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Il gusto egizio

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Moda, stile, gusto? Quanto è diffusa la cultura degli antichi Faraoni?

Il saggio “Stile egizio” tenta di rispondere a tale quesito, ripercorrendo l’itinerario di un gusto che ha lasciato tracce più o meno evidenti in tutta Italia e Oltralpe.

La trattazione, con domande aperte e il censimento di alcuni ritrovamenti inediti, è una sintesi di un più ampio, sistematico excursus condotto dall’autrice con la Direzione della Galleria Borghese, che censisce moltissime delle manifestazioni egittizzanti rintracciate attraverso una repertoriazione precisa dell’affermarsi di questo gusto, effettuata anche attraverso degli originali apparati illustrativi, come la tavola sinottica e la mappatura mediante time line.

La ricerca dell’affermarsi del gusto egizio così schematizzata si rivela davvero utile per la consultazione rapida ma esaustiva dell’argomento e ha per margini cronologici le prime manifestazioni nella Roma antica sino al travaso nei cicli decorativi di numerose emergenze architettoniche – appartamento Borgia in Vaticano, Sfingi in palazzo Farnese, palazzo Falconieri di Borromini, e anzitutto, la sala egizia della Galleria Borghese – ma parallelamente porta alla luce due casi ancora poco sondati dell’affermarsi di questo gusto nel XVIII secolo: il palazzo Lignani Marchesani di Città di Castello e la sala Egizia nella villa Chigi di Siena.

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STUDI PIRANDELLIANI 11

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L’agrigentina (greca) Mirella Salvaggio dimostra di saper leggere con l’empedoclea mente-occhio la pirandelliana ACCECANTE (solare mediterranea ariosa pura sublime azzurra divina) LABIRINTICA (circolare-pitagorica-pietrosa incatenata-inchiodata-incisa tragica-ermetica elegiaca-lontana invisibile nessuna nuda) POESIA DRAMMATICA (psiche-eros-zero-tao-tau-croce): il VOLO di ANDATA (Iliade) e RITORNO (Odissea): la TRAGEDIA-CATARSI MUSICA NUOVA-NATALIZIA (del Colosso-Gigante Centimano Eracle Salvatore, il Romanodio-Romanzo Telamone-Nome, il figlio cambiato Noè-Natale-Atlante-Gerlando, il figlio caduto dall’armonia-amor-Roma dei cento Numeri-Numi-Lumi Spiriti Rom-Romani Giovani Giganti Legislatori Antenati Immortali dell’Opera Giornata (piramide-scala-sedia-ponte tabor olimpo-olim calvario) Una-Croce e Trinacria-Rábdos dell’alto-lontano cielo del Caos-Cosmo-Pan) e la CATASTROFE della TRAGEDIA MUSICA VECCHIA-PASQUALE del CANTO FUNEBRE (treno) dell’OPERA-GIORNATA-GIARA (con il Maestro dentro): il pensiero d’amore-fuoco eterno per gli uomini-fantasmi-fumi vecchi-nani-mortali del Maestro Puranghellos, l’Uomo-Poeta-Personaggio-Spirito Veggente (il Poeta-Sacerdote del passato, il Poema-Regista del presente, il Personaggio-Spirito del futuro), l’Amico Foco Feace Fenice («l’araba fenice» di Girgenti-Ràbato), il vecchio giusto-pitagorico Dima-Mida-Mani lavate, l’Auleta Trovatore della Tragedia-Taurocolla (trovatura tesoro-oro-dramma = armonia-anima-amore = Legge Arte Religione Fede), il gitano-colono Eroe Amore-Romano dell’Albaurora-Rosa (Itaca-catastrofe) di Girgenti-Rup’Atenèa: «Oh paesello mio addormentato, che scompiglio dimani, alla notiza della mia resurrezione!… enorme, omerica risata…» (Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”).

In questo testo la poetessa-lettrice presenta la TRAGEDIA-CATARSI-CROCE (d’aria-acqua) dello SPETTACOLO BARBARO CICLOPICO TITANICO (Opera-Giornata Una-Natalizia-Lustrale-Metafisica della dimenticanza-pianto di prima = “Questa sera si recita a soggetto” al Teatro Stabile N.N. di Girgenti) e la CATASTROFE-RABDOS (di fuoco-terra) della TRAGEDIA del TEATRO GRECO GIGANTESCO-COLOSSALE (Opera-Giornata Trinacria-Pasquale-Fisica della memoria-risata di dopo = “Tre parti scritte” per il Teatro-Nome, il Teatro della Pugna (Armonia-Fuoco) dei Giganti (Numeri-Numi-Lumi Spiriti-Antenati) del Gigante Centimano, il Telamone-Nome-Logos-Vangelo-Angelo Centuno, l’UOMO DIO-Zeus-Toro Falaride, il Minotauro Crocefisso d’Akragas): «… un mezzo busto… nel rigo seguente il nome del mio podere…» (Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”).

La Salvaggio dimostra che il Maestro Puranghellos («… caddi come una lucciola…») non poteva completare “I giganti”, il dramma del ritorno-catastrofe del Drammaturgo Sole Uomo Dio, il figlio cambiato caduto dal cielo («… – Caduto! Caduto! – …»), il figlio ritrovato e riconosciuto dal popolo girgentano, il pubblico censore del teatro greco all’aperto, il teatro sancalogerino (siesta-natale-croce del Dio Damiano del cielo e corsa-pasqua-rábdos dell’Uomo Cosmo della città): «… la vostra «Favola del figlio cambiato»… ci vuol tutto un popolo per rappresentarla…» (Pirandello, “I giganti della montagna”).

Per Giorgio Bárberi Squarotti la scrittrice siciliana ha rivoluzionato gli Studi Pirandelliani e non solo: «(Torino, 1 febbraio 2017) Cara Amica, vedo che continua a ricostruire e ricreare l’antica Agrigento sull’eco dell’opera narrativa e teatrale di Pirandello. Mi congratulo e Le auguro la più lieta ventura…» (Giorgio Bárberi Squarotti, “Lettere a Mirella Salvaggio”).

Nice Xerri Mirabile

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Storie di covid Storie di persone

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Scorci di vita che rimarranno per sempre nella memoria e nel cuore di chi li ha vissuti. Storie di pazienti che assurgono a protagonisti di un vissuto globale, non solo con la propria storia di ammalato Covid. Si respira il dolore di tante giornate cariche di sofferenza sublimato, tuttavia, dal ricordo delicato e partecipato dei familiari stessi che hanno contribuito con grandi esempi di amore a trasfigurare quegli ultimi drammatici momenti in veri e sinceri ricordi di vita. Ricordare questi ammalati con il proprio bagaglio di umanità, esperienza, passioni ancora prima del Covid, significa restituire loro la dignità di persone, rimettendole al centro della scena sanitaria dove è giusto che siano. E a noi, sanitari, regalano, finalmente, un po’ di pace e serenità, per aver fatto in modo che le loro vite non siano mai più dimenticate.

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Sono sbagliata

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È il racconto della vita di una “brava bambina” che cresce appunto brava, educata ed adeguata agli standard stabiliti e che non si ribella mai o quasi mai se non esplodendo in pianti e urli che sono il suo unico sfogo. Cresce con la sicurezza che farà grandi cose nella vita e volerà lontano per realizzare i propri sogni, le proprie speranze e soprattutto i propri desideri. Sogna, come le principesse delle fiabe, di incontrare un giorno, e sposare un principe azzurro bello, ricco e affascinante che la salverà dai mali del mondo e la porterà sul suo cavallo bianco in un bel castello incantato. La storia che racconto ovviamente non appartiene ad una sola Rosa ma piuttosto ad UNA o NESSUNA o CENTOMILA Rosa che in un momento problematico della propria vita, hanno smesso, senza rendersene conto, di essere libere e hanno pensato che fosse più comodo e semplice, delegare ad altri la gestione della propria vita e dunque della propria libertà, che magari avevano conquistato nell’arco degli anni, combattendo contro luoghi comuni e divieti educativi e che inconsapevolmente lasciano scivolare in cambio di una presunta facile libertà purtroppo degli altri e non certo della propria. Ad indurle a tale sciocca delega, contribuiscono quelle frasi che, rigettate con forza da bambine, irrompono con virulenza e invadono la psiche.

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U’ zi’ monacu

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L’Autore racconta la vivacità della sua esperienza e della testimonianza umana, religiosa e francescana di un frate cappuccino, parroco per diversi anni nella parrocchia di San Giuseppe di Taurianova. È una storia bella, ricca di aneddoti, che si interseca con il carisma di Francesco di Assisi, una storia di umanità condivisa con la comunità e che parte dall’infanzia del frate dal saio marrone, chiamato dai suoi familiari più intimi u’ zi’ monacu. La vita di questo frate negli anni di parrocato nella parrocchia di san Giuseppe ha seminato in tante famiglie e in ogni fascia di età la novità evangelica. Nel cuore del racconto emergono momenti intensi senza tralasciare ambiti di umanità e pastorali che rivelano una semplicità che ben si adatta alla letizia francescana. C’è un noi in questa storia che ci porta a comprendere che non siamo un’isola, le nostre vite si mescolano e c’è chi lascia qualcosa di positivo, gesti di solidarietà e di prossimità. La testimonianza cristiana nasce in una comunità, dentro la trama di una fraternità di persone, quale compimento della propria vocazione umana e religiosa. Dentro questo vissuto, trabocca l’amore, una sacramentalità che più a che fare solo con l’intelletto diventa uno slancio del cuore umano verso il cuore di Dio.

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Casali del Manco

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Le pagine di questo piccolo volume, concernenti l’evento storico della unione di alcuni comuni della Presila Cosentina nel comune unico di Casali del Manco, riportano le modalità con le quali si è giunti alla realizzazione dell’evento e il contesto storico in cui è nato. Per quanto attiene alla attività gestionale del Comune Unico il riferimento di queste pagine si esprime, causa pandemia, in due tempi diversi. Un inizio in cui accanto alle esortazioni e alle sollecitazioni al fare si sottolinea la necessità di prevedere e di prevenire effetti negativi possibili. E un secondo tempo in cui, a distanza di circa tre anni dall’insediamento, si osserva e si riferisce che la gestione seguita dalla nuova Amministrazione non ha dimostrato finora l’impegno necessario, motivo per il quale alla parola opportunità non può essere levato il punto interrogativo. Ma l’autore, il quale insiste nello scrivere che mai devono venir meno la fiducia e la speranza, invita ad andare avanti perché “non è mai troppo tardi”, e perché non si è fuori tempo massimo.

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La breve muraglia

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Spirava dal mare un vento caldo e nero, saliva sulle colline in masse sempre più dense, infine dal cielo si rovesciavano cascate d’acqua senza scampo. Gonfi i ruscelli, e impetuosi con incredibile fragore i torrenti; grondanti uomini e animali, solo le querce emergevano dal diluvio, e su di esse si posavano i nostri occhi presaghi delle frane. Così vidi una collina spaccarsi, e l’una metà scivolare rapidamente verso il fondo della valle, nel burrone da noi detto Grancaro. L’altra metà ebbe da allora un fianco perfettamente liscio e verticale, rossiccio, con alberi e una chiesetta sulla cima, ossia sull’orlo del recente abisso, e parevano favolosi. «La breve muraglia è la stesura iniziale di Nebbia, romanzo inedito che piacque molto ad Alberto Mondadori, ma che Pietro Lazzaro sembrava deciso ad accantonare. Scritto tra il 1946 e il 1947, è il primo di tre romanzi (Mille anime e La stagione del basilisco gli altri due) che, seppur indipendenti, possono essere considerati come un unicum artistico. I toni realistici della scrittura di Lazzaro non impediscono di coglierne la pronunciatissima quota di visionarietà che ne fa uno degli scrittori più originali del Novecento calabrese». Alessandro Gaudio

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Senza ‘ndrangheta

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Un libro-intervista sulla ‘ndrangheta diverso dal solito, finalizzato a sottolineare alcuni aspetti di carattere socio-culturale spesso trascurati di un fenomeno sempre più pericoloso e pervasivo. Gli autori, lo psichiatra Pasquale Romeo e il prefetto Franco Musolino, offrono un originale e stimolante contributo destinato a catturare l’attenzione dei lettori. La loro analisi – sottolineata nella sua importanza dal magistrato Roberto Di Bella e dal prefetto Ugo Taucer – si sviluppa intorno a due interrogativi di fondo: la ’ndrangheta è un problema di carattere istituzionale o riguarda tutti?; può essere considerata (e fino a che punto) espressione solo dell’identità calabrese o le sue peculiarità prescindono da una ben precisa matrice territoriale? Domande alle quali Romeo e Musolino rispondono con competenza e lucidità favorendo una più ampia e articolata comprensione di questo inquietante fenomeno.

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L’altra parte di me

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Quanti bei ricordi mi legano a Giuseppe Faraca, ciclista e pittore, sorridente e buono, che purtroppo non c’è più. Erano i primi anni ottanta, lui più giovane debuttava tra i professionisti e quando si correva sulle sue strade calabresi tirava fuori una grinta e una concentrazione splendide. Lo ricordo bene al Giro della Provincia di Reggio Calabria. La sua grinta, la voglia di far bene fra la sua gente, il suo entusiasmo di ragazzo. Ma in particolare c’è un ricordo che ho ben vivo nella memoria. Quella che si definisce una giornata di gloria vissuta da entrambi. Vincemmo infatti tutti e due quel giorno al Giro d’Italia 1981. Eravamo a Bibione al secondo giorno, si correva una semitappa a cronometro a squadre di 15 km. Lui la vinse con i ragazzi della Hoonved di Zandegù e io la persi per due miseri secondi. Però grazie al gioco degli abbuoni e al verdetto del prologo della giornata precedente, indossai la maglia rosa. Tutti e due sul palco della premiazione. Ma ricordo anche che quel giorno mi ero arrabbiato parecchio perché nel finale della crono a squadre ad una rotonda noi della Famcucine sbagliammo strada perché il percorso non era ben segnalato dagli organizzatori. E come sempre mi arrabbiai con Torriani. Perdemmo per quell’errore alla rotonda, ci lasciammo circa venti secondi. Ma adesso dico meno male che andò così, si vede che era un segno del destino. Con quell’errore abbiamo consentito a Faraca di vivere una grande giornata di gloria, una vittoria di squadra nella stagione del debutto tra i professionisti che certo avrà ricordato per sempre, lui che ha avuto la sfortuna 10 di vivere una vita maledettamente breve, troppo breve. E fra l’altro in quel Giro vinto da Battaglin, lui, Giuseppe Faraca in classifica finale a Verona arrivò davanti a me. Sono andato a rivedere i giornali, undicesimo, mentre il sottoscritto complice la caduta scendendo dal Terminillo, chiuse al ventunesimo posto. Sì, quanti bei ricordi di gioventù e come sono belli i quadri di quel ragazzo dal sorriso dolce che mi è rimasto nel cuore. Francesco Moser

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La gelsominaia

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L’autrice ci riporta a non tantissimi anni fa, quando le bambine erano chiamate a contribuire ai lavori di casa e nei campi. Le manine piccole e l’altezza ridotta erano preziose per alcune attività che venivano riservate loro. Anche nella raccolta dei gelsomini avevano un ruolo importante per quei fiori che si trovavano nella parte bassa della pianta, e lo svolgevano con grande amore filiale. Oltre alla scuola, vista soprattutto come un piacevole momento di aggregazione, bisognava provvedere ai bisogni primari, per il soddisfacimento dei quali tutta la famiglia era chiamata a contribuire. Fratelli e sorelle incidevano nella vita di ogni persona, nelle proprie scelte. Non venivano mai ignorati; li si portava con sé, sempre. Erano una parte della propria esistenza. Anche la terra si portava dentro. Tutto si riciclava abilmente, con naturalezza, come abitudine, nessuno si vergognava di risparmiare, di evitare lo spreco. Significava rispetto, verso l’ambiente, verso gli animali, verso gli individui, verso il lavoro. Così i giorni passavano e i volti si segnavano nell’accettazione generale di quello che si aveva.

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La difesa del Synòro tra Kalabrìa e Loukanìa

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Attraverso una ricostruzione innovativa e sostanzialmente linguistica il saggio analizza la struttura complessa di un limes bizantino: il cosiddetto Synoro, un istmo che mette in connessione le sponde tirrenico-ioniche. L’autore, per descrivere l’unicità di tale territorio, supplisce alla mancanza di fonti documentarie ed epigrafiche sia attraverso il ricorso ad alcune agiografie che con l’analisi di numerosi toponimi. Ed è proprio il sapiente dosaggio di tale materiale a restituirci un suggestivo affresco del camminamento sinnico e dei suoi insediamenti durante l’epoca alto medievale: più una cerniera che una autentica frontiera, un’insula di cultura greca adagiata tra l’odierna Basilicata e la penisola calabrese – mai conquistata dai popoli germanici – dove i rhomaioi si sono insediati dal 540 al 1080. La suddetta area, in posizione strategica per Costantinopoli, era stata devastata dalla guerra gotica: per questo essa venne in primis frequentata dai cosiddetti monaci “basiliani”, e poi preservata militarmente dai limitanei bizantini, mediante un imponente sistema difensivo edificato prima del Nono secolo: a partire da quell’epoca le truppe imperiali occuparono definitivamente l’istmo, controllandone gli itinerari viari e gli scali marittimi, ripopolandolo e favorendone lo sviluppo economico. Il Synoro fu realizzato con il kastellion di Tursi, unitamente ad un porto militare posto nel golfo di Taranto, con torri e kastra di dimensioni minori sorti lungo il fiume, e con il kastellion di Lauria, a sua volta munito di un porto ubicato nel Golfo di Policastro: un vero e proprio antemurale, che servì a tutelare la Calabria bizantina da possibili invasioni dei longobardi, il popolo guerriero stanziatosi nei Principati di Benevento e Salerno che curiosamente rimaneva immune dalle varie pestilenze che colpivano l’Italya. Grazie alla narrazione di vicende mai indagate e ad avvenimenti storici mai approfonditi il lettore potrà riconoscere la particolare morfologia di quest’antica area geografica e sociale, nonostante l’incuria abbia contribuito a disperdere i resti dei kastra e delle torri e a occultarne le tracce: si tratta insomma di un’immagine suggestiva di quel tempo lontano, che ci permette di guardare alla storia del Mezzogiorno con occhi diversi.

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Duemilaventi

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Una vita d’amore, di affetti, di nostalgia, di ricordi, nella ricerca di un mondo irrimediabilmente perduto e non più ritrovato.  Mettendo a nudo la sua anima all’attenzione dei suoi lettori, si può toccare con mano quel groviglio di sentimenti, di passioni e di malinconie di un uomo, che ha sempre sprigionato generosità e amore gratuito, senza mai monetizzarlo. Egli sa che il lettore gli è vicino, perché è un suo alter ego, che trova chi dà voce al suo comune sentire. La lettura delle pagine di Mario Gelsomino, che è poeta dell’anima,  rivela il suo innamoramento per i versi, ai quali affida la quotidianità del vivere, l’elevatezza del sentire e lo scavo del suo “io” più profondo. Come Pascoli, ha in sé un “fanciullino”, che trova poesia e consolazione anche negli aspetti più comuni, conservando preziosa la semplicità nel rendere, sentire e tradurre in canto poetico tutto il mondo che lo circonda.

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Il lavoro della memoria

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Il volume vuole ripercorrere l’evolversi degli eventi in un piccolo centro della Calabria nel corso del XX secolo. Le origini millenarie e lo sviluppo, avvenuto all’ombra del Convento dei Domenicani, iniziato nel XVI secolo. Fatti e situazioni che hanno determinato le peculiarità che hanno contraddistinto i momenti salienti nel periodo narrato. Il tutto è stato incastonato nella storia nazionale e internazionale, che ha condizionato la vita e gli avvenimenti nel piccolo comune. Si è partiti dalla fine dell’Ottocento, periodo in cui nel meridione si viveva uno stato di ristrettezza economica, determinata dalla questione meridionale e dal perdurare del latifondo. Dopo il dramma delle due guerre mondiali, intervallate dalla dittatura fascista, la cittadinanza ha seguito di pari passo la storia nazionale, con la ricostruzione dopo il ritorno della democrazia e il successivo stato di discreto benessere. In questo contesto è venuta fuori la volitività dei cittadini, ereditata dall’organizzazione economica creata a suo tempo intorno al Convento Barocco, che spingeva alla cultura dell’arte (la Chiesa è stata spesso mecenate), dell’artigianato e successivamente del commercio, che rendono questo comune unico nel contesto della Calabria. In questo contesto non potevano mancare gli episodi storicamente caratteristici e la descrizione dei tipi umani, che sono stati i protagonisti.

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e poi l’anima mi chiese un altro viaggio

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È una storia che ci “educa” quella raccontata da Giuseppe Farina. Ci educa alla pazienza, all’ascolto, alla resilienza e ci invita a cambiare lo sguardo sulla vita . La malattia è un pretesto, faticosamente doloroso, che apre innumerevoli finestre di senso come se l’Autore stabilisse, fin da subito, un patto e un dialogo con i suoi lettori perché s’interroghino, nel mentre è lui stesso a farlo, sul senso della vita e sulle sue tortuose strade – le sliding doors- sugli affetti, la famiglia, le amicizie, il lavoro, la sanità, la malattia, la religiosità, la bellezza. Ed è in questa dialettica continua e incalzante che viene fuori l’anima dell’avvocato che ha fatto della parola e del pensiero la sua cifra esistenziale e che, pagina dopo pagina, non rinuncia mai ad esercitarla. Con forza e bellezza. E nel dipanare i fili di una vita che “un giorno ti chiede un altro viaggio”, l’Autore, con lucidità chirurgica e un’analisi di scavo profondissima, ci consente di attraversare le paludi del dolore che spaura e disorienta e di toccarlo con mano per chi è “ disposto a farsi toccare”, ci fornisce un bagaglio di coraggio e forza, ci insegna a ridisegnare contorni e sfumature esistenziali e ci ricorda che la vita è gioia. Pagine che trasformano e curano. Pagine d’amore.

Giuseppe Farina dal 2006 è affetto da SLA – Sclerosi Laterale Amiotrofica, malattia neurodegenerativa a decorso progressivo.
Attraverso le pagine di questo libro ha scelto di condividere la propria esperienza personale: dalla diagnosi di una malattia dalla quale non si può guarire, alla profonda ricerca dell’anima.
Per volontà dell’autore, il ricavato dei diritti d’autore sarà destinato ad AISLA Onlus, l’associazione italiana che dal 1983 si occupa di tutelare e assistere le persone con SLA e le loro famiglie.
Per maggiori informazioni sull’associazione: www.aisla.it

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Eppure noi ci siamo stati

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“[…] Nella poesia della Minisci, pertanto, va riscontrata una chiarissima propensione all’introspezione. L’analisi della “coscienza interna” dell’Io, però, non indulge mai a facili sentimentalismi ma ha il coraggio di analizzare il flusso temporale con onestà intellettuale e talvolta anche con crudo realismo. Vengono ripercorsi così i temi eterni della ricerca letteraria: il mistero della morte, la questione del tempo, la forza misteriosa dell’amore e, più in generale, gli affetti che legano gli uomini e che li espongono inesorabilmente alla perdita. Tali temi sono trattati dalla Minisci con felice sintesi stilistica ed espressiva – una sintesi, peraltro, assai raffinata e ricca di metafore vive. Al tema della perdita – vi abbiamo già accennato – si lega quello della temporalità. Soltanto attraverso la perdita, infatti, il tempo si mostra nel suo esserci […].” Tratto dalla introduzione del Chiarissimo Professore Antonio Martone – Università degli Studi di Salerno.

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Messina rubella alla Spagna (1674/1678)

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numero monografico Incontri Mediterranei.

La Sicilia del XVII secolo è parte integrante dell’Impero spagnolo. Non per diritto di spada, ma per diritto ereditario: dal 1302, infatti, la Sicilia fa parte del Regno d’Aragona. Nel 1492 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona sancisce la nascita dello Stato spagnolo come Stato unitario e la Sicilia ne segue i destini. Nel corso delle crisi del Seicento anche la Sicilia viene sconvolta e coinvolta in una serie di tumulti e rivolte che contrappongono diverse città siciliane al potere centrale di Madrid. Sull’Isola, il primo segnale di malessere e di opposizione ai crescenti gravami fiscali imposti dal governo di Madrid all’interno degli stati spagnoli, avviene a Messina. Nel 1612 la città si ribella contro l’aumento delle imposte sulla seta, produzione fondamentale per l’economia del tempo. Messina però vince e costringe il Viceré Duca di Osuna ad annullare l’aumento dei dazi sulla seta. Inizia così un periodo di rivolte violente, che si sviluppano con una geografia e un calendario differenziato: nel 1647 insorge Palermo, a distanza di un mese circa dalla coeva rivolta di Masaniello a Napoli. Nel 1672 c’è una rivoluzione popolare a Messina per imporre la parità tra patriziato e popolo nel governo della città, nota nel mondo spagnolo per i privilegi di cui godeva, ma il popolo vince la sua battaglia politica, anche per l’aiuto dello stratigò spagnolo dell’Hojo. Questa rivolta è il preludio dell’insurrezione antispagnola del 1674-78, promossa dal patriziato e dal Senato della città, e della guerra civile che negli stessi anni dilania Messina, spaccata tra fazioni: i Merli, filospagnoli, e i Malvizzi, favorevoli al Senato e alla separazione dalla Spagna. Una guerra civile che raggiunge punti di crudeltà e di ferocia che ancora oggi lasciano sgomenti. Le due fazioni uccidono gli avversari senza processo in base a semplici sospetti: ne saccheggiano i palazzi, li strozzano e li impiccano per i piedi, ne squartano i corpi e li espongono lungo le vie principali della città. Si combatte anche contro le armate spagnole, le cui guarnigioni erano stanziate anche all’interno delle mura della città: le fortezze presidiate dagli spagnoli sono costrette alla resa e l’esercito spagnolo si ritira dalla città e dai suoi villaggi, restando però perfettamente efficiente, al punto da cingere d’assedio Messina e i suoi casali. Infine, la città riceve l’aiuto di contingenti militari e di una flotta francese inviati da Luigi XIV in soccorso. La guerra per Messina diventa così una guerra per la supremazia nel Mediterraneo tra Francia e Spagna e alla guerra partecipano anche le armate navali olandesi, alleate della Spagna. Sia i Merli che i Malvizzi producono documenti e testi tesi a raccontare, motivare e giustificare le proprie posizioni e alleanze politico-militari. Tuttavia, le fonti diaristiche e le cronache sulla rivolta e sulla guerra civile di Messina non sono numerose e la maggior parte sono arrivate a noi frammentarie e lacunose. Il Giornale di Messina è la più completa delle fonti tramandate sugli avvenimenti che sconvolsero la città in quegli anni: è un manoscritto noto da tempo, di cui si pubblica per la prima volta una edizione critica completa, con l’auspicio di dare la possibilità di conoscere il Giornale anche ai lettori non specialisti. La Sicilia del XVII secolo è parte integrante dell’Impero spagnolo. Non per diritto di spada, ma per diritto ereditario: dal 1302, infatti, la Sicilia fa parte del Regno d’Aragona. Nel 1492 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona sancisce la nascita dello Stato spagnolo come Stato unitario e la Sicilia ne segue i destini. Nel corso delle crisi del Seicento anche la Sicilia viene sconvolta e coinvolta in una serie di tumulti e rivolte che contrappongono diverse città siciliane al potere centrale di Madrid. Sull’Isola, il primo segnale di malessere e di opposizione ai crescenti gravami fiscali imposti dal governo di Madrid all’interno degli stati spagnoli, avviene a Messina. Nel 1612 la città si ribella contro l’aumento delle imposte sulla seta, produzione fondamentale per l’economia del tempo. Messina però vince e costringe il Viceré Duca di Osuna ad annullare l’aumento dei dazi sulla seta. Inizia così un periodo di rivolte violente, che si sviluppano con una geografia e un calendario differenziato: nel 1647 insorge Palermo, a distanza di un mese circa dalla coeva rivolta di Masaniello a Napoli. Nel 1672 c’è una rivoluzione popolare a Messina per imporre la parità tra patriziato e popolo nel governo della città, nota nel mondo spagnolo per i privilegi di cui godeva, ma il popolo vince la sua battaglia politica, anche per l’aiuto dello stratigò spagnolo dell’Hojo. Questa rivolta è il preludio dell’insurrezione antispagnola del 1674-78, promossa dal patriziato e dal Senato della città, e della guerra civile che negli stessi anni dilania Messina, spaccata tra fazioni: i Merli, filospagnoli, e i Malvizzi, favorevoli al Senato e alla separazione dalla Spagna. Una guerra civile che raggiunge punti di crudeltà e di ferocia che ancora oggi lasciano sgomenti. Le due fazioni uccidono gli avversari senza processo in base a semplici sospetti: ne saccheggiano i palazzi, li strozzano e li impiccano per i piedi, ne squartano i corpi e li espongono lungo le vie principali della città. Si combatte anche contro le armate spagnole, le cui guarnigioni erano stanziate anche all’interno delle mura della città: le fortezze presidiate dagli spagnoli sono costrette alla resa e l’esercito spagnolo si ritira dalla città e dai suoi villaggi, restando però perfettamente efficiente, al punto da cingere d’assedio Messina e i suoi casali. Infine, la città riceve l’aiuto di contingenti militari e di una flotta francese inviati da Luigi XIV in soccorso. La guerra per Messina diventa così una guerra per la supremazia nel Mediterraneo tra Francia e Spagna e alla guerra partecipano anche le armate navali olandesi, alleate della Spagna. Sia i Merli che i Malvizzi producono documenti e testi tesi a raccontare, motivare e giustificare le proprie posizioni e alleanze politico-militari. Tuttavia, le fonti diaristiche e le cronache sulla rivolta e sulla guerra civile di Messina non sono numerose e la maggior parte sono arrivate a noi frammentarie e lacunose. Il Giornale di Messina è la più completa delle fonti tramandate sugli avvenimenti che sconvolsero la città in quegli anni: è un manoscritto noto da tempo, di cui si pubblica per la prima volta una edizione critica completa, con l’auspicio di dare la possibilità di conoscere il Giornale anche ai lettori non specialisti.

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Ricordi e riflessioni di un vecchio medico diversamente giovane

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[…] I ricordi somigliano ai reperti sparsi e disordinati rinvenuti dagli archeologi sotto strati di polvere e che bisogna poi ordinare e collocare nelle epoche giuste. Così avviene anche per i nostri ricordi ammucchiati, in disordine, nel magazzino della memoria. […] Mi accingo, tanto premesso, a raccontare alcuni dei miei ricordi di vecchio medico, non necessariamente i più importanti, convinto di poter strappare qualche sorriso e forse di stimolare qualche riflessione. (dalla Premessa)

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A rasa rasa

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È una raccolta di poesie, di racconti, di riflessioni. Ma è, soprattutto, un libro di memorie, così come si sono depositate nella mente e nel cuore dell’Autore: memorie di luoghi, di fatti e di uomini, di gioie e di dolori, collettivi, familiari e personali. E l’Autore si muove tra queste memorie in punta di piedi, senza disturbanti invasioni di campo, “a rasa rasa”, appunto, e ne parla “a bassa voce”, in prosa e in versi, in lingua e in dialetto. Il nostro dialetto, che egli conosce in tutte le sue sfumature e lo tratta non da “forgiaro”, come dice nella “Nota” di apertura, con l’umiltà che lo caratterizza, ma da maestro, proprio come sa fare “il miglior maestro del parlar materno”, ben consapevole che nel dialetto, in ogni singola parola, si riflettono la vita e l’anima di un’intera comunità, direttamente, senza il filtro delle complesse e spesso devianti elaborazioni formali, richieste da altri registri linguistici […] (Dalla prefazione di Mario Bozzo)

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