Fortunato Seminara e Antonio Piromalli. Amicizia letteraria e impegno civile

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È nello stile del dialogo, non sempre pacato, frequentato anche, ma non esclusivamente, attraverso le epistole, l’assiduo rapporto tra due importanti intellettuali del Novecento: Fortunato Seminara e Antonio Piromalli che il presente studio esamina sotto quello che potremmo definire il profilo “professionale” e “amicale”, che in loro diventa un unico accento. La “metafora della terra“, filo conduttore dell’esame, indaga la storia, il vissuto, le scelte, gli esiti, i bisogni di un intero mondo (soprattutto quello della Calabria, ed in parte dell’Italia), abbandonato e retrivo, apparentemente pago di una tradizione, che svela, invece, le lacerazioni apportate dalla barbarie qualunquista, che fa del passato, ancora nel Novecento postbellico, e, poi, in quello della ripresa economica e oltre, il motivo suadente per far de-crescere il disorientato soggetto. Lo studio rintraccia i momenti salienti di un rapporto che si intesse nella terra di Calabria, ma che va ben oltre i confini di quest’ultima (domi e foris): tiene di conto, e non avrebbe potuto fare diversamente, le rispettive tappe “professionali” ed umane relazionate sempre all’incontro dialettico tra i due Calabresi. Esamina, quindi, i rapporti tra Seminara e la sua opera (propriamente l’azione narrativa-narratologica operata dallo scrittore), e quelli tra Piromalli e la produzione filologico-critica di quest’ultimo, ma anche poetica, all’interno di un’ampia analisi che apre finestre su importanti correnti artistico-letterarie del Novecento. Analizza contemporaneamente l’interscambio critico operato da entrambi sulle opere del conterraneo e sui metodi dell’altro, pervenendo così alla costruzione di una mappa artistica indispensabile per tentare di chiarire i passaggi amicali e letterari, dunque umani, che hanno garantito un continuativo dialogo all’insegna dell’azione militante e dell’impegno sociale

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Gerusalemme o morte

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Federico I Hohenstaufen, detto il Barbarossa, è un sovrano illuminato, più moderno che mai, che sogna l’Europa unita, il disegno non riuscito di Carlo Magno. Cerca in ogni modo la convivenza civile senza ricorrere alla spada.
Sue le leggi che proteggono le donne e gli ebrei.
L’11 maggio 1189 Federico I lascia la città imperiale di Ratisbona (odierna Regensburg) diretto a Gerusalemme per la “crociata dei tre re”, cui partecipano anche le corone di Francia e Inghilterra. Il suo poderoso esercito naviga sul Danubio: Vienna, Budapest, Belgrado. Poi i Dardanelli e l’ostile Turchia, infine il fiume Salef, in Cilicia, con la svolta del 10 giugno 1190.  Il romanzo è dominato dalla figura dell’imperatore, ma hanno un ruolo importante anche il figlio Federico, coraggioso e impetuoso, due giovani donne poliglotte, la gitana Runa e l’ebrea Ruth, che diventano abili spie e spezzano cuori, e lo scudiero Sabellicus, sordomuto ma più perspicace di chiunque altro. Cruciale è anche il ruolo del fedelissimo tesoriere-scrivano Sigiboto, che gestisce con spietato realismo un serpentone di uomini e cavalli che attraversa mezza Europa. Senza erba, acqua e cibo i crociati non vanno avanti, ma Sigiboto, aiutato dalle due belle spie ormai dedite anima e corpo alla crociata, inventa ogni raggiro per finanziare la costosa spedizione in Terra Santa. Una vicenda ricca di colpi di scena che il diario segreto del fido tesoriere contribuisce a rendere ancora più originale e appassionante.

 

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Giuda mio padre

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È una notte di primavera a Gerusalemme, e una donna corre nel buio stringendo un bambino tra le braccia. Deve metterlo in salvo e lo lascia in una casa sicura, abitata da una donna, Maria, alla quale hanno appena giustiziato il figlio.
Fanuel vivrà anni sereni nella nuova famiglia di cui fanno parte anche Pietro e Giovanni, gli apostoli prediletti di Gesù di Nazareth.
Ma un brusco incontro metterà fine alla sua pacifica infanzia. Qualcuno gli rivelerà le sue origini, il nome di suo padre, il mestiere di sua madre.
Da qui il protagonista inizierà una ricerca che lo porterà lontano da Gerusalemme, verso Efeso e poi nella Roma Imperiale dove scoprirà alcune verità.
I suoi spostamenti attraverso il Mediterraneo narrano anche il viaggio interiore con cui il protagonista tenta di placare la propria inquietudine, perché “bisogna somigliare per esistere, riconoscersi in un’altra faccia o in un’altra anima per scoprirne una propria”.
Il suo viaggio terminerà a Gerusalemme, dove la storia ha avuto inizio, nel Campo del Vasaio, l’akeldamà, quell’orto maledetto acquistato con i trenta denari del tradimento per accogliere insieme alla salma di Giuda, le spoglie degli stranieri, dei reietti, degli esclusi, dei senza nome che non avevano altra speranza di sepoltura.
Così, Fanuel il viandante, il pescatore che sa scrivere, il figlio di una prostituta e di Giuda Iscariota, traditore di amici, saprà che non importa chi sia tuo padre, cosa abbia fatto, cosa il mondo pensi di lui. Prima o poi, dovrai perdonarlo per trovare finalmente pace.
Questa è la storia di tutti i figli che rincorrono un padre. È una storia antica, leggera, universale, dove non si giudica e non si condanna.
Una favola avvincente perché i personaggi del Vangelo sono umanizzati e messi al nostro fianco come attori di un’avventura spirituale destinata a rinnovarsi in ciascun essere umano e dunque a non avere mai fine.
Caratteri indimenticabili, tratteggiati con chiaroscuri sapienti da Miriam D’Ambrosio, una narratrice di grazia, istintivamente capace di lumeggiare presenze e destini altrimenti indecifrabili; una su tutte la figura di Maria, vera madre dell’umanità ferita, che tutti accoglie e salva.

 

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Gli eredi

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La storia narrata in questo libro è stata ispirata all’autrice dall’osservazione della realtà.
I personaggi di essa inseguono ciascuno un proprio sogno d’amore o di promozione economica e sociale.
Le loro vite si sfiorano e talvolta s’intersecano, ma è alla fine il destino che dà a tutta la vicenda la sua soluzione inaspettata e definitiva.

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Hortensia

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Hortensia è un vasto, insidioso, magico labirinto: il labirinto sudamericano – umano, sociale e politico – in cui le ancestrali profondità del passato risuonano nel presente come enigmatiche profezie e oscure visioni, in cui la violenza delle istituzioni e la ferocia della criminalità nascondono e confondono le identità e i ruoli di vittime e carnefici, di buoni e cattivi, in cui ogni umanità in un attimo riluce e ti guida per poi l’attimo dopo oscurarsi e dannarti. Essendo un labirinto, Hortensia è un intrigo, una vicenda avvincente, un vero gioco d’astuzia per il lettore. L’ombra faustiana dell’efferato Ventsel pervade l’intero intrigo. Al suo centro sta Hortensia Vicente, la fondatrice del collegio di Esperanza, dove da dieci anni si è rinchiusa per sfuggire a un penoso passato. E poi c’è Luis Alvaro, scrittore anarchico, rientrato dopo un lungo esilio dall’Europa. L’incontro tra Hortensia e Luis Alvaro innescherà un vortice di eventi che stravolgerà le loro vite, per mutare il destino di un Paese oppresso da uno spietato regime militare. Verrà così evocata un’antica profezia indigena: dal grande mare verrà un condor dorato a riscattare l’orgoglio di una terra ferita, dispensando vendetta, tormenti e morte, per scardinare il labirinto e condurre ciascuno a una nuova sorte.

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I diari di mio padre 1938-1946

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L’autore propone in questo volume i diari di guerra di suo padre, scritti a cavallo tra il 1938 e il 1946.
Partito per il servizio militare, Antonino Corigliano, viene inviato a svolgere la missione di ufficiale dell’Esercito in Libia. Ed a Bengasi dove era di stanza, viene colto dallo scoppio della seconda guerra mondiale.
A conclusione del conflitto, viene fatto prigioniero e trascorre tra reticolati di guerra, a Yol (Kangra Valley), in India, cinque anni. È in quel periodo che ha pensato di scrivere i diari sulla sua esperienza di allievo ufficiale, sottotenente dell’Esercito, prigioniero di guerra.
Attente riflessioni dalle quali traspare la gioia iniziale, l’impegno in guerra, le terribili sofferenze della prigionia.

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I giorni non si somigliano tutti

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Questo romanzo di Francesco Grisi, finora inedito, porta la data del 1958-1959. È pubblicato in collaborazione con il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” diretto da Pierfranco Bruni, il quale ha già dato alle stampe due saggi su Grisi (uno di questi è una monografia edita dall’editore Pellegrini nel 2000). Il Centro Studi e Ricerche conduce da anni un lavoro di recupero e di analisi del materiale letterario riferito a Grisi. Ha già pubblicato numerosi scritti che risultavano inediti e testi ad egli riferiti. Diverso materiale sempre inedito è custodito dal Centro (da lettere e poesie a disegni e foto). Ha inoltre pubblicato un volume di lettere autografe riguardanti la nascita e la istituzione del Sindacato Libero Scrittori del quale Grisi è stato segretario generale dal 1970 (anno della ufficializzazione) sino al 1999 (anno della scomparsa di Grisi avvenuta a Todi). La ricerca e lo studio, compresa la pubblicazione, sono parti integranti del Progetto “Itinerari Mediterranei”, del CSR, dedicati alla letteratura e alla memoria, patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La copia originale, dattiloscritta, è custodita dal Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”

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I miei diecimila uomini

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Alessia è una giovane donna, solare ed estroversa, che ha tanti desideri tra cui quello di incontrare l’uomo dei suoi sogni e sposarlo.  La vita però le riserva ben altro e le fa vivere diverse esperienze. Scopre così una realtà diversa, quasi un “mondo sommerso”.

Nonostante le delusioni vede in ogni situazione il lato positivo e questo suo ottimismo l’aiuterà a rialzarsi nei momenti difficili.

Dopo aver “collezionato” uomini scopre un importante segreto che la porterà sulla strada della felicità.

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I Parisio a Rogliano e dintorni

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Il libro di famiglia scritto da Francesco Piro, è uno strumento di notevole pregio e interesse storiografico, anche se l’autore non è uno storico di mestiere. Egli stabilisce un rapporto assai stretto tra lo spazio costituito dal rione Cuti, nel centro urbano di Rogliano, in Calabria, cellula germinale del lignaggio dei Parisio e dei suoi agganci parentali con i Piro e i Clausi, e il tempo millenario in cui egli ha contestualizzato lo sviluppo civile, di dimensione italiana ed europea, del suo lignaggio. Da qui, ma è solo uno dei temi del volume, l’attenzione alla genesi del rapporto tra mondo bizantino, mondo saraceno e mondo franco, esaminato attraverso l’intreccio familiare dei Parisio con i popoli sopracitati. Il lignaggio, studiato da Piro, si diffonde a raggiera nelle direzioni più diverse: a sud, in Sicilia e a Malta; a nord nella Padania che assorbe energie civili ed intellettuali in grado di renderla più moderna: si osservi il valore emblematico nel centro di Bologna del “Mulino dei Parisio”. Perciò, nel volume i termini sud e nord si presentano come pura espressione geografica e la ricostruzione dell’autore rigetta ogni localismo e determinismo, in nome del primato, storicamente senza confini, dell’affermazione della vita civile.

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I racconti dell’incredibile

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I racconti racchiusi in questo libro sono stati scritti negli anni in cui frequentavo i banchi di scuola. Avevo 14, poi 15, e poi 16 anni. I soli racconti inseriti nella raccolta e che sono stati scritti lontano dagli anni di scuola sono: “Ileana dagli stivali rotti” (anni 80) e “Quello che sembra (anni ‘90). Fogli di quaderni, di rubrica, di diario, strappati dal loro alloggio, ripieni di parole e conservati fra le pagine di libri di storia, antologia, inglese, psicologia, filosofia”. Il tempo passava e la memoria scordava di averli, anche se maldestramente, conservati. Un giorno di qualche anno fa, il caso volle che un mio vecchio libro di scuola cadesse dalla libreria e finisse a terra, aperto. Tanti fogli e fogliettini si sono sparsi sul pavimento. Mi sono chinata e, prima di raccogliere il libro caduto, ho preso fra le mani un foglio zeppo di lettere e vocali e (incredibile!)… ho ricordato. Ho frugato fra tutte le pagine dei miei libri di scuola e ho trovato racconti, scritti in quell’età in cui mai pensai che in un qualsiasi tempo potessero essere pubblicati (Patrizia Altomare)

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I romanzi calabresi di Fortunato Seminara

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La narrativa di Seminara, uno scrittore vissuto a diretto contatto con la realtà rurale della sua terra, nasce da un intento di demistificazione letteraria. La sua produzione, dai romanzi ai saggi, è strumento di documentazione e denuncia, mira a far conoscere fatti e figure della Calabria, una terra assente dalla narrativa ufficiale e che perciò ha paragonato «ad un pianeta lontano e sconosciuto». Tutta la sua opera è espressione dei problemi e dei fenomeni economico-politico-sociali con cui è venuto a contatto vivendo, giorno per giorno, accanto ai contadini, condividendone le ansietà, le frustrazioni, le sconfitte e, soprattutto, le speranze: in questo senso lo status di scrittore-contadino esibito dallo scrittore lo apparenta a Tolstoj, del quale Lenin ha detto che la cosa più prodigiosa è «quel suo tono contadinesco, quella sua mentalità di contadino», per cui nello scrittore russo «si è incarnato il contadino autentico. Prima che questo conte fosse venuto, non esisteva un vero contadino nella letteratura».
Dall’analisi dei romanzi che si sono affrontati (Le baracche, La masseria, Il vento nell’oliveto, Disgrazia in casa Amato, La fidanzata impiccata e L’arca) emerge un largo affresco di più di mezzo secolo di storia della società calabrese, una società arcaica e primitiva che si evolve verso forme moderne. Fatti e situazioni sono specifici di una Calabria provinciale e contadina, ma acquistano una valenza universale, nel senso che i contadini che popolano le opere di Seminara assumono sulle loro spalle il carico esemplare d’un ceto oppresso che non conosce latitudini specifiche di collocazione.

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I sirviciuli

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I Sirviciuoli è un racconto che per tanti versi rassomiglia ad un giallo classico. Potrebbe, per questo, essere letto e interpretato attraverso chiavi di letture e motivazioni diverse. Non è, e non deve essere, invece, così. Anche se può sembrarlo, non è, intanto – visto che siamo in Calabria – una vicenda di ’ndrangheta o, per essere più precisi, di solo ’ndrangheta. È, semmai, l’intreccio tra un delitto che viene improvvisamente a spezzare la sostanziale quiete di un paese dell’entroterra calabrese e il conseguente atteggiamento di un sottufficiale dei carabinieri il quale, invaso e pervaso da un’intima e sottile smania di carrierismo, intravede nel fatto delittuoso la possibile svolta per una promozione. Ma il suo superiore, quasi lo faccia di proposito, anticipa e scombina sistematicamente tutti i suoi. L’assassino o gli assassini che rincorre il brigadiere di Trimonti sono in mezzo ai personaggi del libro, e alla fine li individuano – sia pure per casuale e mera induzione – sia lui che il capitano; ma nessuno dei due sembra avere la convinzione e la determinazione necessarie per andare fino in fondo e farli arrestare. Nessuno, pertanto, è autorizzato a dargli altre diverse interpretazioni, così come nessuno può essere indotto a sentirsi coinvolto o rappresentato nei fatti e nei personaggi narrati, poiché ogni eventuale e fortuito riferimento deve intendersi puramente accidentale. E per sgomberare il campo da qualsivoglia equivoco si rimanda a quanto riportato da Umberto Eco chiudendo l’ultima delle postille in calce al suo romanzo Il nome della rosa: “Pare che il gruppo dell’Oulipo abbia recentemente costruito una matrice di tutte le possibili situazioni poliziesche e abbia trovato che rimane da scrivere un libro in cui l’assassino sia il lettore. Morale: esistono idee ossessive, non sono mai personali, i libri si parlano tra loro, e una vera indagine poliziesca deve provare che i colpevoli siamo noi”.

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il castello del malessere

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Ho concepito questo mio libro, Il castello del malessere, come un catalogo di ossessioni, di idee fisse, ricorrenti.
Iddio, se esiste, è stato crudele con me perché mi ha fatto dono di una malattia che nessuno, me compreso, può conoscere a fondo. Possono esserne colti solo gli effetti attraverso un lungo percorso di analisi…

…Mentre mi accingo a narrare la mia storia osservo il mio corpo con distacco: è come se al posto degli occhi ci fosse una telecamera che lo scrutasse alla stregua di un’opera d’arte da studiare meticolosamente, da ammirare.

Gradualmente, guardando la mia immagine riflessa come davanti ad uno spietato specchio, ho preso la consapevolezza della mia autocoscienza. Tutto ciò che mi circonda ha cominciato ormai a farmi ribrezzo, lo considero irreale e spesso penso di vedere cose che forse non ci sono…

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Il coro a bocca chiusa

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In queste storie semplici si privilegia di frequente la vicenda interiore dei protagonisti, vicenda che trova poi valore e riscontro negli episodi esterni e nel trascorrere inesorabile del tempo che, a seconda delle esigenze, torna indietro rispetto al presente oppure si apre ad un futuro ricco di promesse. Le sollecitazioni invisibili e sospese dell’inconscio emergono materializzandosi in rivelazioni autentiche, costrette ad accogliere casualmente particolari segni prodigiosi, visibili, in apparenza illogici, che s’inseriscono nella “normalità” del quotidiano in modo più o meno subitaneo e misterioso per “illuminare” il senso di un’intera vita.

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Il corruttore

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È una sorta di pubblica denuncia di un corruttore reo confesso, una testimonianza che scuoterà molte coscienze della politica e della società civile di fronte alle proprie responsabilità morali, prima ancora che giudiziarie. Nasce dal racconto schietto e disinibito dell’ex proprietario della Dhi, società che ha svolto la raccolta dei rifiuti a Maddaloni e in numerosi comuni del Casertano, arrestato nel marzo 2016 per corruzione. Dopo aver confessato e iniziato un percorso di collaborazione con la magistratura, si propone qui di ricostruire con dovizia di particolari tutta la propria vicenda.  La vera peculiarità di questo testo risiede nella scelta audace di raccontare i fatti accaduti dal punto di vista del “cattivo”, o meglio di un valido e preparato imprenditore divenuto poi obtorto collo esperto “corruttore”, invischiato in un sistema che promuove l’arrivismo spietato e ignora le leggi dello Stato e della morale; testimonianza schiacciante di quanto sia labile e indefinito il confine tra legalità e illegalità.

Prefazione a cura di Pantaleone Sergi

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Il faro

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Una storia d’amore che appassiona, senza incorrere in trucchi banali per avvincere i lettori meno accorti.
Una scrittura verista, capace di sciogliere nel romanzo i sentimenti dei personaggi, annodati ai bisogni mutati dal tempo e dalla vita.
Quelli, per esempio, che segnano la lotta tra mascolinità e umanità di Gabriele quando l’amore irrompe con Fiamma. Coraggiosa, generosa, tenace, leale, onesta, fedele agli impegni d’affetto, eppure…
Nell’intreccio tra queste vite e quelle degli altri, laddove si perde e si ritrova l’individuo, la narrazione dell’autrice diventa letteratura e il racconto si evolve in romanzo.

 

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Il figlio del mare

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L’alba sullo Ionio calabrese sorprende Bianca in spiaggia. La ragazzina si è addormentata vergine per risvegliarsi, violata, in uno scenario surreale. È stata un’onda a deporle in grembo la perla di una nuova vita? Quel figlio della marea sarà per tutti Jo, pronunciato all’americana da chi non conosce il vero nome del bambino, lo stesso del mare che sembra averlo generato. Sarà un viaggio di ritorno in Calabria, a trent’anni di distanza da quel mattino, a svelare i segreti di una vita trascorsa lontano, nell’oblio.
Un viaggio nella memoria, che attraversa l’Italia e il dolore di un bambino divenuto adulto troppo in fretta. Un tuffo nel passato, tra le braccia di una terra che sa essere madre e matrigna; dove la vita resiste, chiama nuova vita e combatte, tenace come le ginestre piegate dal grecale. La terra delle origini narrata come archetipo di se stessa, “luogo non-luogo”, spazio geografico e immaginifico. Una storia declinata secondo l’impalcatura della tragedia greca, dove la prosa dei capitoli intreccia la lirica degli interventi corali.

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Il giardini del drago

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Non vi è dubbio che il futuro del pianeta dipende direttamente dalla capacità e dalla volontà degli uomini di cambiare profondamente il loro rapporto con la natura. La nostra epoca è segnata da forti mutamenti climatici in grande misura provocati dall’attività umana che, tra inquinamento e depauperamento delle risorse naturali ha messo a rischio il delicato equilibrio naturale. Le catastrofi degli ultimi anni, tragicamente esemplare l’uragano Cathrina, rappresentano un drammatico campanello di allarme, che nessuno, dal singolo cittadino ai governi delle nazioni, può permettersi di ignorare o lasciare inascoltato.E’ in gioco, come si è già detto, il futuro del pianeta e dell’umanità. In questo contesto tocca ai governi attuare le misure per fronteggiare le emergenze e predisporre tutti gli strumenti atti alla prevenzione, ma strategicamente, solo un profondo cambiamento sul piano culturale che investa la persona, i suoi stili di vita e il suo modo di relazionarsi con l’ambiente e con la natura nel suo complesso, può assicurare migliori prospettive. Per questo ritengo sia importante avviare e sostenere con forza, azioni di stimolo culturale che modifichino valori e modelli di riferimento. Diventa perciò imprescindibile puntare sulle nuove generazioni, perchè assumano la consapevolezza dei problemi e nel contempo sviluppino la necessaria sensibilità per fronteggiarli. Nella mia azione di governo delle politiche ambientali ho conferito grande attenzione ai programmi di educazione ambientale consapevole che sia necessario fornire a tutti l’opportunità di acquisire le conoscenze, i valori, le capacità per proteggere e migliorare lìambiente. E’ per questo che ho accolto con favore e con piacere l’invito a patrocinare la pubblicazione della bella fiaba “Il giardino del drago” che Graziella Idà ci propone. La fiaba, quale forma letteraria, è uno strumento particolarmente efficace per veicolare messaggi e valori tra i più piccoli, soprattutto perchè ciò si realizza con delicatezza, con discrezione e mi piace pensare, con naturalezza. On. Diego Tommasi

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Il lupo vegetariano e altre fiabe

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Le fiabe di Umile Sireno sono accompagnate da tanti significati. Sono, quindi, multiple. Fiabe da intendersi, intanto, quali profondissimi cilindri di mago che in un gioco di “abracadabra” sanno regalare le magie più ac­cattivanti e, ad un tempo, pensose, perché il cappello erutta storie tanto immaginifiche quanto ricche di pensieri nobilissimi. Fiaba, allora e anco­ra, come luogo e tempo dell’educazione in una prospettiva formativa che la trascende nella sua componente fantastica e la ricarica, come già le an­tichissime fiabe di Fedro ed Esopo, di contenuti solo apparentemente lu­dici. Ed è per questo motivo che in tre fiabe della raccolta viene proposta la centralità di un personaggio vecchio a voler sottolineare, nella scelta, l’importanza della sapienza senile al pari, stilisticamente, dell’importanza della fiaba antica. Quasi a dire che solo col capo volto al passato si può re­cuperare significatività di vita da intendersi come “profondità di.. sentire”. C’è questo nelle trame delle fiabe, ognuna delle quali gioca sulla forza d’urto che nasce a fronte della positività di comportamenti etici e morali che, a dirla tutta, sembrano non esistere più. È la farfalla della prima sto­ria che insegna la necessità del rispetto dell’ambiente e la cura dei luoghi dove ci si trova a vivere. Così come ne- il lupo vegetariano si sfata il topos del lupo carnivoro e molesto che invece si trasforma in amico di un gregge di pecore e, in tal modo, l’apparente leggerezza della tramatura narrativa, lascia intravedere un altro ribaltamento di prospettive, l’uomo lupo all’al­tro uomo nella giungla dell’esistenza che è condizione ribaltabile. Le stelle cadenti insegnano ad avere fiducia in se stessi senza, tuttavia, smettere mai di guardare l’Alto che ci sovrasta e ci congloba con la sua magnificen­za. La principessa guastafeste mostra le discrepanze che spesso si creano tra realtà e sogno, superabili solo a patto di calarsi appieno nella vita e toccare con mano il dolore e la sofferenza che sono fonte di conoscenza e approfondimento di se stessi e, quindi, di crescita. La fiera dei sogni si in­tesse dei sogni di Fortunato, che ha undici anni e il sogno grande di cono­scere il padre creduto morto. E il sogno si fa desiderio, tenacia, orgoglio, sentire immenso, preghiera fino a diventare realtà. Fiaba, infine, come racconto di noi, della nostra esistenza, del nostro cuore.

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Il mare e la conchiglia

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due segmenti fondamentali che caratterizzano il suo viaggio letterario sono la memoria e la nostalgia. Il mito è la chiave di lettura, secondo Pierfranco Bruni, che permette di sfogliare la margherita del tempo e della vita. Il suo saggio dal titolo “Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea” è una testimonianza emblematica  del suo pensiero.
È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”. Ricopre  incarichi istituzionali inerenti la promozione della cultura e della letteratura.

Il mare  e la conchiglia. Un viaggio tra i ricordi e la memoria. Un raccontarsi con le maschere e le ombre. Ma quando le ombre si allungano oltre il tramonto le nostalgie prendono il sopravvento. E qui le nostalgie sono nel disegno indefinibile della parola.
Forse tre racconti. O un unico racconto nel quale si cercano le tentazioni del ritorno. Ritornare o ripartire. Ma mai definire. Perché, in fondo, si resta sempre ancorati ad un porto.
Ho vissuto la frammentarietà del viaggio ed ho tentato di cogliere alcuni segni. Ci sono tre vie. O forse una. O una sola via in tre “pellegrinaggi”. O il bisogno di comprendere che dopo il deserto c’è il mare. Oppure la consapevolezza che oltre il mare la terra diventa un deserto e i crepuscoli sono fatti di nebbia come l’alba è fatta di meriggio.
Mi sono incamminato. E se dovessi, tu caro lettore, accorgerti che le ripetizioni si ripetono non farci caso. Io vado, poi ritorno, poi riprendo a navigare, poi lascio solchi sulla sabbia e poi ricomincio. Ripetermi.
La ripetizione mi dà un senso. Il mare è sempre dentro la conchiglia. E la conchiglia ci porta il rumore delle onde.
Così queste mie parole, che sono l’orizzonte di un viandante tra i ricordi e la memoria lungo l’infanzia di un indefinibile esodo nel gioco delle metafore. Punto. Si parte. Il cerchio magico del ritorno è  un fuoco di luna nello spazio del vento.

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