Cicerone e l’elogio retorico

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La trattazione del genere epidittico nell’ambito della teoria retorica di Cicerone costituisce l’oggetto di questo studio: un’indagine che si basa specialmente sulla lettura del De oratore, il grande dialogo che delinea i tratti essenziali di quell’idea di oratoria ‘perfetta’ alla cui costruzione l’Arpinate attese senza sosta nella sua attività di intellettuale “militante” protagonista di uno dei periodi più vivaci e drammatici della storia di Roma. Le osservazioni del De oratore sul terzo dei generi retorici in cui la tradizione greca divideva i tipi di orazione, il discorso di lode e di biasimo, meno articolate di quelle dedicate all’eloquenza che “milita” nel foro e nell’assemblea politica, si inquadrano con coerenza nella teoria del discorso ciceroniana. Facendo leva su una concezione “totalizzante” del sapere retorico e sulla rivalutazione dell’oratoria per il suo ruolo di cruciale protagonismo nella vita della res publica, Cicerone riesce a tracciare il profilo dell’oratore ideale senza rinunciare al patrimonio di competenze teoriche (i loci communes, gli status, la definizione di quaestio finita / infinita) che avevano configurato, fin dalla sua nascita “greca”, la pratica del discorso pubblico come disciplina fortemente tecnica.

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Cielo di piombo

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Il ricordo di Vincenzo, ex Guardia di Pubblica Sicurezza, corre a quel giorno della fine degli anni ’70 e a quella ferrovia che lo avrebbe riportato al suo paese di origine in Calabria.
Un terrorista, ferendolo nella Torino delle manifestazioni e delle proteste, aveva segnato il suo destino.
Reso inabile a svolgere il suo lavoro, avrebbe occupato un posto da impiegato civile nell’Amministrazione dello Stato.
Sono anni furibondi caratterizzati da un fermento che rende incerto perfino “l’ordine delle cose”.
Vincenzo, da ‘sciancato’, guarda agli avvenimenti nazionali e mondiali dalla sua piccola Artemisia che, se pur appare immobile, corre verso le mode della società.
Le limitazioni fisiche  non lo sconfortano e, con l’acume dello “sbirro”, compie un percorso introspettivo che lo porterà ad analizzare il valore della giustizia, il ruolo dell’informazione e le grandi scelte di una nazione di fronte ad un mondo che cambia.
Gli eventi si susseguono e, tra questi, nel marzo del 1981 la riforma del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza della Polizia di Stato che gli faranno comprendere quanto abbia contribuito a quel fondamentale  cambiamento.

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Cinema Italiano:

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II cinema è italiano. Questa affermazione decisa apre il volume di Roberto De Gaetano sulla tra dizione del nostro cinema dagli anni trenta del Novecento ad oggi. Con la modernità cinematografica il cinema rifonda le sue forme e rivela al tempo stesso la sua essenza, perchè ci riconsegna un reale senza più la mediazione dell’azione e della narrazione, attraverso una vicinanza alla “vita indiscriminata”, che viene restituita in un intreccio di rivelazione ed invenzione. In questa, il cinema italiano ha giocato un ruolo fondativo per una serie di ragioni che vengono ampiamente analizzate nel libro, e che riguardano anche la storia culturale di un Paese, animato da un’alternanza tra scetticismo e fiducia, adesione patetica e distacco comico dal mondo. Quest’alternanza ha dato vita ad una innovativa, e per molti versi unica, invenzione e contaminazione di forme, che giunge felicemente fino all’oggi. II libro si misura con autori che vanno da De Sica a Rossellini, da Monicelli a Germi, da Antonioni a Pietrangeli, da Ferreri a Petri, per giungere al cinema contemporaneo e a figure come Martone e Servillo, Bellocchio e Moretti, e ad opere quali Gomorra – La serie e Loro.

Il libro ha ottenuto il Premio Limina 2019.

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Cinema, pensiero, vita

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24 conversazioni apparse su Fata Morgana con grandi figure della contemporaneità, studiosi e artisti che parlano del cinema facendone un luogo del pensiero e una forma di vita. Un viaggio in cui il cinema e l’immagine, più di ogni altra forma d’arte, si riscoprono indissolubilmente legati alla complessità del nostro presente. Per la prima volta riunite e tradotte in inglese in un’unica pubblicazione, queste conversazioni offrono al lettore una costellazione unica di autori e temi per pensare il cinema a partire dal nostro presente e viceversa.

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Cinema, thought, life

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24 conversations originally published by Fata Morgana with important scholars and artists who have intended cinema as a place of thought and a form of life. A unique constellation of authors and themes in which cinema and the image, more than any other art form, are inextricably intertwined with the complexity of the contemporary. Edited and translated into English for the first time, these conversations offer to the reader a unique constellation of authors and themes, which leads one to reconsider cinema starting from our present and vice versa.

 

24 conversazioni apparse su Fata Morgana con grandi figure della contemporaneità, studiosi e artisti che parlano del cinema facendone un luogo del pensiero e una forma di vita. Un viaggio in cui il cinema e l’immagine, più di ogni altra forma d’arte, si riscoprono indissolubilmente legati alla complessità del nostro presente. Per la prima volta riunite e tradotte in inglese in un’unica pubblicazione, queste conversazioni offrono al lettore una costellazione unica di autori e temi per pensare il cinema a partire dal nostro presente e viceversa.

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Cinque fratelli

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È la storia di una famiglia borghese, nobile e militare da fine Ottocento ai giorni nostri. È un raccontare uno spaccato del Regno di Napoli attraverso la tradizione della famiglia Gaudinieri – Bruni, una famiglia stemmata, che ha segnato un percorso, in quella civiltà aristocratica e nobiliare, che ha visto come riferimento alcuni centri del Sud Italia e in particolare: San Lorenzo del Vallo, Spezzano Albanese, Cosenza, Terranova da Sibari, Acri oltre che Cagliari.

A scrivere Cinque fratelli. I Bruni-Gaudinieri nel vissuto di una nobiltà sono stati Micol e Pierfranco  Bruni, i quali hanno tracciato un viaggio narrativo, completamente documentato da ricerche d’archivio, da un apparato storiografico e correlato da materiale  fotografico appartenente alla famiglia Bruni.

Micol e Pierfranco Bruni hanno ricostruito la storia di una famiglia  attraversandola con un linguaggio narrativo. I cinque fratelli sono Adolfo (commerciante), Mariano (matematico e intellettuale), Virgilio Italo (commerciante e possidente terriero), Luigi (segretario comunale) e Pietro (geometra ed esperto di fotografia d’arte).

Si parte però dalla famiglia d’origine, ovvero da Francesco Ermete (Alfredo) Bruni di San Lorenzo del Vallo e da Giulia Gaudinieri di Spezzano Albanese.

Il commercio e la nobiltà incontrano due famiglie che sono possidenti agrarie. È il mondo delle professioni che apre prospettive sia culturali che tecnico-amministrative.

La nobiltà militare è stata testimoniata dal colonnello Agostino Gaudinieri, più volte decorato nella Grande Guerra, che è parte integrante tra le pagine del libro.

Si parla di una famiglia, quella dei Gaudinieri-Bruni, ma si propone uno scavo meticoloso e speculare e una interpretazione nell’evoluzione delle risorse, delle economie e delle nuove forme aristocratiche nella Calabria del Nord e del Regno di Napoli.

Il libro si chiude con uno studio che lega la famiglia al culto paolano, documentato, grazie alla attestazione della Platea Gaudinieri dalla quale si evince il segno tangibile della comunanza tra l’Ordine dei Minimi e i Gaudinieri in una profonda visione cristiana.

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Cinque ragioni per stare alla larga da Pino Aprile

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A lungo snobbato dagli storici, l’ex direttore di uno dei più diffusi rotocalchi italiani, Pino Aprile, ha potuto ricostruire la storia d’Italia senza doversi misurare con la faticosa analisi di fonti e di documenti. Il racconto di Aprile è un misto di mezze verità e di complete omissioni, che serve solo ad alimentare un pericoloso sentimento di revanscismo reazionario nei confronti delle regioni del Nord. Il Mezzogiorno deve, invece, essere capace di affrontare le sfide della modernità con serietà e rigore, senza ricorrere a falsificazioni per affermare il buon diritto delle sue popolazioni a condividere il benessere e la ricchezza raggiunte dal resto del Paese.

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Cinquecento anni di storia

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Non era facile avventurarsi nel lontano passato delle Isole filippine e non era facile penetrarle con la documentazione storica neppure quando quel lontano passato si fa più prossimo. Dell’universo mondo le Filippine sono state le meno studiate, le meno coltivate negli studi storici. E nient’affatto studiata risulta la trama di rapporti che hanno attraversato o appena sfiorato la storia delle Filippine e dell’Italia. Domenico Marcianò squarcia il velame oscuro. Colma un vuoto storiografico, risarcisce il lungo indecente silenzio eurocentrico sulle relazioni Italo-Filippine, consegna agli storici di professione materiali inediti dai quali necessariamente dovranno procedere. Dunque, non uno studio qualunque, questo del Marcianò, ma uno studio fondamentale, che tale è quando da questo non si può prescindere per avviare ulteriori ricerche. E quando la sua carica di novità assoluta apre , come nel caso di questo denso saggio, nuove finestre storiografiche. E le Filippine riemergono dal buio lineare alla luce prismatica: dall’anno della loro scoperta ad oggi.

 

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Civilizzare il capitalismo

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Un tempo di  forte crisi quello attuale.
Da qui nasce il libro Civilizzare il capitalismo, che, dopo aver analizzato le cause che hanno portato all’instabilità del nostro tempo, dichiara subito i temi della narrazione: la globalizzazione, la politica e la religione.
La globalizzazione – marxianamente intesa – è un fenomeno ineluttabile e di progresso e perciò ben diversa dal capitalismo in quanto tale. Di conseguenza, la sinistra non dovrà misurarsi dialetticamente con la globalizzazione ma con il capitalismo che, pur nelle sue periodiche metamorfosi, rimane l’avversario storico.
E qui  il secondo caposaldo del libro: quale sinistra dovrà svolgere questo decisivo ruolo?
L’Autore non sembra nutrire dubbi e rilancia con forza  il ritorno della politica alta e della socialdemocrazia in particolare, che ha dimostrato di saper “civilizzare” il capitalismo, creando in Europa il migliore modello di tutela sociale fino ad oggi conosciuto (il c.s. Welfare State).
La politica – dichiara l’Autore – in questi ultimi decenni è stata marginalizzata dalle potenti lobby economiche e perciò lancia la sfida per riportare la politica al centro delle decisioni che riguardano i destini dell’Europa, prima che sia seppellita dal crollo di secolari certezze. Tuttavia, per risalire la china della crisi morale e per ridimensionare lo strapotere dell’oligarchico governo europeo, il solo recupero della socialdemocrazia potrebbe rivelarsi insufficiente. Da questa considerazione nasce l’idea di associare all’azione politica l’elemento religioso.
Apparentemente riaprire la questione religiosa nella laica Europa, potrebbe apparire un’operazione obsoleta ma, spingendosi oltre il laico conformismo occidentale, l’Autore fa propria la svolta impressa da papa Francesco che ha rilanciato il ruolo politico della Chiesa, nel tentativo concreto di riposizionare il pendolo delle scelte economiche, sui quei valori etici che hanno sempre avuto al centro l’uomo.
Le tesi, per certi versi ardite, esposte nel libro potrebbero sembrare
delle suggestioni letterarie, un’eresia o un’utopia. Forse.

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Clint Eastwood

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Un nuovo libro su un autore classico. Un libro che affronta in forma imprevista e sorprendente uno dei grandi registi del cinema contemporaneo: Clint Eastwood. Il volume, pubblicato da Pellegrini Editore e curato da Alessandro Canadè e Alessia Cervini, è introdotto da Roberto De Gaetano, che presenta l’articolazione del volume (il primo della serie “Nomi Propri” all’interno della Collana “Frontiere”) costruito come un lessico tematico con saggi su “Adozione” “Amicizia” “Icona” “Inattuale” “Perseveranza” “Icona” “Incarnazione” “Fantasma” “Tragico”, con contributi tra gli altri di Marcello Walter Bruno, Daniele Dottorini, Alessandra Azzali, Luca Venzi, Bruno Roberti, Alessandro Cappabianca.

Quello che ne esce è l’immagine nuova di un autore, guardato sotto il filtro di prospettive eterogenee ma integrate (che giungono fino al suo ultimo film “J. Edgar”), capaci di collocarsi oltre le  più usuali etichette, che fanno di Eastwood e del suo cinema uno dei luoghi più intensi per pensare le forme di esistenza nella contemporaneità. Come dice De Gaetano nell’Introduzione: «Eastwood in un esercizio di tessitura simbolica dell’immaginario classico, che ne spiega la sua “inattualità”, ci fa vedere all’opera il costituirsi o il dissolversi di un soggetto alle prese con la vita colta nei momenti che mettono alla prova, e dunque che mettono in condizione il soggetto di cambiare o perdersi, fino a morire».

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Cocaina S.p.A.

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Dal Sud America agli Usa, dall’Africa all’Europa, dall’Asia all’Oceania, le rotte e i profitti dell’industria della polvere bianca. Storie di trafficanti, uomini d’affari, spacciatori e consumatori della regina delle droghe, che intossica milioni di persone, arricchisce le mafie e inquina il pianeta. Datele il soprannome che preferite: polvere d`angelo, bamba, cocco, barella, bonza, piscia di gatto, neve… Ma tenete bene a mente una cosa. Con qualsiasi nome la si chiami, non c`è dubbio, negli ultimi anni la regina delle droghe è diventata lei: la COCAINA. Secondo l’Onu, ne fanno uso almeno 21 milioni di persone nel mondo, 13 in Europa, 1 milione in Italia. Ma il numero totale dei consumatori cresce di continuo, in parallelo col calare del prezzo della singola dose: da sfizio costoso per le voglie dei ricchi, la polvere bianca è ormai alla portata di tutte le tasche, tanto che a Roma e Milano si vendono ormai dosi a 10-15 euro per i ragazzini. In tutto il pianeta, il giro d’affari della vendita all’ingrosso e dello spaccio minuto frutta alla Cocaina S.p.A. quasi 500 miliardi di dollari l’anno, da spartire nella trafila che va dai campesinos ai chimici, dai broker ai corrieri, fino ai pusher che vendono a folle di clienti inconsapevoli. Un boom di mercato, ma a caro prezzo: criminalità, inquinamento ambientale, corruzione, riciclaggio, terrorismo, stragi, colpi di Stato. Nel 1989, nella turbolenta Colombia di Pablo Escobar, il narcotraffico causò migliaia di vittime. Oggi gli eredi di don Pablo risiedono in Messico, dove in due anni sono state uccise oltre 13.000 persone, in una narcoguerra che ha innescato l’intervento dell’amministrazione degli Usa, guidata da Barack Obama. Nel frattempo, la valanga di neve si è mossa dalle piazze di spaccio del Sud e del Nord America, anche grazie al trampolino offerto dalle mafie italiane. Ha colonizzato l’Africa occidentale, la si può respirare nell’aria delle città europee, ha contaminato l’Australia e si appresta a sbarcare perfino in Cina, dove l’attendono frementi altri milioni di individui, ansiosi di scoprire se davvero l’ingresso nel reame sfavillante del capitalismo possa passare attraverso una narice.

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Codice quazel

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Codice Quazel non è un libro di fantascienza, né tantomeno si sviluppa sugli intrecci misteriosi tra storia e religione. È un libro che intende, invece, provare a spiegare ai ragazzi il diritto e le regole della società, attraverso il racconto di una storia fantastica nella quale non mancano i colpi di scena e i sentimenti. Un inno al rispetto reciproco tra culture diverse e distanti che alterna momenti delicati e commoventi a tenere esaltazioni di valori fondamentali per la realizzazione di una società migliore.
È un libro che cerca di realizzare i propri obiettivi didattici mediante chiari inviti alla riflessione alleggeriti nel racconto da tante situazioni divertenti, a tratti persino comiche.
Chi è Quazel?
Quazel è un giovane alieno che per fatalità si ritrova sulla Terra. Catapultato in un altro mondo da un lontano pianeta, dopo un primo momento di scoramento, la sua breve e forzata permanenza si trasformerà ben presto in un’esperienza di amicizia grazie all’incontro con dei coetanei preadolescenti. La sua permanenza sulla Terra sarà oltremodo segnata anche e soprattutto dalla voglia di scoprire tutto dei suoi nuovi amici e delle regole che governano le loro relazioni. La curiosità del giovane alieno sugli usi e i costumi dei terrestri si concentrerà infatti proprio sul tema dei diritti dei minori. Perno essenziale intorno cui ruota appunto la storia di Quazel.
Il libro offre pertanto diversi spunti di analisi su temi da approfondire, dispensa tante notizie utili e soprattutto pone all’attenzione del lettore alcune pagine di diritto, attraverso essenziali richiami, in piccolissime dosi, alla Costituzione italiana, alla Convenzione dei diritti dell’Uomo e alla Convenzione dei diritti del fanciullo.
Insomma, un libro jus in fabula cioè il diritto come una favola – dal neologismo dell’autrice – che genitori e figli potranno leggere insieme affinché nelle giovani generazioni maturino la conoscenza e il rispetto delle regole, pre-condizione necessaria per una società più sana e giusta.

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Codice rosso

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Codice Rosso è un viaggio da incubo nella Sanità calabrese che porta il lettore a sprofondare nelle malebolge dell’inferno dantesco.

E sono vere e proprie trivelle le penne dei due attenti giornalisti calabresi, Arcangelo Badolati e Attilio Sabato, che scavano in un sistema putrido e putrescente e ne tirano fuori esalazioni nocive e mortifere che fanno rabbrividire. C’è di tutto nel sistema sanitario calabrese: ruberie, sprechi indicibili, conclamati sistemi clientelari, infiltrazioni mafiose strategiche, ritardi inspiegabili, immobilismo atavico, ospedali fatiscenti, disinteresse e disattenzione e tante, forse troppe, morti in corsia.

La Sanità calabrese è da sempre un pozzo senza fondo che consuma tre quarti del bilancio regionale e spende più della metà di quanto incassa. È un sistema rimasto imbrigliato nelle maglie di una politica pasticciona che ha inaugurato ospedali mai aperti e strutture mai utilizzate. Un pianeta diventato appannaggio dei partiti che ne controllano la gestione attraverso l’occupazione sistematica delle aziende diventate vere e proprie “fabbriche del consenso”.

L’inferno.

Che la “rivoluzione copernicana” attuata negli ultimi anni con il “piano di rientro” ha reso ancora più infuocato. Una cura dimagrante che ha dimezzato reparti, ha tagliato posti letto, ha prodotto una forte emigrazione sanitaria nel mentre le risorse per migliorare gli ospedali fatiscenti si sbriciolano e sbrindellano in ogni dove.

E poi quegli ospedali vengono chiusi o ridimensionati.

Ed è per questo che in Calabria si muore di “sanità”.

Spesso. Troppo spesso.

 

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Cognizione, intersoggettività e autismo

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Obiettivo di tale ricerca è di indagare il disturbo autistico (e, di conseguenza, la capacità intersoggettiva umana) in ottica multidisciplinare, attraverso l’analisi della letteratura retrospettiva cercando di dare un contributo all’ipotesi che l’autismo sia l’espressione finale di un disturbo intersoggettivo, causato da una vera e propria sindrome da disconnessione dello sviluppo cerebrale, che è al tempo stesso geneticamente determinata ed esperienza-dipendente e che si realizza a partire dalla primissima infanzia. La condizione del soggetto autistico emerge in tutta la sua tragicità, traducendosi in un fallimento del rapporto persona-persona, soggetto-soggetto. Il disfarsi dei meccanismi intersoggettivi è talvolta accompagnato da “isolotti di capacità” che danno credito all’ipotesi che la condizione autistica, resa tale da evidenti anomalie neurobiologiche, in alcuni casi porti i soggetti affetti da tale sindrome a “pensare” in modo diverso. Diversità che, accanto alla tragicità del vissuto esistenziale dell’autistico, può avere anche i suoi aspetti positivi.
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Colei che non si deve amare

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«Venne poi Colei che non si deve amare, scritto quasi per intero fra l’Inghilterra e la Francia. È questa l’opera che segnò la fortuna di romanziere di Guido Da Verona. Crediamo che nessun altro libro di letteratura, fra quelli che non furon adottati come testi scolastici, neppure si avvicini alla tiratura di questo romanzo» (Icilio Bianchi, Guido Da Verona, Milano 1919, p. 19). In questa prospettiva di clamoroso successo di vendite si presenta il terzo romanzo di Guido Da Verona, pubblicato nel 1910 presso la casa editrice milanese Baldini e Castoldi, che tra le sue firme annoverava illustri scrittori italiani e stranieri (Fogazzaro, Dostoewskij, Gorkij, Anatole France ecc.). È lo stesso autore a indicare date e luoghi della composizione del libro, scritto fra il 1908 e il 1909, in occasione di viaggi in quei centri della mondanità internazionale che Guido si vantava di frequentare e che contribuivano ad accreditarne l’immagine del viveur nomade e raffinato, mentre alcuni critici ne mettevano in dubbio l’autenticità e li collegavano a ben orchestrati battages pubblicitari.

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Colpa e ironia nella narrativa di Grazia Deledda

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Colpa e ironia nella narrativa di Grazia Deledda raccoglie il lavoro di un seminario organizzato presso la Fondazione Guarasci, in collaborazione con alcuni licei cosentini e con la facoltà di Lettere di Sassari. Curato da Gilda De Caro e da Massimiliano Aloe, il volume è stato realizzato grazie al contributo del Ministero per i Beni e le Attività culturali (circ. n.17, 4/02/02) e alla grande e sensibile cortesia della Pellegrini Editore di Cosenza. (Scritti di Alberico Guarnieri Marco Manotta Aldo Maria Morace Giuseppe Lo Castro Lorella Giuliani)

 

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Come chiunque altro

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“Un racconto di vita, che diventa testimonianza, a volte sofferta, a volte gioiosa, di un passaggio.
Un passaggio lungo l’esistenza compiuto in maniera piena, impregnato d’amore, di rabbia, di voglia di lottare. Un dialogo con se stesso e con gli altri ed un invito ad esserci sempre e al di là di qualsiasi ostacolo nella danza della vita”.
                Matilde Ferraro Antropologa

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Come d’improvviso

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Questo libro, che nasce da un’esperienza personale, racconta una storia nella quale ci si ritrova. Colpisce l’asciuttezza, il rigore dello stile e anche dei contenuti. E poi l’ironia sottile, a cui Moira Sola non rinuncia mai.
I personaggi si muovono in punta di piedi attorno al personaggio principale, la donna, quella che deve affrontare la prova più difficile.
E lei, che sembra guardare la vita dall’esterno, come se fosse in una grande bolla, nella malattia riscopre la vita.
La genesi del libro è stata particolare, quasi inconsapevole. È come se la storia avesse preso forma da sola.

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Come Dei in Terra

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Sibari, fondata nell’VIII secolo a.C. sulla costa jonica calabrese da coloni achei, diventa in meno di due secoli una metropoli di oltre 300.000 abitanti. Una città multietnica e multireligiosa, lontana per questo dai concetti di austerità e moralità del mondo greco.
Sibari è sempre apparsa grande perché grande è la sua leggenda.
La città della perdizione, della lussuria e dell’ozio descrittaci dagli storici, ci appare come la nuova Gomorra dell’Occidente. Non più corrotta di molte altre città dell’antichità, miti e leggende sono fiorite su Sibari quasi a demonizzarne il nome ed il ricordo. Infatti, pur non avendo lasciato nomi di prestigio nella storia della letteratura, della filosofia e dell’arte, né monumenti celebri in archeologia, Sibari è riuscita, come nessun’altra città coeva magnogreca, ad imporsi all’attenzione degli storici, dei ricercatori e dei viaggiatori proprio per il suo nome legato al mistero della favola, che più della storia stimola la fantasia avventurosa dell’uomo. A questo punto viene lecito domandarsi quanto di vero ci sia nel mito di Sibari.
Questo saggio vuole leggere nella documentazione letteraria ed archeologica di Sibari e della sibaritide, l’importanza determinante della sua presenza nella storia e nella cultura quale segno più arcaico della civiltà occidentale nei suoi moderni aspetti imprenditoriali di società dominata dall’economia, aperta ai valori dell’emancipazione femminile, dell’accoglienza e dell’integrazione dello straniero.
Per questa sua modernità di pensiero il mondo greco ne decreterà la distruzione ad opera delle milizie di Crotone e ne costruirà il mito.

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Come fiore nel deserto

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La raccolta poetica: Come Fiore del Deserto è il dialogo tra più linguaggi creativi, tra poesia e cinema, in chiave antropologico-esistenziale per provare a svelare ed “accogliere verità sconosciute” (O. Ciapini).

Un viaggio tra i significati “manifesti” e “latenti” (O.C.) di opere filmiche che si traduce in suggestioni poetiche all’interno di un percorso corale di trasformazione in senso creativo.

È un progetto che è “mèta e nuova partenza” (S. Vivona) in un viaggio di crescita personale che vede la scrittura come approdo sicuro nel mare in tempesta.
Lo sguardo poetico si rivolge alla complessità del vivere, cercando le parole per decifrare “un mondo ostaggio di se stesso/vestito di vecchie/usate/ paure” (S.V.), spaziando dalla ricerca identitaria all’incontro ed alle relazioni, tra gioie e dolori, attese, illusioni e speranze, alla ricerca della Bellezza da costruire con le proprie mani e da proteggere come un “Fiore del Deserto/fragile e coraggioso” (S.V.) che cresce in condizioni difficili ma che, quando sboccia, è di rara bellezza.

 

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