco più di 200 i medici che, a partire dagli inizi del ‘900 fino ad oggi, sono nati a Paola o qui hanno deciso di stabilire la residenza per potere svolgere la loro splendida professione, la più bella del mondo. Se poi si aggiungono i medici non paolani (anche essi più di 200) che a partire dal 1970 hanno lavorato o lavorano tuttora presso l’ospedale San Francesco, ben si comprende perché Paola è “Città di medici”.
Così inizia il racconto della biografia di diversi medici paolani non più viventi, la cui memoria è importante mantenere viva perché fanno parte della storia della nostra città.
Il lavoro è il frutto di attente e documentate ricerche condotte in archivi e biblioteche familiari; alla sua realizzazione hanno contribuito lunghi colloqui e telefonate con i parenti dei medici citati e le testimonianze di persone che li hanno conosciuti e frequentati quando erano in vita.
Un breve capitolo è dedicato alla memoria delle Ostetriche comunali che in epoca precedente all’apertura del reparto ospedaliero di Ostetricia hanno fatto nascere generazioni di paolani.
Nella seconda parte del libro, l’Autore immagina “interviste e dialoghi impossibili” tra quattro medici paolani attualmente all’apice della loro carriera professionale e altri due non più viventi che hanno svolto la loro professione in epoche pionieristiche della Medicina, prima e dopo la seconda guerra mondiale, e in condizioni socio-sanitarie molto difficili.
L’Autore è certo che il Lettore accorto, sfogliandone le pagine, noterà che questo libro
“è qualcosa di più di una indagine, di un resoconto, di una ricostruzione puntuale e attenta di un pezzo importante della storia sociale della nostra città. È, sì, tutto questo. Ma è anche un romanzo storico e un trattato di medicina”. (Dalla “Prefazione” di Roberto Losso)
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Una città una rivoluzione
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Lo spazio pubblico è al contempo lo spazio fisico che nelle città permette ad estranei di entrare in contatto e lo spazio relazionale dove l’opinione pubblica si forma e si manifesta. A Tunisi per oltre vent’anni questo spazio, sottoposto ad un feroce controllo poliziesco, era riservato ai simboli e alle manifestazioni inneggianti alla dittatura di Ben Ali: la Rivoluzione del 14 gennaio 2011 che lo ha messo in fuga ha avuto come primo esito la riconquista dello spazio pubblico.
Il libro analizza in che modo una rivoluzione ha cambiato il paesaggio urbano di una capitale. Includendo nello stesso sguardo le trasformazioni semantiche, estetiche e simboliche visibili nelle strade, nelle piazze, sui muri e le nuove pratiche sociali osservabili sui marciapiedi, nei caffè, nei luoghi della cultura e in quelli della politica, vuole mostrare la stretta relazione che si dà tra spazio fisico e pratica politica.
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Una Donna del suo Tempo
[wc-ps]
When Frances G. Fahy outlined her draft project for a
novel set in our town I was immediately interested not only
because of Maida’s central role in history but, above all,
because a real-fantasy work of this type could be a motivating
force for young people in search of their origins and curious
about the “Palace” life of our onetime rulers.
The story is intriguing, it evolves swiftly around the central
character, Ippolita. An innocent girl, a strong-willed woman,
a ruler among her people, with her people in her fight for the
renewal of her beloved Maida.
The story is romantic but harsh, tender but at the same
time dramatic. Cholera, earthquakes, hunger, misery, are the
background to relationships and violent passions that are only
hinted at.
The author calls her “a woman of her time” a woman
who struggles between her upbringing at Court and her desire
to face life outside the boundaries of Court formalities. This
novel makes us want to close our eyes and go back in time,
to walk through the narrow streets of the town and visit the
majestic castle, the churches, the convent. Seeing the nobility,
the prestige, the solemnity of Maida just a century and a half
ago through the pages of a novel cannot but rouse the interest
of the reader.
Una lacrima… nell’universo
[wc-ps]
Massimo Veronese, scrittore non di professione, dà l’impressione di raccontare un sogno, ma, di fatto, racconta un incubo: la vita avvistata come una grande fiaba d’amore, poi, ritrovata in un tunnel di cui si può indovinare solo l’uscita lontana e quasi impossibile. L’esistenza come esperienza tragica: questo è il nucleo duro del romanzo del giovane autore, che esordisce su un tema non infrequente nella letteratura del nostro tempo e che, contro ogni attesa, perviene ad una sua ferma originalità per l’inesausta ellissi della sua parola, che tocca vicende e le trasforma in smarrimento dell’essere. Un torrenziale flusso interiore, come è proprio del grande romanzo esistenziale. Ed è a questo torrenziale flusso interiore che si deve la qualità nuova di una prosa non arrestata da punti, punti e virgola, virgole. Veloce, sussultoria, frenetica, disorganizzata nelle sue strutture canoniche, e solo ordinata dal cuore che intende affrettare la meta. Una novità e una rarità nel quadro della letteratura corrente. Pasquino Crupi
Una storia italiana
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Prefazione di Elbano de Nuccio
Introduzione di Claudio Siciliotti
Il libro nasce da una rilettura, a posteriori, degli eventi che hanno caratterizzato la vita della Professione dei Commercialisti negli ultimi trent’anni, con particolare attenzione alle trasformazioni che hanno garantito alla Categoria la visibilità e la considerazione socio-politica che meritava. Si narra degli artefici del cambiamento e della loro capacità di interagire e relazionarsi in nome di un Bene comune, ma ci si sofferma, altresì, su quanto l’alterazione delle dinamiche interne e la rottura degli equilibri precedentemente raggiunti abbia prodotto effetti devastanti sulla stessa Categoria. A dimostrazione del fatto che i successi e gli insuccessi, in qualunque ambito, spesso sono determinati non tanto dagli attori protagonisti della storia e delle storie, quanto dai loro atteggiamenti, dalle loro relazioni e dalla loro capacità o incapacità di interloquire. Questa narrazione, dunque, vuole essere un monito ai giovani, non solo Commercialisti, oggi Protagonisti di questa e di tante altre storie simili, affinché siano capaci di progettare ed agire guardando al futuro, senza però dimenticare di cogliere nel passato le criticità su cui riflettere ma anche i grandi tesori da custodire.
Una storia politica
[wc-ps]
Se mi decido a scrivere non è per rivendicare meriti e riscattare torti; non sono spinto da risentimenti e neppure da nostalgia. Anche perché, se guardo indietro, più che quel che ho compiuto, vedo quello che avrei dovuto fare e non sono riuscito a fare. Scrivo per sottoporre la mia esistenza a un esame, anzi a una prova del fuoco che consenta di distinguere in tutto ciò che ho fatto, soprattutto nella dimensione pubblica piuttosto che in quella privata, qualche cosa di buono e qualche errore. Scrivo per raccontare alla folla dispersa e viva delle compagne e dei compagni, la storia che hanno vissuto. Scrivo per ricordare i compagni scomparsi: Vincenzo Vattimo, Pietro Trimarchi, Nicola Brandi, Ferdinando La Regina, Giuseppe Galizia, Vincenzo Rossano, Giuseppe Cortese, Antonio Dorsa, Francesco Pappaterra e tanti altri che hanno lottato per il Partito Comunista Italiano e per Spezzano Albanese. A tutti racconto una storia politica recente, fatti di luci e di ombre, con la massima sincerità ed esponendo la verità dei fatti, nello sguardo soggettivo che è proprio a ciascuno di noi. Chiedo scusa a tutte le persone che cito, negli apprezzamenti come nelle critiche. Le cito perché, nella lotta comune o come avversari, sono protagoniste di questa storia che abbiamo vissuto insieme. Lo faccio, dunque, sicuramente senza nessun odio o rancore che, purtroppo, qualche volta hanno infuocato oltre misura la lotta politica. Ma con la passione che ha resa degna la Politica di impegno quotidiano. Passione che, per chi l’ha vissuta, solo il passare del tempo può raffreddare. Ma mai spegnere.
Una vita altra
[wc-ps]
…“Due ragazze all’apparenza molto simili ma in realtà molto diverse, unite però da un’amicizia unica, pura e speciale. Vivono l’una in simbiosi dell’altra. Impossibile pensare a Stella senza Gioia e a Gioia senza Stella.”
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