Sulla narrativa siciliana di Luigi Capuana

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Lo studio di Alberico Guarnieri ripercorre analiticamente la produzione narrativa di ambientazione siciliana realizzata da Luigi Capuana nel corso della sua lunga attività letteraria, anche al fine di analizzare l’immagine della realtà popolare che emerge attraverso le diverse forme narrative utilizzate dall’autore, la novella, il racconto fiabesco, la fiaba e il romanzo. Vengono in particolare prese in considerazione opere come Le Paesane (1894), per quanto concerne la novellistica, il romanzo Il marchese di Roccaverdina (1901), le fiabe di C’era una volta (1882) e il racconto fiabesco Scurpiddu (1898).
Questi testi costituiscono il primo tempo dell’approccio capuaniano al contesto siciliano, compiuto da angolazioni diverse e in periodi diversi, e svolgono la funzione di spie eloquenti della vastità degli interessi dello scrittore, nonché della sua costante volontà di operare sperimentazioni, con esiti alterni. Il quadro ambientale e sociale che Capuana traccia della sua terra non è mai univoco, poiché le novelle e il romanzo ritraggono un mondo sottoposto a un costante sovvertimento e personaggi molto più problematici di quanto la critica abbia riconosciuto, preferendo etichettarli perlopiù come macchiette prive di qualsiasi spessore psicologico e vedendoli coinvolti in vicende inverosimili atte unicamente a suscitare il riso del lettore. Dal canto loro, le fiabe e il racconto fiabesco recano tracce di inquietudini esistenziali che tendono a travalicare l’immediato senso idilliaco.

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Tedeschi a Vallemare e altre memorie

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Ho iniziato a scrivere di memorie dal 1946, in versi (“Quaderno dei ricordi”). Questi miei “appunti per un’autobiografia”, iniziati intorno agli anni ’60, si compongono di tre libri: Memorie e fantasie; Vallemare e altri racconti; Tedeschi a Vallemare e altre memorie. Sono stati scritti di getto senza pensare alla “forma”, volutamente, proprio di chi racconta ad un amico, fatti banalissimi della sua vita oppure assai tragici, ma col sorriso, a volte beffardo a volte tragicomico, sulle labbra. Chi non ha vissuto i miei tempi non può capire fino in fondo certe affermazioni e certe mie apparenti contraddizioni. Ho sofferto, senza venirne però moralmente toccato, tutte le incongruenti scempiaggini (potrei aggiungere sorpusi, vigliaccherie e inutili crudeltà) di questo nostro secolo che amai definire “il secolo della pazzia” (mia madre “della finazione del mondo!”). Così come appare scialbo e manchevole il mio “stile”, appare scialbo e manchevole il mio racconto. Avrei potuto rendere più rimarchevoli certi fatti? Ma come si può rendere il fuggevole “sentimento delle cose” attraverso la scarna capacità della parola? Come avrei potuto per esempio rendere il vero di quella notte di lamenti e persino di ululati scagliati al cielo da mia madre rimasta sola sulla Piazza del suo paese a gridare il mio nome di figlio: “Aldooooo Aldooooo mio…” dopo che fui portato via dai tedeschi, se non riempiendo di altrettante urla disperate pagine e pagine di questo esile e pur sempre taciturno diario? Mi fanno conforto tuttavia le affermazioni di persone di varia cultura e di vario bagaglio critico e caratura sentimentale, di cui non faccio il nome, che hanno contraddetto certe mie tormentate perplessità (“Esemplare lavoro di scavo” – “Scrittura così viva e così gradevole nel raccontare le mille cose piccole o meno” – “Sentimento delle radici del paese dell’adolescenza” – “Storie di vita e di memoria con tanti personaggi colti in modo fulmineo, perfetto, e resi allora indimenticabili” – “Scrittura inventiva, fantasiosa, creativa”). Sono pertanto restate nella penna tutte le analisi dei tanti pensieri e drammi interiori accompagnati ai fatti accaduti, la dolcezza o le angosce del riandare, nell’occulto silenzio delle notti, al tempo (e alle persone) del tempo che fu e ai perché del loro essere stati e poi del loro smarrirsi nel vuoto del presente e nel nulla del futuro. V.S.

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Terra amara

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Il romanzo – di cui non possediamo il manoscritto, ma due stesure dattiloscritte con il titolo Terra amara e due con il titolo Memorie del tempo –, nelle intenzioni dell’Autore avrebbe dovuto concludere – dopo Le baracche e La masseria – il ciclo delle opere narrative dedicate al mondo contadino. Il tema principale – la rivendicazione delle terre – non ci riporta all’immagine di una Calabria arcaica e pietrificata perché la lotta dei contadini avviene per combattere il perdurare del feudalesimo agrario, per dare un aspetto moderno e democratico al territorio. Lo scrittore precisa, esamina, individua i termini di una vicenda, si richiama alla razionalità che deve avere l’azione, ai modi che determinano l’avviamento degli eventi. Lo strumento della precisazione è la figura dell’endiadi, diffusissima, che afferma, conferma, ribadisce: endiadi di aggettivi, sostantivi, verbi ma anche di forme sintattiche meditate e simmetriche. Altro strumento di precisazione di presenza dell’intelletto è il richiamo ai paragoni naturalisti che ci riportano all’osservazione dei fenomeni della vita della campagna, del lavoro dei contadini, dei fenomeni atmosferici, del clima, della vita degli animali. Con tali nervature di conoscenza tecnica Fortunato Seminara ci ha lasciato un romanzo solido, in cui egli collega il vero amore della sua vita (e fu amore complesso, difficile ma chiaro), il mondo contadino guardato senza debolezza, senza folklore, con speranze sempre contenute e sempre periclitanti.

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Touch me

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Touch me è il superamento della barriera, del passaggio che porta a ristabilire il contatto fisico.
Ogni momento è un’ evoluzione nella lotta quotidiana e nella consapevolezza di essere fragile e forte al contempo come un guerriero che sta in una mano.

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Un chiodo nel cuore

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Non c’è niente di più sorprendente nella vita della vita
stessa. Il suo dispiegarsi con l’avvicendarsi degli eventi supera
di gran lunga il limite consentito all’immaginazione
umana. E, purtroppo, ciò che il destino riserva non è sempre
caratterizzato da piacevoli sorprese.
Quella di Stefano, protagonista di questo romanzo, è
una storia di grande dolore, infinite sofferenze e amare ingiustizie
perpetrate ai danni di persone semplici e oneste.
Una vicenda ambientata in un tempo e in un luogo in cui
era facile perire inconsapevole e innocente vittima dell’altrui
angheria: il potente contro il debole, il forte contro
l’indifeso, il fato contro i desideri degli uomini.
E così il sogno di Stefano, quello di una vita tranquilla
da vivere in semplicità con la donna amata, diventa un
calvario senza fine, un peregrinare lungo e angosciante,
costellato da tristi accadimenti che sembrano fare a gara
tra loro a chi riesce a portare il fardello di sofferenze più
pesante da offrire ai protagonisti della vicenda.
Sicari, entrando in medias res, sin dalle prime parole
del testo lascia intendere al lettore che la storia che andrà
a leggere non sarà un divertente e spensierato racconto,
bensì un’odissea intensa e commovente.

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Un chiodo nel cuore 2

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Il secondo volume del romanzo Un chiodo nel cuore porta il lettore nel cuore pulsante delle vicende già note e diventa subito una storia riconoscibile con i suoi personaggi, le tragedie familiari, gli affetti divisi, i luoghi, le atmosfere, i tempi. Il lettore si ritrova, ancora una volta, a seguire Stefano e Mara, i protagonisti, attraverso i tanti sentieri esistenziali che troveranno, alla fine, uno sbocco intenso e positivo. Stefano, finalmente, dopo le ingiustizie patite, riuscirà a realizzare un sogno atavico: acquistare “un grosso gregge con dei pecorai sui pascoli dell’Altopiano”. Ed è qui che pare prendere corpo il desiderio di una vita intera che è stata spezzata in gioventù per un omicidio non commesso. Mara nutre il sogno di Stefano con quella dolcezza e sensibilità che il lettore ben conosce. Eccoli, dunque, Mara e Stefano, davanti agli occhi di che legge, eccoli, non più giovani ma tenacemente avvinti dall’amore a compiere una scelta importante: Stefano sull’Altopiano e Mara a San Damiano a vivere di attese e speranze. Ma è qui che qualcosa cambia e, in particolare, il personaggio di Mara subisce una metamorfosi. Narrativamente, dunque, il romanzo si sposta sull’asse esistenziale di Mara e, a livello, geografico ci trascina a San Damaso che è un paese alle pendici dell’Altopiano dove Stefano trascorre le sue ore di lavoro e si presenta ricco di storia, delicato e fascinoso. Ed è qui, ancora, che la narrazione trova il suo diapason perché San Damaso non è solo il luogo in cui Mara e Stefano trovano modo di riallacciare la poesia delle loro anime ma nuovi ed emblematici personaggi costellano la storia arricchendola e problematizzandola. Decisiva, in questo microcosmo paesano, la presenza di Elisabetta che potremo definirla il “deus ex machina”, depositaria di un segreto che, una volta svelato, scioglierà uno dei nodi più drammatici del romanzo con dei colpi di scena che hanno dell’incredibile e che fanno sussultare l’animo del lettore di sensazioni ed emozioni mai provate fino all’ultima pagina.

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Una lacrima… nell’universo

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Massimo Veronese, scrittore non di professione, dà l’impressione di raccontare un sogno, ma, di fatto, racconta un incubo: la vita avvistata come una grande fiaba d’amore, poi, ritrovata in un tunnel di cui si può indovinare solo l’uscita lontana e quasi impossibile. L’esistenza come esperienza tragica: questo è il nucleo duro del romanzo del giovane autore, che esordisce su un tema non infrequente nella letteratura del nostro tempo e che, contro ogni attesa, perviene ad una sua ferma originalità per l’inesausta ellissi della sua parola, che tocca vicende e le trasforma in smarrimento dell’essere. Un torrenziale flusso interiore, come è proprio del grande romanzo esistenziale. Ed è a questo torrenziale flusso interiore che si deve la qualità nuova di una prosa non arrestata da punti, punti e virgola, virgole. Veloce, sussultoria, frenetica, disorganizzata nelle sue strutture canoniche, e solo ordinata dal cuore che intende affrettare la meta. Una novità e una rarità nel quadro della letteratura corrente. Pasquino Crupi

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Viaggi banali

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I “Viaggi Banali” sono le tappe d’un soggettivo itinerario generazionale, identificato negli approdi-simbolo di conoscenza e formazione. Un racconto per scelte descrittive tra le capitali della vecchia e della nuova Europa, che hanno riempito di contenuti le forme dell’immaginario, e d’idea e sostanza il sogno di tanti giovani senza età: tracciando – dagli anni Sessanta al nuovo secolo – vie diverse alla soggiogante ritualità del quotidiano, e così conferendo valori

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Vincere la mafia

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Un ‘quaderno’ per proporre una nuova strategia antimafia attraverso un piano di educazione articolato in un vero e proprio programma di studi di tre anni.

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Vintage cafè

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Santino, capace di somministrare un caffè che rappresenta un’autentica eccellenza, è il protagonista (vero) di un breve viaggio velato d’ironia in cui l’oro nero è quasi un pretesto, il bollente carburante per esplorare un micro-cosmo denso di promesse e di sorprese: quello del Caffè Europa in Cosenza che, tra ricordi e suggestioni indotte dalla bevanda, sembra pure suggerire qualche utile, meno divertente divagazione di ordine socio-economico. La caffetteria di cui si narra è una minuscola impresa a carattere familiare e nel viaggio si respirano atmosfere di cui è ancora intrisa la nostra terra, ma le intuizioni imprenditoriali di Santino – perché d’intuizioni si tratta e non di accademiche applicazioni – sembrano generalizzabili e, con un minimo di personalizzazione, anche “esportabili” e rilevarsi vincenti in altri settori e in altre città.

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Vita di Fortunato Seminara

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…un altro punto ci sembra fondamentale per evocare correttamente Seminara, quello che consiste nel finirla una volta per tutte con la “calabresità”. La ricostituzione d’una vita è soprattutto una messa in evidenza della libertà del soggetto di fronte al reale; fra gli elementi di questo reale la Calabria è un dato che Seminara, durante la sua esistenza, dovrà affrontare e usare, ma non costituisce una fatalità. Per ogni uomo, la vera tragedia è il carattere, e questa tragedia è universale ma, contemporaneamente, mette in scena la nostra libertà. Questa lotta di uno contro se stesso, e poi contro gli altri, è propria di ognuno di noi, sempre e ovunque, e può essere capita da tutti. Il luogo della nostra nascita è un incidente, e restiamo liberi di farne ciò che vogliamo, l’elemento determinante (ma anche misterioso) è l’io.

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Vita difficile nel paese dei tuttologi

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L’autore mette a fuoco speranze e illusioni, delusioni e contraddizioni, denunciando i mali che affliggono la società, che si trasforma in giungla, il cui scenario è calcato da furbi, ambiziosi, arroganti, mestieranti e dai soliti tuttologi, insieme ad una moltitudine di comparse indifese e senza alcun potere. L’Epistolario si fa leggere perché suscita coinvolgimento e curiosità con la narrazione di tanti episodi reali e irreali, in un gioco di specchi e rimandi.. Ennio dimostra di essere in crisi e alle prese con il suo pessimismo perchè non condivide l’incedere del mondo, ma deve fare i conti implacabilmente anche col suo “Io” che non gli risparmia critiche e rimproveri continui. (dalla presentazione del prof. Mario Caligiuri docente di Comunicazione pubblica all’Unical) Nelle pagine di questo Epistolario l’Autore rivela tutta la sua immensa umanità, la sua attenzione per i problemi sociali, l’acutezza dell’osservazione, la profondità della riflessione, la sofferenza nella ricerca di soluzioni. Ogni spaccato di vita è filtrato nel crogiolo del suoi sentimenti, sì che ogni scena, ogni evento, ogni gioia, ogni dolore diventano nostri, nel senso che non ne siamo solo i destinatari come lettori, ma testimoni o attori. E’ un libro, questo, che va letto in solitudine, con grande attenzione e trasporto. E’ un libro, questo, su cui occorre serenamente e profondamente riflettere.. (dall’introduzione del Dott. Aldo Scarpelli, Primario di Chirurgia Generale) L’epistola è considerata alla stregua della poesia, che sgorga, arte spontanea e creativa, dal più profondo dell’anima, dall’archivio immenso della memoria e dalla grandezza incommensurabile dello spirito, che si eleva sempre più in alto, fino ad un rapporto coinvolgente le due sfere dell’immanenza e della trascendenza. Nella consapevolezza che non ci sarà mai un personal computer che possa eguagliare od imitare le qualità spirituali dell’uomo. (dalla prefazione dell’Autore)

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Vite tra tenute

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La vita preesiste alla pagina, in questo libro, significativamente, ambiguamente, allusivamente titolato “Vite tra tenute”. I “tra tenuti”, ma è meglio dire i trattenuti, si raccontano, e raccontano il carcere. Si passa, dunque, dalla letteratura sul carcere alla letteratura del carcere. C’è un guadagno di storia, di verità, di etica, di virile umanesimo, come può solo avvenire quando la testimonianza è diretta. ed è testimonianza collettiva su una comune condizione di vita carceraria. Descritta. ragionata e sollevata dalla sua incombente minaccia alla discruzione di ogni umanità attraverso una sovrana ironia, che desta l’urto tra le belle parole e la realtà infingarda. C’è il romanzo, c’è il saggio in questo libro multanime, scandito, capitolo dopo capitolo, dalla citazione di Uomini Illustri che illustrano il fallimento della cultura: nulla di ciò che essa ha predicato, è stato praticato. E c’è il ravvivamento della battaglia meridionalista contro l’orda icinica che assume il Mezzogiorno come pretesto ed alibi per tutte le ginnastiche destro-sinistra intese alla demolizione dello Stato di diritto. Un alito di pensiero puro emana da questo libro dal carcere, scritto in carcere, dai carcerati. E non è fuor d’opera dirlo. Poichè il carcere non è il luogo più sporco del mondo. Semmai, è il luogo in cui la società, fatta stato, scarica la sua immondizia.

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Zibaldone Norvegico

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«Scelsi la poesia lasciando perdere tutto il resto, vivo in Norvegia dal 1957, la mia lingua quotidiana è il norvegese, la lingua italiana l’ho adoperata completamente per scrivere. Il vangelo adoperato come poetica. Mia moglie ha avuto quattro figli avendo una vagina particolarmente esplosiva, dopo lavorato in fabbrica mi rinchiudevo in una cameretta e mi preoccupavo solo della scrittura … il sottoscritto poeta è tanto delinquente che se la ride di tutto il nostro male … Corpi di reato reperibili: Poesie blasferiche e tutte sgraffigniate».

Se c’è una cosa che più di tutte è riuscita a Luigi Di Ruscio è mettere in difficoltà non solo i suoi lettori, ma anche i critici, persino gli studiosi che più di altri lo hanno sostenuto e apprezzato … Come capita in tutti gli autori classici ha continuato a scrivere sempre lo stesso libro approfondendo gli identici temi.
ANGELO FERRACUTI

Di Ruscio è stato il poeta ruzzante di un corpo titanico mai separato dalla vertigine dell’anima e dalla materiale quotidianità dell’esserci per la vita, fino alla morte. La sua ostinazione etico-politica, il suo comunismo fragorosamente poe- tico, unito alla sua olimpica trascuratezza per le strategie letterarie, hanno fatto il resto.
MAURO F. MINERVINO

rassegnastampa

Prefazione di Angelo Ferracuti
(Nota di Mauro F. Minervino)[koo_icon name="undefined" color="" size=""]


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