C’era una volta

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È una iniziativa davvero pregevole questo libro, edito dalla Pellegrini e curato da
Vera Segreti, che ripropone le favole di La Fontaine, dedicate ai più piccoli.
Ho sempre pensato che siano straordinari i caratteri usciti dalla fantasia di questa
grande figura di intellettuale, erede di Esopo e con il quale tutti, in quel momento
magico, straordinario e felice che è l’infanzia, siamo venuti a contatto, custodendoli
nei nostri ricordi e nel nostro immaginario.
Le sue favole popolate da animali, astuzie, abbondanti in ironia ed anche indicazioni
utili per la vita che ci porta a crescere, fanno sorridere, ma affascinano per le
lezioni che recano con sé.
Senza dimenticare che sono vere e proprie pagine letterarie e come tali è bene
che vengano proposte ai più piccini, ai quali va sicuramente trasmesso l’amore per
la lettura così come la capacità di stimolare il senso dell’immaginazione, della creatività,
del fantastico che, spesso, incredibilmente, somiglia tanto alla realtà.
Nella curata veste grafica, corredata da bellissime immagini si presenta un prodotto
editoriale che sicuramente si farà apprezzare.
Il nostro augurio è che questo libro possa diventare per tanti bimbi un sereno e
stimolante compagno d’avventure e di giorni lieti, cui magari ricorrere, di tanto in
tanto, nella vita da adulti, attingendo a quell’universo fantastico in cui parlano cicale,
formiche, volpi, corvi, spesso con strabiliante attinenza ai tempi correnti.
Sarà magari un tuffo per ripescare perle di saggezza presentate come favole. Il
che, a ben pensare, non guasta mai.

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C’era una volta…

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Sembrerebbe l’incipit di una bella fiaba: ”C’era una volta…”
Ma non trepide principesse e nemmeno cavalieri temerari  vivranno alla fine felici e contenti.
La parabola esistenziale dei protagonisti, apparentemente l’una discorde dall’altra, si ricongiunge in un consapevole e risolutivo  Golgota.
Il giovane seminarista diventa un impegnato professore di sinistra.
Il coraggioso e tormentato Don Anselmo prende su di sé l’ultima croce e si arrende al dolore del figlio punito dal Padre.
Entrambi tragicamente sconfitti.
E non c’è luce alla fine della strada.
Anche l’amore di gioventù di Don Anselmo, abbandonato per vestire l’abito talare, ha un nome profetico: Speranza.
Non c’è lieto fine per alcuno.
Non c’è per la sorella di Don Anselmo, suora e donna violata dai marocchini. Come tante. Come troppe.
Non c’è per la dolce Annina. E tantomeno per l’arrogante podestà.
In questo piccolo mondo, compreso tra l’agonia del fascismo, il trapasso della guerra e il coraggio disperato delle lotte contadine in Calabria, non ci sono vincitori.
Solo vinti.

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C’erano una volta

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Caduti dalle nuvole

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Erminio Maurizi e Michele La Paglia raccontano la realtà con uno spostamento di prospettive. Un vero e proprio depistaggio.
Bisogna cambiare posizione più volte per entrare in questo racconto di versi e fotografie, parole e nuvole. Perché la cifra del
raccontare per versi e immagini sta in uno strano e straordinario contrappunto tra le parole e il movimento delle nuvole, la loro
composizione, il loro cromatismo, l’espansione o la riduzione. Le nuvole di La Paglia parlano ancor prima dei versi di Maurizi
così che bisogna adoperare un vero e proprio contorsionismo mentale e visivo per tenere insieme il quadro. Non si può fare altro
senza compromettere l’insieme. Ed è un bene. Un ottimo esercizio per chi legge che resta praticamente inchiodato a seguire questo
“nuvolare”. La distensione delle nuvole si accompagna, infatti, ad una distensione tematica, l’incresparsi e l’annerirsi dei nuvoloni
promette vento e pioggia di versi. Più spesso il lettore s’imbatterà in nuvole dense e nere, assai dolenti perché loro, le Nuvole, sono
il contrappunto lirico dell’animo del poeta che stanno fila a fila e a casaccio/ disseminate in ordine sparso/ spuntano come i funghi/
dopo il caldo con le prime piogge/ sfilano a stelo a palla a ombrello. Maurizi, da ottimo paroliere, ci avverte subito nella chiosa epigrafica
che quello che racconterà sarà arduo: Forse è nuvolo/ è nuvolo/ è ancora nuvolo/ è molto nuvolo/ è proprio nuvolo/ è sempre
più nuvolo. C’è , fin da subito, un climax sofferto che ora ascende e poi discende a strapiombo perché il “forse” iniziale è annullato
da quel “è sempre più nuvolo”. Il nostro tempo è nuvolo, sempre più nuvolo e non pare al poeta che ci sia molto da star contenti:
nelle nuvole finiscono/ pure i pensieri le brame le idee/ e quando piove le sorprese. Ecco: i versi di Maurizi raccontano il declino in
cui siamo immersi e le nuvole se lo risucchiano questo declino ed è per questo che si ingrossano e si arrovellano come testimoni di
una realtà senza sogno e, da sopra le nostre teste, ci sguardano tra il pietoso e l’irriverente. E per raccontare questo tempo nuvolo,
Maurizi utilizza un versificare particolare: i versi sono allungati in un andamento descrittivo, colmi di fratture, sincopati e spezzati
e ci offrono un racconto delle vicende umane odierne senza mai utilizzare un minimo segno di punteggiatura. Un versificare libero,
che è un quasi andare alla deriva, perché la virgola e il punto sono le reti del verso e, quando mancano, il lettore sente il senso estremo
di un imminente naufragio. Compaiono, subito, come in un squarcio di cielo, gli immigrati e sono come una pescata di alici/
portata a riva dalla paranza/ mentre qualcuna ancora guizza nella rete/ …pronte per essere fritte in padella/ arrivano su barconi
malconci/ nuvole sono transitate sulle loro teste/ per lo più il sole e niente mangiare…/ arsi assetati denutriti mansueti. Maurizi
utilizza perlopiù un linguaggio quotidiano comprensibilissimo perché certe storie non si possono dire se non con parole d’uso ma
poi alza il tono nello stile, nell’uso delle similitudini e delle figure retoriche ben studiate e nell’utilizzo di un’aggettivazione sorvegliata
che concede altezza alla parola del quotidiano. La realtà è auscultata nelle sue molteplicità: …

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Caino Lucifero e il Piccolo fioraio

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Un viaggio, un lungo viaggio, altro non è questo racconto, un continuo spostarsi alla ricerca della pace, o della cura se si preferisce. Come molto spesso accade nella vita, quando oramai, statici, nelle nostre certezze convinti di operare nel giusto e per il giusto basta un piccolo evento apparentemente banale, un gesto o molto più semplicemente un saluto, come nel caso del nostro protagonista, a far crollare tutte quelle certezze o pseudo-tali in cui un individuo ha deciso di arroccarsi sfuggendo alla curiosità di capire, alla possibilità di migliorare, alla necessità di cambiare. In questo racconto, per alcuni tratti autobiografico, è proprio questo che accade, un incontro, un saluto che stravolge la vita e quando tutto ciò avviene, bisogna ripartire da zero abbandonare le certezze, le conoscenze e avere la forza e il coraggio di affrontare tutto con spirito nuovo, con occhi da bambino, sapendo che ogni nuovo incontro, sia esso con un essere umano o con un evento della natura, può far progredire e quindi avvicinarci di un passo alla meta sperata, o indurre ad una regressione facendoci indietreggiare. Tutto sta a saper cogliere, attraverso l’esperienza, l’essenza delle cose e per fare questo bisogna avere uno spirito puro, senza sovrastrutture, coscienti del fatto che nel viaggio si è sempre accompagnati dalla nostra forza, ma anche dalla nostra debolezza, da tutto il bene che è vivo in noi, ma anche di tutto il male che alberga nelle sfere più recondite del nostro animo, la vera sfida è proprio questa, saper dialogare con entrambi rimanendo sempre se stessi, nella speranza di raggiungere la meta “se mai ne esita una”, ma l’essenza di questo racconto, secondo me, non sta tanto nel raggiungimento del traguardo, quanto nell’ importanza dell’intraprendere il cammino, nella curiosità che spinge il protagonista ad affrontare nuove avventure e disavventure, nella voglia di conoscere il mondo e se stesso, nella sfida eterna dell’uomo che tenta di superarsi giorno dopo giorno. Chi intraprende un viaggio, seppur ricco di insidie e senza la certezza di una meta precisa da raggiungere , ha però, pur sempre la possibilità e la speranza di poter arrivare, chi rimane fermo non arriverà mai. (Carmelo Pellegrino)

 

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Calabri me rapuere

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In Calabria con Giovanni Cena Benedetto Croce Francesco De Sanctis Giuseppe Maria Galanti Cesare Malpica Vincenzo Padula Walter Pedullà Giacinto Pisani Giovannino Russo Alberto Savinio Luigi Settembrini Raffaele Sirri Saverio Strati Umberto Zanotti Bianco e altri ancora.

(dalla Prefazione)

“… La Calabria per me è una monumentale enciclopedia della complessità e della latenza della storia, scritta a più mani in prevalenza con la collaborazione anche di chi non sapeva né scrivere né leggere nel senso suggerito da queste due parole oggi. Scrivere e leggere, nel caso dell’enciclopedia Calabria, invece, come mi hanno insegnato coi fatti i miei nonni materni, presso cui sono nato e cresciuto nella prima e nella seconda infanzia in Irpinia, vuol dire entrare attivamente nella costruzione dell’esistente, cercare di interpretarlo e di viverlo in proprio, modificandolo, se possibile, lasciandovi il segno della partecipazione e della variazione anche di aspetti minori o giudicati minori. Continuare ad esserci, anche quando materialmente la nostra piccola fragile vicenda personale fisicamente si è spenta…”.

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Calabria

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“Una regione tra le più nobili della penisola ma anche tra le meno conosciute e, forse, tra le più malconosciute. Una regione dalla civiltà antichissima, dal paesaggio incredibile, dal fascino inaspettato, dall’arte diffusa, dall’ospitalità spiccata, dall’umanità tracimante… Una terra che tanto ha dato alla storia e alla cultura dell’intero Occidente e tanto ha dato anche all’Italia attuale in termini di sacrifici, di rinunce, di sofferenza, di lutti, di silenzi, di risorse…” (dall’introduzione dell’Autore).

 

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Calabria malata. Sanità, l’altra ‘ndrangheta

Attraverso l’analisi degli eventi e delle decisioni, non necessariamente illegittime, cerco di dimostrare che la Calabria non interessa a nessuno, se non quando si avvicinano le elezioni.
La Calabria non è importante per Roma né, purtroppo, per i calabresi, che si sono arresi a quanto giudicano inevitabile e immutabile.
Questa assuefazione collettiva è la droga venduta dall’altra ’ndrangheta, silenziosa, che si insinua nella vita quotidiana, in particolare della sanità pubblica, una miniera d’oro, per far proliferare i propri affari.
Anche il nuovo si è subito adeguato. I parlamentari 5 stelle, con le dovute eccezioni, sono come gli altri in Calabria.
I privati, quando si sentono minacciati, si rivolgono alla politica o addirittura alle istituzioni. Anche la Chiesa è poco attenta a non esporsi in affari non sempre trasparenti. I funzionari delle aziende sono spesso tacciati di essere conniventi con i privati. Le organizzazioni sindacali hanno parzialmente perso la loro identità.
Un Presidente di “sinistra” cerca di far annullare un mio decreto per l’assunzione di quasi mille operatori. Ma non dovrebbe esserne felice? Capisco: li voleva assumere lui. Le assunzioni portano voti.
La Ministra, per calpestare la Calabria, cita dati sui livelli essenziali di assistenza che i suoi collaboratori conoscono come fasulli. Nessuno si indigna, tranne il sottoscritto.
L’Asp di Reggio Calabria viene commissariata per infiltrazioni ’ndranghetiste. E viene nominato un prefetto a gestirla. E le competenze? Non servono.
La media borghesia si è costruita una nicchia di benessere: manda i figli a studiare e a lavorare fuori regione e si gode il sole e il mare della Calabria.
Chiunque provi a mettere a fuoco i problemi, cercando la verità, diventa scomodo. Se poi ci mette anche passione e disinteresse, diventa un virus urticante.
Vogliamo reagire? Il primo passo è  conoscere.

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Calabria Trip

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Caro turista siamo lieti di poterti ospitare in terra di Calabria… abbiamo scelto per te alcune delle mete più interessanti della Provincia di Cosenza. Troverai in questo nostro libricino consigli, indirizzi utili per vivere al meglio la nostra regione. Sei pronto? Allora si parte, allaccia le cinture e via scopriamo inseime i tesori nascosti della nostra Calabria.

 

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Canti di donne nella Settimana Santa in Calabria: teologia e antropologia

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La religiosità popolare è un sistema di credenze e, soprattutto, di pratiche che configuranoun modo con cui il popolo minuto si relaziona con il sacro attraverso una serie di riti che la religione ha stabilito lungo l’an-no liturgico. È doveroso segnalare che la religiosità po-polare, almeno da una prospettiva antropologica, è un insieme complesso di parti, alcune delle quali sono resti di manifestazioni religiose precristiane, altre sono riti con un livello cristiano più o meno profondo e la mag-gior parte sono frutto di una prassi evangelica nata nel-la cultura egemonica e trasmessa dal clero, soprattutto attraverso gli ordini religiosi. Per questo, dal punto di vista antropologico, non è facile parlare di religiosità popolare come di un aspetto anonimo che funziona al margine della cultura ufficia. La religiosità popolare non nasce come contrapposizione alla ufficialné si mantiene sempre contrapposta a questa, alcune volte, la maggior parte delle volte, è a essa complementare.

Dalla Prefazione di Josè Luis Alonso Ponga

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Canti e cantori bucolici

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Il volume, che analizza esempi e forme di poesia a soggetto pastorale
fra XVII e XIX secolo, ha la sua origine prima nella suggestione
che tale poesia, genus fictum per eccellenza, fatto oggetto lungo i secoli
di riecheggiamenti innumerevoli, può esercitare su chi prediliga studi
dal taglio comparatistico proiettati, prevalentemente, verso il mondo
antico: e di tale suggestione, come pure di tali inclinazioni nella ricerca,
chi scrive è da sempre fortemente partecipe.
Della poesia d’ispirazione bucolica, sviluppata, dall’antichità al
mondo moderno, lungo percorsi che – tra vie maestre e diramazioni
secondarie – restano irriducibili a tentativi di classificazione pienamente
esaustivi, nonché codificata in topoi che finiscono per costituire un
autentico cifrario, si sono prese in esame alcune articolazioni peculiari,
notevoli, ciascuna, per un’intrinseca specificità.
I due idilli pastorali della Sampogna di Giovan Battista Marino esplorati
nella prima parte del volume, infatti, rappresentano un caso estremo,
spinto sin quasi al punto di rottura, dell’interpretazione metaletteraria
cui il genere pastorale, qui sottoposto a riletture e “torsioni” in una
vertigine di virtuosismi, può venir condotto.

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Capolinea

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Ogni buon cittadino, anche il più allergico alla Politica in quanto tale, dovrebbe sentire il bisogno di informarsi per contribuire a ogni livello alla formazione dei processi decisionali, finendola così con il rilasciare ai soliti noti deleterie deleghe in bianco. E per fare ciò può essere utile la lettura di un libro come Capolinea. Un libro unico nel suo genere, perché riesce a ripercorrere e sviluppare tematiche storiche complesse in maniera agile e scorrevole. Un libro che si rivolge a tutti e che può essere letto con interesse anche da chi non ha dimestichezza con i libri che si occupano di storia e politica. Scritto e pensato per rendere immediatamente chiari e percepibili i fatti che vengono narrati, con il solo intento di fornire un servizio a chi legge. L’originalità dell’opera consiste nella capacità di legare gli eventi, regalando un quadro di insieme esaustivo e documentato, reso avvincente da una scrittura che possiede una spiccata forza narrativa, impreziosita da una velata e amara ironia. Un libro capace di coprire un periodo storico lungo e travagliato come quello che va dal 1992 fino ai giorni nostri, senza preoccuparsi di blandire diverse ma spesso convergenti forme di potere. Un libro da leggere perché scritto con la forza della passione disinteressata di chi pur sapendo di non possedere la “verità” disperatamente la cerca.

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Capsaicina

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Da non molto tempo, oltre che per motivi gastronomici,
c’è un motivo in più per consumare peperoncino;
alcuni ricercatori giapponesi ed americani hanno
scoperto che il peperoncino rosso potrebbe avere un
ruolo importante nella prevenzione del tumore alla
prostata. Da esperimenti condotti su cavie da laboratorio
è emerso che i topi che assumevano capsaicina
(principio attivo del peperoncino), sviluppavano masse
tumorali ridotte dell’80% circa rispetto ai topi che non
ne mangiavano.
L’uso regolare di peperoncino rosso, grazie alle
sue proprietà antiossidanti, sembra inibire lo sviluppo
di manifestazioni cancerose a livello di stomaco. Naturalmente
il tutto deve ancora essere confermato da
ulteriori studi e verifiche sull’uomo per poter affermare
con certezza quanto sopra.

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Caratteri

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Vincenzo Guerrisi Parlà ( 1925-2010) “il poeta favolista che ha trasformato la favola in romanzo” (Pasquino Crupi).
La presente raccolta di poesie viene presentata al pubblico col titolo “CARATTERI” aggiungendo come sottotitolo “I TIPI” per onorare la volontà dell’autore che li aveva da sempre indicati anche con quest’ultimo titolo. E con “I Tipi” l’autore vuole centrare l’attenzione sui personaggi della civiltà contadina, che animano il paese nello scenario del periodo bellico e post bellico, chiamandoli tutti col proprio nome. Una sorta di anagrafe ove non sfugge nessuno…
Guerrisi immortala, con le diverse storie dei protagonisti, una intera società ed i suoi equilibri, così da costituire un’unica fantastica storia fatta di virtù, di vizi, di fortune e sciagure umane.
I tipi di Caratteri tracciano un percorso sociologico ed antropologico nelle vere radici del popolo calabrese, ed è bello immaginarli nello scenario brulicante di vita, dei paesi “abbandonati della Calabria”, rimasti ancora intatti nella loro ruvida semplicità e nello struggente ricordo di chi li ha popolati.
Afferma Giuseppe Italiano in prefazione: Il dialetto del Guerrisi rifugge l’aneddotica giocosa di maniera per aprirsi, con interessante apporto antropologico, a quelle che sono state le problematiche calabresi (e meridionali) per buona parte del Novecento.
“I personaggi che animano questo libro sono i protagonisti della civiltà contadina; sono gli abili artigiani di vari mestieri; sono gli “eroi” delle forzate emigrazioni; sono figure della memoria, miti di vita serena e idilliaca pur nella ristrettezza del campare”.
“Col suo mezzo espressivo Guerrisi, nel confermare la nostra parlata autoctona, ha saputo recuperare la nostra memoria, le nostre usanze, i nostri sentimenti, le radici della nostra vita”.
Con questo libro Vincenzo Guerrisi Parlà non smentisce la propria fama di “favolista oltre Esopo e Fedro nella favola” e le sue opere “continuano ad illuminare il glorioso cammino della letteratura del nostro tempo e del tempo che verrà”.

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Carlo Lombrdo e “il paese dei campanelli”

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Il paese dei campanelli è un’operetta scritta da Carlo Lombardo e musicata da Virgilio Ranzato e  Carlo Lombardo. Andò in scena per la prima volta il venerdì 23 novembre del 1923, al Teatro Lirico di Milano dalla Compagnia Regini Lombardo.
L’operetta è in tre atti; il libretto prevede 32 scene, mentre la partitura ne contiene 18. La trama è singolare e fantastica. Il paese dei campanelli è ambientata in un tranquillo paesino di tipo olandese. Un giorno nel borgo approda una nave a causa di un guasto e arrivano in paese dei giovani cadetti di Marina. Appena sbarcati il loro interesse è rivolto alle giovani e belle ragazze del paese, che sembrano ben disposte ad accogliere le loro galanterie: il paese è tanto quieto da diventare monotono e anche i loro anziani mariti non rendono la vita allegra. L’arrivo dei marinai porta quindi un tono di vitalità e di briosità. Questo paese ha una stranezza, che incuriosisce anche i marinai: ogni casetta di questo luogo ha un piccolo campanile, posto a guardia della fedeltà coniugale. La leggenda dice che i campanelli suoneranno ogni qualvolta una moglie sarà in procinto a violare la fedeltà coniugale. La coppia romantica dell’operetta è formata dal guardiamarina Hans e dalla giovane Nela, quella comica e spigliata invece dall’allegra Bombon e dal tenente La Gaffe, il cui nome dice tutto della sua personalità. Le gaffes sono infatti le sue specialità, sarà lui il fulcro che innescherà le situazioni comiche della storia. Ad esempio rivelerà a Nela che Hans è sposato, mentre la gaffe decisiva sarà quella di aver confuso dei telegrammi facendo arrivare in paese tutte le mogli dei cadetti al posto delle ragazze di un corpo di ballo. Dopo una serie di vicissitudini e divertenti situazioni i cadetti ripartiranno e alla fine il paese tornerà alla sua vita discreta e monotona, e così i campanelli non avranno più motivo di suonare.

 

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Carlo Turano (1864-1926)

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Batte sull’uscio, per tutti, la miseria. Una minuscola minoranza d’uomini per interessi egoistici si è costituita in classe per tenervi soggetti, impotenti, e meglio sfruttarvi. Ogni potere pubblico è nelle loro mani quale mezzo di asservimento. Si semina corruzione a piene mani per precludere alle vostre coscienze qualunque percezione di dritto. Il vostro sangue, il vostro onore, il vostro corpo, ènull’altro per essi che strumento creatore di benessere. Voi certo desiderate dei miglioramenti: Basta crederli attuabili, come tutti li credete: basta capire che essi non potranno venirvi concessi spontaneamente dalle classi sovrastanti senza lotta; che nessuna lotta si vince senza forza, che nessuna forza si consegue senza accordo. Tralasciate le piccole animosità, smussate qualche divergenza fra voi, valutate invece com’è smisurata la folla a cui siete mischiati, quale potenza essa puÚ esercitare se cosciente, compatta. Nel prossimo giorno, nel quale confiderete il vostro avvenire e quello dei vostri figliuoli, nelle mani dell’eligendo deputato, riflettete sull’uomo a cui affidate sÏ importante mandato. (Carlo Turano Il Girovago. Pro-Candidatura C. Turano. Elezioni politiche nel Collegio di Cotrone, Tipografia di Tommaso Pirozzi, Cotrone 1897)

 

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Carmelo bene

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Quali sono le figure, gli oggetti e i nomi ricorrenti del lavoro di Carmelo Bene? Sono nomi di personaggi teatrali (Amleto, Otello, Macbeth), di burattini (Pinocchio), di poeti (Majakovskij), di poeti/filosofi (Leopardi).

Sulle loro variazioni e riprese attraverso le più diverse pratiche significanti, nonché sulle contaminazioni cui queste danno continuamente luogo, è incentrato il presente saggio: fantasmi che vanno, vengono, spariscono, restano in agguato come ossessioni, tornano, si incarnano sulle scene teatrali, sui set cinematografici, in televisione, alla radio, in concerto, sulla pagina scritta, su molteplici varianti e metamorfosi, che riguardaano allo stesso tempo il Corpo, l’Immagine e la Voce.

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Caro Gennaro

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Lo scopo che anima il libro è ben preciso: se i vecchi non sono più capaci, almeno i giovani imparino ad amare l’Italia tutta intera. Sotto forma di lettera a Gennaro Esposito – le cui origini, come indica lo stesso cognome, non menano il vanto della nobile schiatta – l’Autore ripercorre la storia d’Italia per ammaestrare il giovane napoletano nell’arte di vivere e sopravvivere in un Nord che ancora dà lavoro ma conosce anche inquietanti fenomeni di xenofobia e di pregiudizi nei confronti delle popolazioni meridionali.

 

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Caro gesù

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La raccolta è rivolta a tutti, credenti e non, poiché il “personaggio” Gesù – seppure non volessimo considerarlo il Dio entrato nella storia per la redenzione, con la sua vita, l’attività pubblica e la morte in croce – ci ha lasciato in eredità una via di guarigione, per chi vuole sceglierla in libertà: perdono, amore e riconciliazione sociale.

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Caro Luigi

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Lettere come piccoli saggi letterari che l’intellettuale siciliano Melo Freni scrive all’antropologo Luigi M. Lombardi Satriani raccontando la Sicilia nelle sue pieghe più profonde e nella sua straordinaria e imprendibile molteplicità. Un carteggio che, dunque, prende lentamente la forma e lo stile di una narrazione avvincente, che s’intesse di parabole esistenziali di artisti, poeti, scrittori siciliani, che attraversa fatti e vicende isolane sconosciute e inimmaginabili disegnando un amalgama di colori, suoni, profumi che solo un’isola può concedere. Nel percorso epistolare svetta la letteratura di una Sicilia che al lettore appare come un grande faro nell’immensità del mare e, nella semplicità e nella naturalezza del linguaggio, non può non emergere la cultura profonda, atavica, corposa e delicata del suo autore.

 

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