Sul davanzale delle parole

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La bicicletta di mio padre nel 2011, i Cinque fratelli
nel 2016 ed ora, alle soglie del primo ventennio del nuovo
Millennio, Sul davanzale delle parole: tre titoli così diversi,
legati da un tema centrale, quello del ricordo che si fa
memoria, nel racconto autobiografico scritto attraverso le
sensazioni, le emozioni, le divagazioni dell’anima.
L’autore, Pierfranco Bruni, romanziere, poeta e saggista
pronuncia le parole come se stesse “sul loro davanzale non
cercando di catturarle perché arrivano da sole come vento,
pioggia improvvisa, diluvio di immagini.” (p. 11). Ed
i ricordi – raccontati, come dirà verso la fine del romanzo,
proprio “sul davanzale delle parole” (p. 75) – fluiscono, in
un periodare lento, composto, tra le parole che “aiutano a
capire, a scoprire” (p. 12) e si affastellano in una scrittura
che nel corso del tempo “è mutata, come il luogo del pensare
la scrittura ed i [suoi] stessi pensieri” (p. 11).
Qui, infatti, le figure dei famigliari, il padre, la madre, e
dei luoghi, il paese, la grande casa (diventata la casa museo,
“intoccabile”, in cui Bruni ha scoperto “il vivere in armonia
con se stesso” vengono narrati, ri-vissuti – rispetto agli altri
due precedenti romanzi – attraverso un nuovo punto di vista,
quello dell’età matura, propria di chi ormai porta in sé
“la saggezza di un uomo che ha vissuto le vite che gli sono
appartenute”.

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Sul pudore e sull’osceno

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Preservare il nostro desiderio d’amarci dall’orda barbarica dei vari consumismi della civiltà di massa, non è solo un dovere morale per “volerci bene” ma è anche una presa di coscienza della nostra condizione umana, finita, incompleta.

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Sulla groppa del maestrale

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L’iniziativa di riproporre in questa agile pubblicazione racconti e ricordi di nostri concittadini meno giovani ci aiuta a non dimenticare fatti, persone, luoghi che appartengono non più alla cronaca, ma alla ‘storia vissuta’ di Cosenza. I racconti che Totonno Chiappetta presenta coon la sua riconosciuta capacità narrativa sono stati raccolti direttamente dalla viva voce di tante persone che frequentano i Centri Anziani del Comune, luoghi di aggregazione sociale in cui si sperimentano amicizia e vicinanza, si ocndividono gioie ed ansie, in cui, soprattutto, si può trovare una vivacità rara in altri ambienti e, per certi versi, inaspettata… dalla presentazione di Salvatore Perugini – sindaco di Cosenza

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Sulla narrativa siciliana di Luigi Capuana

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Lo studio di Alberico Guarnieri ripercorre analiticamente la produzione narrativa di ambientazione siciliana realizzata da Luigi Capuana nel corso della sua lunga attività letteraria, anche al fine di analizzare l’immagine della realtà popolare che emerge attraverso le diverse forme narrative utilizzate dall’autore, la novella, il racconto fiabesco, la fiaba e il romanzo. Vengono in particolare prese in considerazione opere come Le Paesane (1894), per quanto concerne la novellistica, il romanzo Il marchese di Roccaverdina (1901), le fiabe di C’era una volta (1882) e il racconto fiabesco Scurpiddu (1898).
Questi testi costituiscono il primo tempo dell’approccio capuaniano al contesto siciliano, compiuto da angolazioni diverse e in periodi diversi, e svolgono la funzione di spie eloquenti della vastità degli interessi dello scrittore, nonché della sua costante volontà di operare sperimentazioni, con esiti alterni. Il quadro ambientale e sociale che Capuana traccia della sua terra non è mai univoco, poiché le novelle e il romanzo ritraggono un mondo sottoposto a un costante sovvertimento e personaggi molto più problematici di quanto la critica abbia riconosciuto, preferendo etichettarli perlopiù come macchiette prive di qualsiasi spessore psicologico e vedendoli coinvolti in vicende inverosimili atte unicamente a suscitare il riso del lettore. Dal canto loro, le fiabe e il racconto fiabesco recano tracce di inquietudini esistenziali che tendono a travalicare l’immediato senso idilliaco.

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Sulla riva del lago d’alabastro

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L’emigrazione e le sue mille sfaccettature sono al centro
di questo romanzo, scritto con le dolci note della nostalgia,
del ricordo che esula da finti moralismi, ma penetra nell’animo
del lettore e di chi, come il protagonista, ha vissuto
la sofferenza della partenza dal paese natio.
Valigie e pacchi chiusi con lo spago, speranze riposte
nel cassetto, e la consapevolezza di dover sacrificare una
vita per poter dare ai propri figli quello che ai padri è stato
negato: lo studio, come forma di liberazione da ogni abuso,
da ogni forma di sopruso che da sempre divide gli uomini in
padroni e servi, o, in datori di lavoro e dipendenti. E l’America,
con la sua Statua della Libertà, fa da cornice a questo
scritto, come un ideale cui protendere, come le ali che si
dispiegano verso l’orizzonte.
In queste pagine il filo della memoria porta indietro nel
tempo, quando il Meridione si spopola, le famiglie si spaccano
e le mogli, rimaste sole, si rimboccano le maniche e
crescono i propri figli, nella speranza del ritorno dell’uomo
amato. Ed ecco che il sacrificio diventa speranza, aspettative
da riporre nelle nuove leve, capaci, un giorno, di cambiare
il mondo e liberare le coscienze dai sensi di colpa. E poi
il ritorno al Poggio, luogo che qui diventa metafora di ogni
ritrovo, di un lungo abbraccio con una donna mai dimenticata
e di un figlio non ancora conosciuto, Joro. E poi i progetti:
“un piccolo emporio da far gestire alla moglie, delle
terre comprate da bonificare e del futuro del ragazzo che fu
mantenuto agli studi, a dimostrazione che anche tra la gente
contadina c’erano persone scaltre e intelligenti”.

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Sulle ali della carità

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Il testo vorrebbe essere un semplice lavoro di ricerca-meditazione sul tema della “Carità”, la somma virtù che può ricostruire la storia dell’uomo, portarla lontano dai sentieri della menzogna, liberarla dall’antica “tenaglia” dell’egoismo, dalle incrostazioni dei tanti mali che adombrano e disperano il nostro tempo, dalla meschinità dell’indifferenza, dalle insidie dell’intolleranza e di altre insane pulsioni. La coscienziosa riflessione si sofferma sui tanti guasti sociali, sul vuoto di valori, sull’umano dolore, sui quotidiani smarrimenti e vizi d’animo che immiseriscono le comunità ed affannano il loro incedere verso orizzonti di crescita. Non si è riusciti (ahinoi!) a stabilire ancora e definitivamente un rapporto di serena e fraterna convivenza tra i popoli tutti della terra: la fame ammazza; la violenza e l’odio seminano ovunque rovina ed angoscia, in un’infinita catena di lutti ed in un mare di lacrime; si sbarrano le porte ed i cuori ai tanti disperati che non hanno una casa e non hanno altro … È necessario che un’edificante alba di Fede si affacci nel mondo, che più alte ispirazioni maturino nel cuore dell’uomo per risvegliare la nostalgia e la sete di eterno, che la Verità faccia da “timone” per un approdo sicuro nel “porto” della beatitudine e della santità. L’amore per l’“altro”, così come vuole il Signore, impegna tutti a chinarsi sui sofferenti ed esclusi, a dar voce e farsi “vicini” ai tanti bisogni che angustiano e prostrano tanti nostri fratelli meno agiati, a riscoprire l’alto valore che contrassegna la vita umana, l’alta dignità che a tutti parimenti appartiene. Un vero cristiano deve abbattere le barriere che ovunque dividono e, pertanto, deve riaprire l’animo ai pregiati assunti evangelici che disegnano la cultura dell’incontro, della condivisione, della solidarietà ed integrazione tra i popoli, che predicano l’umiltà e la fraternità ed annunciano la definitiva liberazione dal male ed il riscatto della finitudine terrena per opera del “Giusto” che si è immolato sul Golgota …: solo nel segno della “Carità” (sia chiaro!) può riaccendersi di speranza il cammino di un’umanità che vuole e deve incontrarsi con il Padre, che vuole e deve appagare l’innata “voglia di ritorno” per immergersi, un giorno e per sempre, nella luce e nell’armonia del Sommo ed Unico Bene.

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Sulle emozioni

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Sotto e sopra la cappa del cielo non è avvenuto nulla di così radicale che non si possano più ripetere le stranezze, gli orrori, le stoltezze, i crimini, le superficialità e le imbecillità che compongono i quasi otto decenni della storia del nostro eterogeneo secolo. Tutto quello che del passato ci procura tremore e terrore è presente, come attualità o come potenzialità, nella nostra quotidianità.
Perché una nuova signora Krupp non può regalare a qualche nuovo signor Hitler un nuovo e più efficace strumento di terrore e di morte? Perché un mediocre, ma solido, perseverante, tattico, abile impostore, membro di qualche comitato centrale, non potrebbe divenire un nuovo Stalin e portare a compimento, con maggiore destrezza e successo, azioni criminose, più di quanto non abbia fatto lo Stalin dell’URSS?
A questi “perché” crediamo che non si possa rispondere con i “ricorsi” storici di vichiana memoria. Certa storia non ha bisogno di ripetersi, è già qui, anzi è sempre stata qui; per individuarla basta che ci guardiamo intorno per qualche istante, scevri da qualsiasi forma di condizionamento politico-ideologico in cui siamo calati, scevri dal misticismo dei molteplici ruoli sociali che il conformismo dominante ci ha imposto…
(da Exordium)

Amici e nemici della società aperta non vuole essere semplicemente un confronto tra Popper e Pezzimenti – filosofi, che certamente continuano ad offrire spunti originali inerenti lo sviluppo della società aperta, per il modo in cui sostengono le ragioni di una cultura cosmopolita basata sull’integrazione fra i popoli –, ma il tentativo di abbozzare e proporre al lettore una suggestiva e accurata disamina all’interno della società occidentale, partendo proprio dal rapporto epistolare che i due pensatori ebbero alternatamente per circa un decennio, dal 1984 al 1994.

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Suor T. contro Padre Fedele

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“OGGI è il giorno più bello della mia vita, perché mi sento più vicino a Gesù, perseguitato e crocifisso”. È il 23 gennaio del 2006. Padre Fedele ha appena lasciato la Questura di Cosenza con in mano la sua croce, ossia un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal gip Giusy Ferrucci su richiesta del pubblico ministero Claudio Curreli, della Procura bruzia. Il religioso ha ai suoi fianchi due agenti della squadra Mobile, che lo fanno entrare in auto per accompagnarlo nel vicino carcere “Cosmai”. L’accusa fa sobbalzare tutti: violenza sessuale, tra l’altro ai danni di una suora siciliana, sua ex collaboratrice, della Congregazione delle suore francescane dei poveri, originaria di Barcellona Pozzo di Gotto. L’aveva detto, pochi giorni prima sulle scale del tribunale di Cosenza, un ispettore della Squadra Mobile: “Fra poco esploderà una bomba”. E il botto, quel 23 gennaio, echeggia forte in tutta Italia. “Quel peccato – dice e continuerà a sostenere il frate – né l’ho fatto, né lho pensato. Sono vittima di un complotto”. Nell’ordinanza c’è scritto anche il nome di una seconda persona. Si tratta del quarantenne Antonello Gaudio, il segretario dell’Oasi Francescana, di trent’anni più giovane di padre Fedele, che viene sottoposto invece agli arresti domiciliari. All’inizio è accusato di aver preso parte ad una sola delle cinque violenze contestate dalla pubblica accusa, tutte consumate all’interno della stessa Oasi Francescana, struttura di accoglienza per poveri e stranieri voluta e creata da padre Fedele. In chiusura di indagini preliminari il pm gli riserverà un’altra brutta sorpresa, indagandolo anche per un tentativo di violenza sessuale nei confronti di una giovane ospite dell’Oasi. Il 6 luglio del 2011, dopo innumerevoli colpi di scena e ipotesi di complotto, ecco la sentenza…

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Supplici e Amazzoni

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Entrare nella complessa prospettiva di un mondo arcaico di poeti e artisti che generarono i fermenti e le basi della nostra cultura occidentale significa riandare alle radici stesse delle parole e delle immagini in cui siamo immersi. È un viaggio di ricerca attraverso suoni e figure che hanno costruito nel tempo l’asse e le modalità del nostro sentire, vedere e comunicare. … Il lavoro a tasselli modulari fungibili a livello storico-letterario viene composto e sviluppato qui in una scrittura leggera non nozionistica, aperta a riferimenti e comparazioni di tono colloquiale, assai utile a un primo approccio a una materia così densa, articolata e carica di metafore nonché di complessità lessicografiche. (dalla Prefazione)

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Sutta sutta

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Si scatenano favole su favole in Sutta Sutta 2006, come già in Sutta Sutta 1985. Accerchiano il mondo circostante, e mai lo aggirano. Lo affrontano di petto e lo prendono di petto, centralmente, là dove schiuma tutta la prepotenza e l’ipocrisia della non umana società, grande centauro che con la testa accarezza e liscia e con i piedi scalcia contro i più nobili sentimenti umani. Parlano gli animali, come già avevano parlato nelle favole di Esopo e di Fedro. Da questi due strepitosi favolisti il Guerrisi procede, ma a loro non si arresta, né li ripete nel genere. Egli è primo e solo nella straordinaria operazione d’interruzione di ciò che caratterizza e sembrava essere il destino del raccontare per favole: l’episodicità. Alla quale non si sono sottratti né i favolisti antichi né i favolisti moderni e contemporanei. Le favole del Guerrisi non sono moralità, chiuse in sé, soddisfatte di sé. Disegnano un cammino e mettono in evidenza, per la prima volta nel genere favolistico, l’esistenza di un personaggio principale, nel nostro caso l’asino, che si ripercuote di favola in favola, e lascia la porta aperta ad una visione organica dei guai del mondo. Quando questo accade, come è accaduto, si è di fronte alla trasformazione della favola in romanzo. Proprio quello che mancava alla letteratura italiana.

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Tasselli

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In questo libro l’autore racconta e si racconta. Lucio ama viaggiare anche se non può farlo quanto vorrebbe e non ama l’aeroplano, non per paura ma perché se decolla da Roma e atterra a Berlino immancabilmente pensa di avere perso il meglio del viaggio. Questo lavoro che ha fatto, di ricordare, raccordare, riannodare, è stato un viaggio dentro la memoria, dentro libri letti talvolta distrattamente e magari dimenticati, dentro la famiglia, le amicizie e i sentimenti, infine dentro se stesso. Il viaggio comincia da Napoli nel ’59 e prosegue lungo ricordi di famiglia, cronache e vicende di oltre mezzo secolo, letture e scoperte di una storia negata. Infine l’incontro con un libro dopo il quale per il nostro nulla ha potuto essere come prima e lo ha portato ad una serie di approfondimenti ed esperienze, l’ultima delle quali è stata andare a Mongiana, naturalmente in motocicletta. Alla fine del racconto troverete, sotto forma di un breve saggio, una specie di esperimento o se volete una provocazione, certamente un invito a pensare e a riflettere.

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Tecniche di comunicazione creativa: il metodo Bazar

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Sappiamo tutti che esistono diverse tipologie di libri.
Tanto per cominciare, due sono i modelli di testo
che vengono in mente come altrettanti lati della medaglia
della lettura: da un lato, ci sono saggi scientifici
ricchi di informazioni, ma spesso poco accattivanti, e
dall’altro, romanzi avvincenti ma per vocazione non
informativi.
Tra queste due tipologie, si intravede una gamma
ampia di possibilità di mediazione. In un punto di questa
galassia, poi, c’è questo saggio, un’eccezione che
fonde creatività e informazione – nella forma e nei
contenuti – costruendo un binomio fecondo all’interno
di un manuale che descrive un’innovativa proposta
di comunicazione creativa.

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Tedeschi a Vallemare e altre memorie

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Ho iniziato a scrivere di memorie dal 1946, in versi (“Quaderno dei ricordi”). Questi miei “appunti per un’autobiografia”, iniziati intorno agli anni ’60, si compongono di tre libri: Memorie e fantasie; Vallemare e altri racconti; Tedeschi a Vallemare e altre memorie. Sono stati scritti di getto senza pensare alla “forma”, volutamente, proprio di chi racconta ad un amico, fatti banalissimi della sua vita oppure assai tragici, ma col sorriso, a volte beffardo a volte tragicomico, sulle labbra. Chi non ha vissuto i miei tempi non può capire fino in fondo certe affermazioni e certe mie apparenti contraddizioni. Ho sofferto, senza venirne però moralmente toccato, tutte le incongruenti scempiaggini (potrei aggiungere sorpusi, vigliaccherie e inutili crudeltà) di questo nostro secolo che amai definire “il secolo della pazzia” (mia madre “della finazione del mondo!”). Così come appare scialbo e manchevole il mio “stile”, appare scialbo e manchevole il mio racconto. Avrei potuto rendere più rimarchevoli certi fatti? Ma come si può rendere il fuggevole “sentimento delle cose” attraverso la scarna capacità della parola? Come avrei potuto per esempio rendere il vero di quella notte di lamenti e persino di ululati scagliati al cielo da mia madre rimasta sola sulla Piazza del suo paese a gridare il mio nome di figlio: “Aldooooo Aldooooo mio…” dopo che fui portato via dai tedeschi, se non riempiendo di altrettante urla disperate pagine e pagine di questo esile e pur sempre taciturno diario? Mi fanno conforto tuttavia le affermazioni di persone di varia cultura e di vario bagaglio critico e caratura sentimentale, di cui non faccio il nome, che hanno contraddetto certe mie tormentate perplessità (“Esemplare lavoro di scavo” – “Scrittura così viva e così gradevole nel raccontare le mille cose piccole o meno” – “Sentimento delle radici del paese dell’adolescenza” – “Storie di vita e di memoria con tanti personaggi colti in modo fulmineo, perfetto, e resi allora indimenticabili” – “Scrittura inventiva, fantasiosa, creativa”). Sono pertanto restate nella penna tutte le analisi dei tanti pensieri e drammi interiori accompagnati ai fatti accaduti, la dolcezza o le angosce del riandare, nell’occulto silenzio delle notti, al tempo (e alle persone) del tempo che fu e ai perché del loro essere stati e poi del loro smarrirsi nel vuoto del presente e nel nulla del futuro. V.S.

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Tempo della rottura tempo della dialettica tempo della progettualità nella letteratura dell’immigrazione Italiana in Svizzera

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Basato sulle opere letterarie di otto autori fra i più rappresentativi dell’immigrazione italiana in Svizzera del secondo Novecento, il saggio di Raffaele De Nuccio evidenzia, grazie ad una rivisitazione originale dello strutturalismo genetico di Lucien Goldmann, tre momenti fondamentali di questa produzione: il tempo della rottura, il tempo della dialettica e il tempo della progettualità. Nel primo vengono rappresentate la rottura con i valori del paese di provenienza e la ricerca di un illusorio Eldorado; nel secondo viene illustrato lo scontro tra le categorie mentali dell’immigrato e i valori del paese ospitante; nel terzo si prospetta la possibilità della convivenza delle differenze, la socializzazione degli strumenti di produzione, l’accettazione della diversità e la flessibilità sociale.

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Tempo di acacia

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Una poetica, quella di Olivia Imbroinise che esula, in qualche modo, dalle tematiche romantiche e contemplative, coltivate soprattutto dalle donne, per caratterizzarsi in lirica civile e sociale. Ciò s’intuisce sin dalla prima raccolta “Asfodeli” (1993) e prosegue in questo “Tempo di Acacia” (2011). L’autrice osserva gli eventi e li assorbe nella propria umanità per farne una voce di corale attenzione. “Un ordito di violenza, di faide e vendette e il mondo”, scrive, e il pensiero comprende le sue tematiche che sono, nel contempo, problematiche, che si stemperano nella liricità dei componimenti, i quali si tramutano in riflessioni educative per le nuove generazioni e in meditazioni per gli adulti che, nel bene e nel male, sono i protagonisti della vita che si svolge. Sicché il senso civile si riverbera nella lirica e viceversa. Ma quando il sentire comune coglie il senso della natura, degli uomini, delle cose e delle vicende umane, la visione diventa immagini che toccano le corde dei sentimenti, la liricità si eleva e l’anima dà voce al poeta che canta la vita nei suoi drammi e nella sua dignità di essere vissuta. Le problematiche civili e sociali che hanno intessuto e intessono la nostra storia ci avvolgono in una ragnatela da cui non si riesce ad uscire se non con i valori umani e positivi a cui la medesima poetessa si rifà. (Attilio Romano, scrittore e giornalista calabrese)

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Terra amara

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Il romanzo – di cui non possediamo il manoscritto, ma due stesure dattiloscritte con il titolo Terra amara e due con il titolo Memorie del tempo –, nelle intenzioni dell’Autore avrebbe dovuto concludere – dopo Le baracche e La masseria – il ciclo delle opere narrative dedicate al mondo contadino. Il tema principale – la rivendicazione delle terre – non ci riporta all’immagine di una Calabria arcaica e pietrificata perché la lotta dei contadini avviene per combattere il perdurare del feudalesimo agrario, per dare un aspetto moderno e democratico al territorio. Lo scrittore precisa, esamina, individua i termini di una vicenda, si richiama alla razionalità che deve avere l’azione, ai modi che determinano l’avviamento degli eventi. Lo strumento della precisazione è la figura dell’endiadi, diffusissima, che afferma, conferma, ribadisce: endiadi di aggettivi, sostantivi, verbi ma anche di forme sintattiche meditate e simmetriche. Altro strumento di precisazione di presenza dell’intelletto è il richiamo ai paragoni naturalisti che ci riportano all’osservazione dei fenomeni della vita della campagna, del lavoro dei contadini, dei fenomeni atmosferici, del clima, della vita degli animali. Con tali nervature di conoscenza tecnica Fortunato Seminara ci ha lasciato un romanzo solido, in cui egli collega il vero amore della sua vita (e fu amore complesso, difficile ma chiaro), il mondo contadino guardato senza debolezza, senza folklore, con speranze sempre contenute e sempre periclitanti.

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Terra di Puglia e Basilicata

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Le testimonianze di Tommaso Fiore possono essere considerate tappe di un viaggio di un pugliese nella sua terra, con frequenti ritorni in luoghi che sembrano essergli più cari. Testimonianze che riescono ad essere ad un tempo ‘innamorate’ e fredde, sempre innervate dal senso di stupore e di sorpresa per quanto osservato, ma che soprattutto si impongono per la lucidità con la quale vengono rese e per la determinazione di staccarsi da tutti i luoghi comuni, rifiutando le scontate e abusate formule di un vieto meridionalismo.

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Terra muta

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Terremoti naturali o artificiali? Lutti e sofferenza infinita. L’Italia è scossa da una sequenza insolita di sismi che mietono vittime ignare e causano danni incalcolabili. È in atto una guerra ambientale non dichiarata, sottoposta al segreto di Stato. Di mezzo c’è la mano armata di un’entità oscura che minaccia la vita nel Belpaese. Alzi la mano chi sa che il 13 dicembre 2007, addirittura dall’estero, la Costituzione tricolore, repubblicana ed antifascista, è stata di fatto congelata senza “colpo ferire”. E che nientedimeno, al di sopra delle Forze dell’Ordine italiane (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza) s’erge senza alcun controllo della Magistratura e del Parlamento tricolore, un altro organismo con diritto di vita, di morte e di distruzione su chiunque. Insomma, la democrazia in Italia è stata abolita. Così, dietro le quinte è entrato in scena un insospettabile sistema di potere che dirige l’esistenza nello Stivale a sovranità ormai azzerata. In questi tempi confusi, l’eccesso di informazione si traduce in difetto di sapere. Ma un giornalista italiano, libero e indipendente, ha fatto luce, prove alla mano, su questo mistero, nonostante attentati e minacce di morte. Non più vittime. La sua esortazione è SU LA TESTA, prima che sia troppo tardi, prima che vada in onda il disastro finale.

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Testi con-testi

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Testi con-testi raccoglie in undici capitoli altrettanti interventi critici, editi o inediti. È un titolo programmaticamente duplice, perché evoca sia la relazione tra le parti (appunto testi con testi), sia il contesto, che sembra ormai diventato démodé, ma al quale si dovrà sempre guardare per continuare il viaggio ermeneutico nella letteratura. Gli argomenti sono l’America nel romanzo settecentesco di Pietro Chiari; una trilogia derobertiana su risorgimentalismo critico, novelle di guerra e teatro; un dittico alvariano, dedicato ad un avantesto dell’Età breve ed all’immagine della città nella trilogia delle Memorie del mondo sommerso. Completano il quadro altri soggetti, solo apparentemente distanti: le riscritture del libro Cuore fino ai giorni nostri e la letteratura dalle periferie, che comprende sia la poesia in dialetto di Ignazio Buttitta e di Paolo Bertolani, sia la narrativa di Maurizio Maggiani. Il finale è lasciato a una riflessione sugli archivi letterari e la filologia ai tempi della metamorfosi digitale, a partire da un caso concreto e attualissimo: il “Fondo Autografi Scrittori Sardi”.

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