Nero di seppia

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C’è un uomo che ha il mare dentro e nelle pagine cammina, osserva, guarda, pensa, scrive.
E quel mare, che è avvolgente quanto inquietante, feroce quanto rassicurante, ha una forza espressiva totale quasi fosse umano.
O, forse, divino. Il mare ha cromatismi che variano, odori che avvolgono, “sprizzii” che toccano, silenzi che parlano.
E quell’uomo vi è immerso tutto. Seduto in riva al mare.
E quell’uomo riempie i suoi taccuini di nero di seppia e i fogli si bagnano di storie e narrazioni che sanno d’infanzia, di adolescenza e di una vita che cresce.
E sanno di quel piccolo mondo antico che è sedimentato nella memoria dell’uomo che scrive e che, d’un tratto, appartengono a tanti. Forse a tutti. Ci sono fichi, clementine, uva, pescato, profumi e sapori che hanno palpiti e ticchettii d’anima.
E quel nero di seppia lentamente si fa osservazione del mondo e racconta altre storie perché quell’uomo, l’uomo del mare, diventa giornalista e le sue pagine si fanno mondo e storie di umanità, spesso dolorosa e dolente. Ma anche ironica, eroica, immaginifica, progressiva, scottante. Perché un giornalista dipinge nei suoi taccuini il mondo tutto con le sfaccettature più diverse e complesse.
Come il mare. Dove torna e ritorna sempre.
Seduto in riva al mare. E lì, l’uomo del mare, si fa mare.

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Non c’era una volta

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Esistevano i prati, gli alberi ma non loro: i fiori.
Da dove germogliasse il verde tutt’intorno era un mistero;
almeno fino a quando non capitò ad un vecchio uomo di ospitarli
in sogno.
Succedeva spesso a costui, anche se per poco, di addormentarsi
ai piedi di un albero piuttosto malandato.
Non gli occorreva infatti un giaciglio autentico, avendo capelli
e barba così lunghi che gli uni gli facevano da guanciale e
l’altra da coperta, altrettanto confortevolmente.
Con un letto tutta quella peluria divideva invece un’altra
qualità: come il più candido dei lenzuoli appena stesi ad asciugare,
era di un bianco che quasi accecava.
Un giorno accadde che, sfiorandolo sulla fronte, un ramo
birichino lo svegliasse nel bel mezzo di un sogno che, pur ridestatosi
di botto, non gli riuscì proprio di trattenere tra i ricordi.
Pensò che da vecchi i sogni non sono poi così diversi dalle
cose vissute per davvero, se come queste sfuggono alla memoria
in un battito di ciglia.
Stropicciandosi gli occhi vide però che erano rimaste a luccicare
sullo sfondo quelle biglie pulsanti che esistono solo per imbrattare
qua e là l’immagine che si guarda, e in un lampo improvviso
gli tornò alla mente un pizzico del sogno appena disfatto.
Non era molto ma era sbalorditivo che aggirandosi ovunque
in quel paesaggio irreale lo circondassero certi corpuscoli mai
scorti prima e così deliziosi, nelle forme come nei colori, da
avergli fatto venir voglia di fabbricarseli con le proprie mani.

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Non vergognatevi di me

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Primi anni Novanta. L’epoca del terremoto politico di Tangentopoli. La fine della Prima Repubblica.
Gli anni degli arresti celebri, della lotta alla corruzione ed anche della caccia alle streghe. Gli anni affannati di una società implosa in se stessa e alla ricerca estrema di un nuovo assetto sociale prima che politico.
Quegli anni, che ormai sono diventati la “storia” del nostro Paese, sono stati raccontati attraverso centinaia di parole, interpretati in film e fiction, scandagliati in mille modi diversi, analizzati in ogni sfaccettatura, studiati al microscopio.
Ma anche la migliore delle analisi corre il rischio di rimanere sulla superficie delle cose. Sfiorandole soltanto.
Perché quella Storia è fatta di piccole storie che si intrecciano e confondono, sfuggendo alle nostre letture più attente.
In queste pagine Antonio Chieffallo ci racconta una di quelle piccole storie. Le storie dietro le quinte che nessuno conosce o è interessato a conoscere. Storie fatte di arresti,  notti insonni,  paure,  improvvisi atti di coraggio,  legami familiari che vanno oltre ogni cosa.
A dare il titolo al libro, una frase racchiusa in un biglietto fatto recapitare ai figli da un agente penitenziario quattro giorni dopo l’arresto. Poche parole, riportate su un foglio a righe piegato in due:
«Non vergognatevi di me, sono innocente. Papà».
Nelle sue parole accorate potrete riconoscere solo una grande, grandissima, dichiarazione d’amore filiale. Perché d’amore sono fatte sempre tutte le piccole storie degli uomini.

 

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Non voglio giocare

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Raccontare il dolore significa superarlo e offrirlo agli altri come momento di condivisione. Così l’autore di questo piccolo grande libro apre la sua anima e da quello scrigno segreto viene fuori un angelo alato di nome Daniela che accompagna il lettore per tutte le pagine della narrazione e per sempre. È questo il miracolo della scrittura: dare vita a chi non è più ed eternarlo. E dunque la storia di Daniela “Piccolo Fiore”, di Marco, di Roberta, di “Penna Bianca”, di un paese che coralmente si stringe attorno alla sofferenza di una famiglia diventa la storia di ognuno di noi. E prende lentamente i contorni cromatici dell’evanescenza quasi a dirci che anche il dolore più straziante quale la perdita di una figlia, può essere lentamente diluito nel tempo grazie alla speranza, alla fede, al sorriso e alla “corrispondenza d’amorosi sensi” tra chi non c’è più e chi resta. E Daniela è qui, con noi e in mezzo a noi.

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Nuotando sotto terra

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Filippo è un ragazzo calabrese che frequenta l’Università a Roma. La sua vita scorre in modo spensierato come quella di qualsiasi studente fuori sede. Una telefonata imprevista da Cosenza interromperà la sua routine e lo metterà di fronte a scelte che affronterà sostenuto dal dovere, dall’incoscienza, dall’amicizia, dalla passione e dal senso di appartenenza alla propria terra. Sarà coinvolto in qualcosa di entusiasmante ma che, nello stesso tempo, lo porterà a fare profonde riflessioni sulla propria vita. Saranno molto importanti per lui i suoi amici, ma sarà soprattutto il “particolare” rapporto con una di loro, Carolina, che lo aiuterà ad ascoltare intensamente se stesso.

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Oltre

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Era comune tra maschi, durante l’adolescenza, cercare il confronto, scoprire la maturità sessuale, dimostrata e sancita attraverso rapporti che assumevano il valore di riti iniziatici. Con la maturità avrebbero rinnegato il disordine della natura umana per adattarsi all’ordine sociale. …Iniziò a cadere una pioggia densa e sottile. Una larga macchia vermiglia si allargava sulla camicia d’Aristej. Non sentiva dolore, ma non riusciva a muoversi e ad aprire gli occhi. Udiva i singhiozzi delle donne adunatesi. Un rigagnolo iniziava a districarsi tra la polvere della strada, come di un maiale appena sgozzato.

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Paese del vento

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Una lunga metafora che racconta una storia d’amore e di passione alla ricerca di un paese dell’infanzia. Ci sono i personaggi e ci sono viaggi. Un andare, comunque, non incontro al tempo ma dentro il tempo. È la storia di Isa che va alla ricerca del suo Diego. Incontri, attese, speranze e mistero. Ci sono appuntamenti mancati e appuntamenti non colti. Oltre alla metafora ciò che caratterizza questo racconto è il linguaggio, con un intreccio tra fantasia e memoria. Isa non ritroverà il suo Diego, ma continuerà a viaggiare sino a quando ci sarà il viaggio nella vita e nei luoghi della metafora.

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Pane per l’anima

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Segnaposto

Parlamento contro… luce

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Natino Aloi ha sempre vissuto la politica come servizio ma soprattutto come dimensione etica dell’esistere, ma non può accettare una politica non di idee, ma di compromessi di mera occupazione di poltrone.

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Parlo a te

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“Parlo a te” è una profonda analisi dei comportamenti individuali e di gruppo che creano le fondamenta, attualmente non salde, per una vita sociale e politica libera. È un libro trasversale che, con l’ausilio dello psichiatra, porta a smascherare i falsi miti che impediscono il raggiungimento della libertà dell’uomo e dei popoli. “È un riciclare continuo quello che ci hanno fatto nel corpo e nell’anima nei primi dieci anni di vita. La proiezione continua di un nemico che da esterno è divenl’uomo per affiancarlo nella riscoperta di se stesso e dell’Altro, che è anche la sua salvezza. “Ci vuole un Tu per concepire un Io… La Tua solitudine di base sarà sanata dall’essere Tu col mondo”. Il cammino per arrivare all’Altro, come amore, superando il concetto del nemico. La resistenza feroce per concepire l’amore. Intervallando scorci del proprio passato, ricordi di gioventù tra guerra e nostalgie borghesi, Fabrizio Di Giulio spiega la figura della donna, la violenza come reazione al Vuoto, l’autorità negativa. Inoltre, analizza il profilo inconscio del popolo italiano contrapposto all’aggressività distruttiva di alcune nazioni, la guerra in Iraq, la questione palestinese, l’eterna idea del nemico che non concepisce i bisogni dell’Altro. L’autore conclude con uno scritto fondamentale, che è la chiave del libro, intitolato “Considerazioni sul potere negativo”.

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Passione e morte

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L’amore di Claretta Petacci per Benito Mussolini  è la tragica allegoria di una passione in cui recita e teatro si frantumano e tutto sembra avere l’ironia del sogno. In questo amore il sogno, pur in un terribile finale, ha uno strascico tra le rughe e tra le righe che la storia, questa storia indivisibile, trascrive. L’incontro con Claretta ha il peso e la leggerezza delle pietre preziose.
Una donna che si lascia morire per troppo amore. Può essere il tentativo di un sogno che non passa. Ma la storia ha le sue note, le sue virgolette, le sue citazioni.
Il sogno che si fa diario e romanzo non ha la necessità obbligata di raccogliere le note a fine capitolo. Perché non c’è capitolo.
Tra l’amore e la morte si resta come volo appeso tra i venti dell’attesa.
Dunque. Passione e morte di un amore. Sulle piazze si giudica.
La rappresentazione è aperta al pubblico, ovvero ingresso libero.
Claretta, austera, ha lo sguardo stanco ma senza i segni dell’oblio. Ora parla più piano e si avvicina al suo Ben.
È mai possibile processare la passione e la morte di un amore?
Claretta cammina, con il visone sulle spalle, con la luce negli occhi e il suo passo sembra danzare. Saranno le scarpe con i tacchi alti.
Una danza che ha onde di giovinezza e di forza.
Nei suoi ricci capelli il volto ha la bellezza dell’amore. Danza sulle scarpe con i tacchi alti e riesce a tracciare il vento di un gioco inesorabile.
Verranno altri racconti. Altri racconti porteranno la cifra di testimonianze e di ulteriori annotazioni.
Altri racconteranno di questo amore ma le parole non basteranno più. Neppure quelle che recitano “Parla più piano…”.
Ma cosa resta?
L’amore, la passione, il rischio e la bellezza di una donna che ha saputo morire per il suo uomo.
Cosa si dirà ancora?
Una donna dagli occhi di tenerezza lunare, sui tacchi alti, stretta al suo uomo.
Claretta, sempre nella sua eleganza, non ha mai avuto il timore di morire per amore. E poi basta.
Senza più parole. Il punto è un obbligo.

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Patire fino alla sete

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Scritto in un periodo in cui campagne denigratorie e cambia-mento del gusto segnavano la fine dell’età daveroniana, Patire fino alla sete ha dovuto aspettare più di settanta anni prima di vedere la luce. Tema centrale del romanzo è l’inquietudine del sesso, l’ansia della ventenne Barbara di fare un’esperienza avvertita come “necessaria” e liberatoria, anche se contraria alle norme del perbenismo borghese. Sfruttando i moduli e le tipologie che avevano fatto la fortuna della sua narrativa, Da Verona capovolge lo schema canonico del rapporto erotico e al topos del maschio conquistatore sostituisce l’intraprendenza della donna affamata di sesso e pronta a offrire il proprio corpo senza pretendere dall’uomo altro impegno se non la disponibilità ad accettare la generosa offerta. Sullo sfondo di ambienti mondani e salottieri, alternati a scene di inquieta vita familiare, la vicenda si conclude con una sorta di ritorno all’ordine che sembra attenuare la dimensione “scandalosa”: quasi un programmatico gioco tra conformismo e anticonfor-mismo, finalizzato allo scopo di stimolare il senso del proi-bito e, insieme, di offrire al lettore la consolante certezza della validità del proprio sistema di valori. A prevalere, comunque, è la componente trasgressiva, il vagheggiamento di voluttà e avventure che accomuna Barbara e il protago-nista maschile, delineato con connotati funzionali a sug-gerirne l’identificazione con l’autore. Motivi romantici e dannunziani si mescolano con altri di ascendenza fogazzariana, futurista, feuilletonistica, a creare un’atmosfera di tensione liricizzante che, oltre ad agevolare il coinvolgimento del lettore, mira a nobilitare le passioni di eroi sprezzatori della mediocrità della morale comune. Alle cadenze retoricizzate e quasi musicali del racconto sono affiancate soluzioni ironiche e disincantate, in uno studiato contempe-ramento di registri stilistici che sembra rivelare, in Da Verona, la lucida consapevolezza delle proprie amplificazioni.

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Pellegrinaggi e peregrinazioni

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Il pellegrinaggio: un reticolo di strade, nodi, giunzioni, luoghi di sosta e d’incontro di uomini e donne provenienti da paesi e culture diverse, di lingue diverse, tutti mossi da uno stesso impulso ad andare, a raggiungere un luogo preciso, santificato da una presenza, una leggenda, una guarigione, per assolvere un voto, chiedere una grazia o ringraziare per averla ottenuta. La civiltà europea è in parte il risultato di quel reticolo di strade, di quegli imponenti flussi di gente di ogni specie e qualità, che nei contatti con gli altri e durante il cammino lasciava qualcosa di sé, della propria cultura di partenza, delle proprie leggende, tradizioni, usanze mentre ne assorbiva altrettante dagli altri. Ma il pellegrinaggio non è solo un fenomeno europeo e tanto meno un’usanza nata nel Medio Evo e sopravvissuta fino ad oggi.
I saggi contenuti in questo volume ne mettono in evidenza l’antichità e la diffusione in Paesi ben lontani dall’Europa, a oriente come a occidente e in entrambi gli emisferi del globo, e la differenziazione delle metodologie d’indagine è un’ulteriore testimonianza di quanto il fenomeno abbia investito e continui a investire di sé innumerevoli aspetti dell’esperienza e della conoscenza.

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Pensieri dall’isola che non c’è

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Amedeo Croce, nasce il 01 giugno 1955 a Roma, dove vive e lavora. La sua arte di paroliere nasce quasi per caso nel 1996, in seguito alla scomparsa del Padre, che segna profondamente l’autore e, crea in lui il bisogno di esorcizzare le dolorose emozioni, scatenate da quel triste evento, scrivendole quasi per prenderne le distanze. La sua vena poetica matura poi nel 2000, in quell’anno infatti, una delle due figlie, si trasferisce oltre oceano per motivi di studio. L’autore, nell’impossibilità di parlarle quotidianamente, fissa su fogli momenti, emozioni, parole e fotogrammi della sua esistenza, facendo quel desiderio, realtà, di dare voce alle sensazioni… La sua anima inizia così a raccontarsi, per mezzo della sua penna… e non solo… Artista eclettico, si esprime in una infinita trama, tra pensieri, poesie, disegni e dipinti, espressioni tutte della propria anima e creatività…

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Perché ti amo

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Il passato, brutto o buono che sia, condiziona sempre le nostre azioni. Questo vale soprattutto per la violenza, che produce effetti devastanti nel momento in cui una persona la subisce e condiziona inevitabilmente il suo presente e il suo futuro.
Parlare di questi argomenti è importante.
Il libro racconta infatti un’esperienza di violenza domestica e mostra le profonde ferite che ne conseguono. Dunque queste pagine vogliono dar voce al dolore, spesso taciuto o nascosto, di tutte le donne che vivono situazioni simili, nel tentativo di sollecitare una presa di coscienza diffusa intorno al fenomeno, e di alimentare pratiche concrete orientate alla prevenzione.
Per l’autrice il passaggio attraverso la violenza e la sua faticosa rielaborazione hanno rappresentato anche l’occasione per scoprire una dimensione di impegno militante, per cui di recente ha promosso la fondazione dell’Associazione Camerunese di Lotta contro le Violenze sulle Donne (ACLVF).

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Permani

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Lo straordinario viaggio di un adolescente, silenzioso e alienato, e un vecchio, che si ritrova a fare il nonno suo malgrado, costretto a passare le vacanze insieme a un nipote del quale sa pochissimo e non gli interessa sapere di più.

Il viaggio dilata tempi e spazi, produce suggestioni, tiene i viaggiatori sospesi in un’indolenza emotiva ed esistenziale, crea intorno ai due protagonisti una sorta di contenitore miracoloso tappezzato di libri, di citazioni, di storie che rimbalzano dalle pagine, di momenti di straniata poesia, di stralci di storia politica che conduce alle lotte proletarie, al terrorismo e a fatti di storia contemporanea.

Nel punto d’incontro dei mondi paralleli avviene una meravigliosa metamorfosi. Quel vecchio, dalla visionarietà obsoleta, si fa  nonno e quel ragazzo si trasforma in nipote sancendo un legame indissolubile tra i due.

 

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Poesie del taschino

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La raccolta “Poesie del taschino” si forma nel corso degli anni, là dove l’autore sceglie di vivere.
Le settantadue poesie sono il frutto del rapporto con i luoghi in cui si trova: Milano, Firenze, Tropea, Parghelia non sono altro che la progressione della sua espressione poetica e di vita.

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Poppea Sabina

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Poppea Sabina, moglie di Nerone, nell’età imperiale, mette in discussione fedeltà e pudicizia, singolari virtù della matrona romana. Disinibita e trasgressiva, ella oltrepassa lo stereotipo della donna di casa, casta e riservata, non curandosi del pudore e mostrando il suo mirabile corpo, vive nel piacere del “libero amore”: incontrare per una notte l’amante di turno o vivere ore di passione amorosa in riva al mare godendo della frescura delle acque marine e del tepore dei caldi raggi del sole estivo. Spregiudicata e puttana più di sua madre, dalla impara l’arte della seduzione, Poppea, non riesce, però a controllare la ferocia di quell’uomo che, in un momento di follia, la uccide unitamente al suo erede, lasciando Roma e il suo popolo, nello sconforto.

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Presunto suicida

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“Ricorda sempre – aveva cominciato a dire, quando, a 14 anni, Gianluca manifestava simpatie per una compagna di classe – ricorda sempre che anche l’amore, anzi, fondamentalmente l’amore deve essere guidato dall’intelligenza. Non innamorarti mai di una ragazza cretina, anche se bellissima. E ricorda anche che, con le donne bisogna sapersi divertire e farle divertire. Ne conquista più una sana risata che cento poesie”. “(…) Solennemente ti prometto che ti racconterò come tuo padre è morto realmente. Devi però lasciarmi la facoltà e la possibilità di scegliere io il tempo e la circostanza”. E se ora non fosse più uscito dal coma? Chi, finalmente, avrebbe detto a Gianluca la verità su una cosa così importante della quale, tutti quanti, quando interrogati, o quando per caso vi giungeva il discorso, sembrava volessero rifuggire?

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Quando credere diventa una scelta

(A cuda di Loredana Nigri)


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Quando credere diventa un scelta è il titolo emblematico per descrivere i risultati di una ricerca sul campo tesa a cogliere le motivazioni del credere all’interno di una realtà del Mezzogiorno d’Italia. L’analisi dell’esperienza religiosa di giovani, adulti e anziani ha consentito di individuare alcuni elementi tipici di una religiosità generazionale oltre che una significativa pluralità di “identità credenti” all’interno della comune appartenenza cattolica. La rilevanza culturale del cattolicesimo, indagata in profondità, cela modi di appartenere diversificati ma sempre caratterizzati da motivazioni e riflessioni personali che in alcuni casi descrivono un allontanamento dall’offerta istituzionale, ma, in altri, testimoniano la possibilità, tutta moderna, di vivere in maniera più approfondita e consapevole la propria fede messa continuamente alla prova dalla complessità del pluralismo contemporaneo. Una fede, dunque, che non muore e né risorge, ma che si trasforma, inscrivendosi nelle storie di vita in modo nuovo e sempre significativo.

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