#iodamorenonmuoio

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Le donne nella storia. Donne geniali, donne vittime, donne ribelli che hanno caratterizzato la vita del mondo: Ipazia di Alessandria, Olympe de Gouges, Giovanna d’Arco, Beatrice Cenci, Isabella Morra, Artemisia Gentileschi, Francesca La Gamba, Oriana Fallaci, Angelica Balabanoff, Margherita Sarfatti, Anna Kuliscioff, Ada Negri, Oriana Fallaci, Franca Rame, Isabella Aleramo. E, poi, donne assassinate da uomini brutali: Roberta Lanzino, Maria Rosaria Sessa, Fabiana Luzzi. Madri uccise dai figli: Patrizia Schettini e Patrizia Crivellaro. Infine donne capaci di ribellarsi alla ’ndrangheta come Giuseppa Mercuri e Maria Concetta Cacciola. Eppoi le sconosciute, le donne straniere rese schiave, costrette a prostituirsi per le strade della Calabria. Questo libro è un lungo viaggio nell’universo femminile compiuto tra la letteratura e la cronaca per aiutare a comprendere le devianze criminali e sub-culturali che hanno determinato i femminicidi nel corso dei secoli. Un viaggio appassionante e istruttivo accompagnato da testi teatrali e letterari che consentono di riscoprire come, accanto al mostruoso che si cela dietro ogni delitto, esista anche il bello capace di riscattare il lato oscuro dell’umanità. Un bello che ha un’accezione largamente femminile.

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A rasa rasa

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È una raccolta di poesie, di racconti, di riflessioni. Ma è, soprattutto, un libro di memorie, così come si sono depositate nella mente e nel cuore dell’Autore: memorie di luoghi, di fatti e di uomini, di gioie e di dolori, collettivi, familiari e personali. E l’Autore si muove tra queste memorie in punta di piedi, senza disturbanti invasioni di campo, “a rasa rasa”, appunto, e ne parla “a bassa voce”, in prosa e in versi, in lingua e in dialetto. Il nostro dialetto, che egli conosce in tutte le sue sfumature e lo tratta non da “forgiaro”, come dice nella “Nota” di apertura, con l’umiltà che lo caratterizza, ma da maestro, proprio come sa fare “il miglior maestro del parlar materno”, ben consapevole che nel dialetto, in ogni singola parola, si riflettono la vita e l’anima di un’intera comunità, direttamente, senza il filtro delle complesse e spesso devianti elaborazioni formali, richieste da altri registri linguistici […] (Dalla prefazione di Mario Bozzo)

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Adesso vi racconto una storia

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“Oggi vivo lontano dalla Calabria e quando torno mi riempio gli occhi di azzurro e il cuore di gioia, vedendo e osservando la meravigliosa gioventù che gira per il mio paese.
Io penso che i miei giovani siano i più belli e più trasparenti del mondo e mi chiedo se qualcuno ha raccontato mai loro le storie e le contraddizioni della nostra terra, così come sono state raccontate a me”.

Ventiquattro brevissimi racconti (ventiquattro ferite dolenti nel corpo sociale di un piccolo paese del Sud avvolto nelle nebbie della mentalità ancestrale) e ventotto poesie – quasi un controcanto – costituiscono la trama di questo libro, che antropologicamente si configura come un affresco di dissonanze e contraddizioni di vita.

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Aforismi… senza ”ismi”

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Il passato, brutto o buono che sia, condiziona sempre le nostre azioni. Questo vale soprattutto per la violenza, che produce effetti devastanti nel momento in cui una persona la subisce e condiziona inevitabilmente il suo presente e il suo futuro.
Parlare di questi argomenti è importante.
Il libro racconta infatti un’esperienza di violenza domestica e mostra le profonde ferite che ne conseguono. Dunque queste pagine vogliono dar voce al dolore, spesso taciuto o nascosto, di tutte le donne che vivono situazioni simili, nel tentativo di sollecitare una presa di coscienza diffusa intorno al fenomeno, e di alimentare pratiche concrete orientate alla prevenzione.
Per l’autrice il passaggio attraverso la violenza e la sua faticosa rielaborazione hanno rappresentato anche l’occasione per scoprire una dimensione di impegno militante, per cui di recente ha promosso la fondazione dell’Associazione Camerunese di Lotta contro le Violenze sulle Donne (ACLVF).

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Al canto del Muezzin

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Raccontare è anche cercare di vivere un destino. Lungo il vento e il suono del Canto del Muezzin gli echi di un incontro si lasciano ascoltare senza alcuna nostalgia. La pazienza diventa coraggio e l’amore si fa perseveranza. L’Oriente è nella bellezza di un’elegante sensualità che rende ogni parola gesto di vita. In questo dolcissimo romanzo il silenzio e la contemplazione fanno della scrittura un cammino tra il deserto e l’attesa. Gli occhi di lei sono lo sguardo di lui. L’indefinibile conduce ad una religiosa memoria in cui il mistero ha i segreti che tratteggiano un tempo labirintico e l’intreccio tra la consapevolezza del limite e gli affascinanti orizzonti dei mari è isola nelle distanze ma anche viaggio e porto. Un romanzo intenso che rende complice ogni lettore.

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Amarando

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Marilena Merenna è nata a Montalto Uffugo (CS). Si è laureata in Lettere Moderne all’Università della Calabria. È docente a contratto di Sociologia dell’Educazione presso la Scuola di Specializzazione per l’insegnamento secondario dell’Unical. Ha curato i testi e le ricerche sul campo per la realizzazione di diversi documentari del Centro Radio Televisivo dell’Università della Calabria fra i quali si citano: Unical un ponte verso il tuo futuro; La processione del Venerdì Santo di Montalto Uffugo; La giornata di Youseff. I suoi campi di studio sono la pragmatica della comunicazione, l’educazione all’immagine, l’antropologia spaziale. Ha tenuto seminari di antropologia spaziale e di linguaggi non verbali presso il corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università Alma Mater di Bologna. Ha curato diversi stage formativi sulla prossemica e sull’ Antropologia per corsi di formazione professionale. Ha pubblicato per il Centro Editoriale e Librario dell’Università.

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Anna

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Quello di Vittoria Bacher è un romanzo di formazione almeno quanto lo è di deformazione: la protagonista già da bambina ha cognizione di ciò che vorrebbe trovare di buono e di giusto nella realtà e crescere per lei significa solo scoprire, ogni giorno di più, quanto la realtà ne sia lontana.
È in parte il resoconto di una disillusione.

Prefazione di Maria Rita Parsi

 

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Annetta

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La storia di Annetta è la storia di un dolore che non ha possibilità di sopirsi e che nel corso di tutto il romanzo rimbalza costante e forte pari al rimbombo di un tuono. Perché Annetta non muore e basta. Ma si lascia morire pendendo da una trave da dove i suoi vent’anni, nemmeno compiuti, scivolano e urlano tutto lo strazio di un’esistenza consumata tra malinconia e solitudine, immobilismo e ferocia che ha il volto e l’ansimare di un padre fatto troppo di carne e poco di amore. E quella trave che ne regge il corpo e cela per sempre il segreto di un ventre gravido diventa simbolo e metafora del male che si aggira sempre e comunque attorno a noi, anche quando ha gli occhi rassicuranti di chi ci ha generato. Attorno alla morte di Annetta si attorcigliano le voci di un paese che sa eppure non sa e si avvoltola in una spirale di parole che non cambiano la tragicità di un evento senza ritorno. E sulle voci dei tanti e dei molti anche quella del narratore che s’incarica di rintracciare la verità tra le pieghe ferme del paese e che, seppure faro in tanta nebbiosità, non ha la forza di generare alcun cambiamento. Perché in fondo tutti sanno senza sapere come se la verità aleggiasse inevitabile tra e nelle cose ma a nessuno importasse. Perché le cose capitano e quando capitano restano lì nel loro ineludibile dolore che già, di per sé, parla e non ha bisogno di troppe parole.

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Antonio Tabucchi

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Flavia Brizio-Skov – usando come base teorica filoni di pensiero riconducibili, in America e in Europa, al post-strutturalismo – delinea, con mano sicura, una mappa del complesso universo narrativo di Antonio Tabucchi, un autore che non smette mai di stupire e di ‘ridefinirsi’. Dall’esame della Storia come microStoria e metaStoria nei primi romanzi, la Brizio-Skov passa ad analizzare i racconti, ovvero la narrativa di stampo postmoderno, autoriflessiva e spesso inquietante, che trova il suo culmine nel romanzo Requiem, per tornare alla Storia come contro-Storia in Sostiene Pereira e come assenza di giustizia in La testa perduta di Damasceno Monteiro, senza trascurare il Tabucchi “scrittore per la stampa” e intellettuale impegnato a denunciare, con elzeviri e pamphlet, le ingiustizie e le miserie morali e materiali dell’attuale società. A chiusura del volume, un minuzioso resoconto ragionato degli interventi critici apparsi, sulla produzione di Tabucchi, in varie lingue dal 1975 fino ad oggi, contribuisce ad aprire, per gli stimoli che offre, nuovi orizzonti interpretativi.

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Apertura alla francese

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Seduto davanti allo specchio nel camerino, dietro le quinte del teatro “Saffo” di Madrid, nell’attesa di entrare in scena per l’ultima volta, Zacharie Levy si rivolge ad un pubblico immaginario e racconta la sua vita. Nato nel 1950 in una prestigiosa e ricca famiglia di ebrei francesi, proprietari di un marchio legato al mondo della houte couture, Zacharie trascorre i primi anni della sua vita alla ricerca di un equilibrio tra i vecchi e i nuovi modelli della società parigina del dopoguerra. Quando, appena maggiorenne, la sua strada s’incrocia con quella di un mistico, che lo inizia alle letture esoteriche della Cabala e allo studio comparativo delle religioni, la sua vita prende una piega sorprendente che lo porta da una parte all’altra del mondo, da Gerusalemme a New York e ancora altrove. Apertura alla francese è un romanzo introspettivo, cinico, disincantato, ricco di colpi di scena, con un finale inatteso e commovente.

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Attraverso i suoi occhi

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Rebecca è matricola all’università. Dopo quello che chiama “l’incidente” e di cui non parla mai, cerca di mostrarsi fredda e indifferente al mondo esterno, ma si scioglie in pensieri dolorosi nell’intimità del suo Quaderno delle Riflessioni.
Una sera, recandosi ad un concerto dei Dream Theater, si scontra con Lorenzo, cupo e introverso musicista, con il quale instaurerà fin da subito un rapporto di odio-amore: entrambi nutrono un segreto senso di colpa per qualcosa che in passato ha sconvolto la loro vita e questa consapevolezza reciproca li farà sentire legati fin da subito. A seguito di una serie di incomprensioni però, le strade dei due ragazzi sembrano destinate a dividersi.
La mente dubbiosa di Rebecca troverà le risposte a tutte le sue domande? Lorenzo imparerà qualcosa su sé stesso, guardando attraverso i suoi occhi?
Soltanto quando questo accadrà, la loro sofferenza potrà lasciare spazio a nuove emozioni che, nonostante la paura, riusciranno a farli tornare a sorridere, almeno fino alla prossima sorpresa del destino.

 

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Avrà gli occhi come il mare

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La prima ecografia rivela impietosamente a Ines e Marco che il battito del bambino non c’è mai stato.
Inizia per loro una dolorosa odissea di nuove gravidanze, aborti spontanei e pellegrinaggi da un medico all’altro.
Ines si sottopone ad ogni terapia anche contro il parere di Marco, che fatica a riconoscere in lei la donna che ha sposato ma che non può non assecondarla. Pensando a se stessa come a una donna a metà, Ines si annulla pur di avere un figlio, a volte mettendo a rischio l’unione con Marco.
Una storia d’amore, di dolore ma anche di speranza, dove il lieto fine non è scontato ma sicuramente auspicato da tutti coloro che si commuoveranno nel leggerla.
Una storia che, tra tutti i colori dell’arcobaleno, sceglie di tingersi di azzurro. Proprio come il mare.

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C’era una volta…

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Sembrerebbe l’incipit di una bella fiaba: ”C’era una volta…”
Ma non trepide principesse e nemmeno cavalieri temerari  vivranno alla fine felici e contenti.
La parabola esistenziale dei protagonisti, apparentemente l’una discorde dall’altra, si ricongiunge in un consapevole e risolutivo  Golgota.
Il giovane seminarista diventa un impegnato professore di sinistra.
Il coraggioso e tormentato Don Anselmo prende su di sé l’ultima croce e si arrende al dolore del figlio punito dal Padre.
Entrambi tragicamente sconfitti.
E non c’è luce alla fine della strada.
Anche l’amore di gioventù di Don Anselmo, abbandonato per vestire l’abito talare, ha un nome profetico: Speranza.
Non c’è lieto fine per alcuno.
Non c’è per la sorella di Don Anselmo, suora e donna violata dai marocchini. Come tante. Come troppe.
Non c’è per la dolce Annina. E tantomeno per l’arrogante podestà.
In questo piccolo mondo, compreso tra l’agonia del fascismo, il trapasso della guerra e il coraggio disperato delle lotte contadine in Calabria, non ci sono vincitori.
Solo vinti.

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Caino Lucifero e il Piccolo fioraio

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Un viaggio, un lungo viaggio, altro non è questo racconto, un continuo spostarsi alla ricerca della pace, o della cura se si preferisce. Come molto spesso accade nella vita, quando oramai, statici, nelle nostre certezze convinti di operare nel giusto e per il giusto basta un piccolo evento apparentemente banale, un gesto o molto più semplicemente un saluto, come nel caso del nostro protagonista, a far crollare tutte quelle certezze o pseudo-tali in cui un individuo ha deciso di arroccarsi sfuggendo alla curiosità di capire, alla possibilità di migliorare, alla necessità di cambiare. In questo racconto, per alcuni tratti autobiografico, è proprio questo che accade, un incontro, un saluto che stravolge la vita e quando tutto ciò avviene, bisogna ripartire da zero abbandonare le certezze, le conoscenze e avere la forza e il coraggio di affrontare tutto con spirito nuovo, con occhi da bambino, sapendo che ogni nuovo incontro, sia esso con un essere umano o con un evento della natura, può far progredire e quindi avvicinarci di un passo alla meta sperata, o indurre ad una regressione facendoci indietreggiare. Tutto sta a saper cogliere, attraverso l’esperienza, l’essenza delle cose e per fare questo bisogna avere uno spirito puro, senza sovrastrutture, coscienti del fatto che nel viaggio si è sempre accompagnati dalla nostra forza, ma anche dalla nostra debolezza, da tutto il bene che è vivo in noi, ma anche di tutto il male che alberga nelle sfere più recondite del nostro animo, la vera sfida è proprio questa, saper dialogare con entrambi rimanendo sempre se stessi, nella speranza di raggiungere la meta “se mai ne esita una”, ma l’essenza di questo racconto, secondo me, non sta tanto nel raggiungimento del traguardo, quanto nell’ importanza dell’intraprendere il cammino, nella curiosità che spinge il protagonista ad affrontare nuove avventure e disavventure, nella voglia di conoscere il mondo e se stesso, nella sfida eterna dell’uomo che tenta di superarsi giorno dopo giorno. Chi intraprende un viaggio, seppur ricco di insidie e senza la certezza di una meta precisa da raggiungere , ha però, pur sempre la possibilità e la speranza di poter arrivare, chi rimane fermo non arriverà mai. (Carmelo Pellegrino)

 

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Caro Gennaro

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Lo scopo che anima il libro è ben preciso: se i vecchi non sono più capaci, almeno i giovani imparino ad amare l’Italia tutta intera. Sotto forma di lettera a Gennaro Esposito – le cui origini, come indica lo stesso cognome, non menano il vanto della nobile schiatta – l’Autore ripercorre la storia d’Italia per ammaestrare il giovane napoletano nell’arte di vivere e sopravvivere in un Nord che ancora dà lavoro ma conosce anche inquietanti fenomeni di xenofobia e di pregiudizi nei confronti delle popolazioni meridionali.

 

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Caro Luigi

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Lettere come piccoli saggi letterari che l’intellettuale siciliano Melo Freni scrive all’antropologo Luigi M. Lombardi Satriani raccontando la Sicilia nelle sue pieghe più profonde e nella sua straordinaria e imprendibile molteplicità. Un carteggio che, dunque, prende lentamente la forma e lo stile di una narrazione avvincente, che s’intesse di parabole esistenziali di artisti, poeti, scrittori siciliani, che attraversa fatti e vicende isolane sconosciute e inimmaginabili disegnando un amalgama di colori, suoni, profumi che solo un’isola può concedere. Nel percorso epistolare svetta la letteratura di una Sicilia che al lettore appare come un grande faro nell’immensità del mare e, nella semplicità e nella naturalezza del linguaggio, non può non emergere la cultura profonda, atavica, corposa e delicata del suo autore.

 

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Castrovillari invece di Cosenza

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Fortunato Pisani ci regala un suggestivo manuale sull’apicoltura, realizzato sul campo, quindi un’esperienza di vita vissuta. Il trattato riserva comunque anche tante sorprese, squarci di vita, piacevoli e non piacevoli. Traspare intanto un amore incondizionato per le api e la natura in generale che costa, però, tanta fatica e non solo. Con questa nuova esperienza editoriale caparbiamente il Pisani, pagina su pagina cerca in ogni modo di coinvolgere il lettore, che partecipa nel condannare don Peppino Bellizzi per la parola data e non mantenuta, come d’altra parte fa tenerezza la famiglia contadina cosentina che, nonostante il mancato acquisto del terreno, riempie di regali l’autore, ma soprattutto si commuove quando questa famiglia “assorbe parte del dolore” procurato dal prete Monsignor Bellizzi. Ma quello che commuove ancor di più è aver tolto dall’ignoranza e dall’incuria quei due ragazzi di undici anni, lasciati in balia di se stessi a gironzolare nelle campagne e poi mandati a scuola serale fino al conseguimento della quinta elementare, istruiti a dovere nel lavoro dell’azienda e trattati come figli. La voglia di lavorare e di emergere in questa nuova realtà – la famiglia Pisani proviene da Soriano Calabro – fa dimenticare le peripezie logistiche e allora la famiglia passa da Corigliano, Rossano e Trebisacce per i fiori d’arancio; Acri, Carolei e Domanico per la fioritura del castagno; Sibari, Policoro e Ginosa per l’eucalipto; valle del Tiggiano fino a Polla per l’erba medica; San Marco Argentano e Torano per la sulla e il castagno. Queste località sono state scelte con cura dopo sopralluoghi per sistemare le arnie. Al resto ci pensano le lavoratrici… le amate api! Conosce così, oltre ai siti e nuovi posti, tante persone e fa nuove amicizie. Fortunato si fa voler bene! Il trasporto delle arnie e delle attrezzature necessarie avviene con la vecchia “Balilla” che Pisani conosce molto bene, infatti, ripara le gomme, smonta e monta i vari prezzi dell’auto; all’occorrenza si inventa meccanico, perché negli anni ’50 le officine erano davvero poche. Arriva il momento della raccolta del miele (effettuata a mani nude e senza maschera) e della cera; acquista macchine nuove e copre magazzini di stoccaggio in varie parti d’Italia. La vendita a rate fu la chiave dello sviluppo economico che ha dato la possibilità di acquistare attrezzi, macchinari e automezzi e, quindi, ad ognuno sviluppare e migliorare il proprio lavoro. A Torino all’EXPO d’Italia sessantuno si festeggia il boom economico e il furgone fiat 1100 D di Pisani, decorato dal maestro Del Bo rappresentante un’ape posata sui fiori di arancio, con la scritta “Apicoltura F.lli Pisani – Castrovillari”, fa bella mostra. Intanto il sogno di avere una struttura adeguata per l’attività si avvera; acquista e ristruttura il “Pastificio” e con esso, dopo un po’, arriva anche la scissione della società col poco amato fratello. Fu anche l’inizio della fine della secolare attività della Ditta Pisani. Stremato, amareggiato ridusse di molto il lavoro, seguì invece i congressi di apicoltura in Italia e all’estero, girò il mondo, nonostante gli capitasse nei suoi giri di “due cieli”, ritornò nella sua Castrovillari con i suoi 86 anni, che non dimostra, (lui dice grazie al miele delle api) per raccontarci le sue esperienze di apicoltore, ma non solo. La storia, si sa, è sempre fatta dai GRANDI, con le loro intuizioni, anticipazioni, le grandi idee; sappiamo bene però che a muovere le gambe sono sempre le masse composte, a loro volta, da tanti singoli individui, uomini e donne. Questo libro ci racconta la storia di chi ha seguito e vissuto la filosofia del lavoro accanto alla natura, insieme, in simbiosi con le api! Questa è quella vissuta con la mente e il cuore da Fortunato Pisani. GIUSEPPE BELLIZZI

 

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Cesare Pavese

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Cesare Pavese resta un poeta e uno scrittore nell’inquieto tragico esistere. Oltre l’ideologia e oltre il valore stesso della storia. Perché i simboli, il mito, le nostalgie, le donne e il viaggiare, focalizzandosi nell’attesa e nella metafora, costituiscono i veri riferimenti di un personaggio non ambiguo, attenzione, ma che si è contrapposto all’ambiguità dell’esistenza. Con coraggio, con la dissolvenza della realtà nel mito, con le indefinibili nostalgie. Lo studio qui proposto è un tassello di un mosaico che è fatto di ricerche, riflessioni, accostamenti, rapporti tra il pensare e lo scrivere. Ma il mito resta la centralità nel tempo che non consuma la vita pur attraversando i giorni.

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Che il dio sole sia con te

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Che il dio del Sole sia con te. Per sempre ti possa accompagnare tra i sentieri della vita e tra i tagli della luna. Nel cerchio delle frasi che si legano ai colori tu trovi i respiri. I colori e le parole non sono sabbia ma vento. Ricordalo. Non perdere la luce dello sguardo. Anche quando gli anni turberanno i tuoi capelli e la tua pelle avrà incisi di nebbia tu resterai immensità di orizzonti e avrai con te non il passato ma la bellezza del ricordo e le foglie che hai sparso lungo le attese che sono diventate praterie. L’importante è che tu possa vivere nella consapevolezza. Non pensare di perderti perché perdendoti non ti perderai da sola, perché perdendoti anche noi ti perderemo. Il popolo delle frontiere ti sia di incoraggiamento. Guarirai dalle inquietudini soltanto se riuscirai ad ascoltare la voce del tuo silenzio. Che il dio del Sole sia sempre con te.

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Cherubino e Celestino

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Un viaggio lungo più di un secolo tra le organizzazioni criminali che hanno infestato l’area settentrionale della Calabria. Un viaggio tra boss e picciotti prima della “picciotteria” e poi della ’ndrangheta  compiuto esaminando sentenze, documenti di archivio, pubblicazioni e giornali d’epoca e ricercando, come una volta facevano i grandi giornalisti, le foto più significative di personaggi che hanno dominato città e paesi forti, a volte, di un impressionante consenso sociale.
Il libro di Arcangelo Badolati è l’opera più completa ed esaustiva scritta sulle organizzazioni criminali della provincia di Cosenza. Traccia la mappa delle cosche calabresi e la catena di comando che ne determina strategie e interessi individuando l’esistenza di due “crimini”, uno a Cirò e l’altro a San Luca, così come emerge dalle più recenti indagini condotte dalle procure antimafia di Reggio e Catanzaro.

 

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