Vita difficile nel paese dei tuttologi

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L’autore mette a fuoco speranze e illusioni, delusioni e contraddizioni, denunciando i mali che affliggono la società, che si trasforma in giungla, il cui scenario è calcato da furbi, ambiziosi, arroganti, mestieranti e dai soliti tuttologi, insieme ad una moltitudine di comparse indifese e senza alcun potere. L’Epistolario si fa leggere perché suscita coinvolgimento e curiosità con la narrazione di tanti episodi reali e irreali, in un gioco di specchi e rimandi.. Ennio dimostra di essere in crisi e alle prese con il suo pessimismo perchè non condivide l’incedere del mondo, ma deve fare i conti implacabilmente anche col suo “Io” che non gli risparmia critiche e rimproveri continui. (dalla presentazione del prof. Mario Caligiuri docente di Comunicazione pubblica all’Unical) Nelle pagine di questo Epistolario l’Autore rivela tutta la sua immensa umanità, la sua attenzione per i problemi sociali, l’acutezza dell’osservazione, la profondità della riflessione, la sofferenza nella ricerca di soluzioni. Ogni spaccato di vita è filtrato nel crogiolo del suoi sentimenti, sì che ogni scena, ogni evento, ogni gioia, ogni dolore diventano nostri, nel senso che non ne siamo solo i destinatari come lettori, ma testimoni o attori. E’ un libro, questo, che va letto in solitudine, con grande attenzione e trasporto. E’ un libro, questo, su cui occorre serenamente e profondamente riflettere.. (dall’introduzione del Dott. Aldo Scarpelli, Primario di Chirurgia Generale) L’epistola è considerata alla stregua della poesia, che sgorga, arte spontanea e creativa, dal più profondo dell’anima, dall’archivio immenso della memoria e dalla grandezza incommensurabile dello spirito, che si eleva sempre più in alto, fino ad un rapporto coinvolgente le due sfere dell’immanenza e della trascendenza. Nella consapevolezza che non ci sarà mai un personal computer che possa eguagliare od imitare le qualità spirituali dell’uomo. (dalla prefazione dell’Autore)

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Vita e opere dello scrittore raccujese Rinaldo Bonnano

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Tra la fine del secolo XV e l’inizio del successivo Messina è una città portuale aperta sia agli scambi commerciali come anche a quelli artistico-culturali e, nel contesto isolano, occupa un ruolo di guida insieme a Palermo. La floridezza economica e culturale della città indubbiamente favorisce anche l’accoglimento di quelle novità che altrove si erano consolidate nel campo artistico.
In tale periodo infatti, accanto al linguaggio tardogotico, si afferma il classicismo, importato dai marmorari che provenivano dall’Italia centro-settentrionale e si ha come conseguenza che il Nord-Est della Sicilia vive la sua “rinascenza” artistica attraverso l’opera di alcuni architetti, scultori e pittori che con la loro operosità abbellirono chiese, cappelle, altari, portali, monumenti funebri, e tant’altro della sfera estetica. È sufficiente ricordare la presenza a Messina e a Catania di numerosi artisti di origine lombarda o toscana, come Giorgio da Milano, Andrea Mancino, Domenico Pellegrino, Gabriele Battista, ma anche Antonello Gagini e, un po’ più tardi, Giovan Battista Mazzolo, i quali portano con loro l’esperienza tardogotica e quella recente legata alla vena artistica rinascimentale.
Assistiamo così ai lavori del duomo di Messina, alla fornitura di innumerevoli statue, all’erezione di portali in pietra locale o in marmo e a edifici di influsso gotico con finestre bifore o trifore archiacute, come, ad esempio, i palazzi Corvaja e Ciampoli di Taormina o il palazzo Clarentano di Randazzo, nei quali, non escludendone altri costruiti fino agli anni trenta-quaranta del Cinquecento, è possibile individuare la coesistenza di linguaggi artistici differenti, che tuttavia agiscono in modo parallelo sotto forma di sperimentazione, di intrecci tra la cultura artistica tradizionale e quella classica…. (continua)

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Vita ed opere di Mast’Achille maestro d’arte paolano

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Nel tardo pomeriggio del primo Maggio del 2006, si è tenuta a
Paola, una semplice ma sentita cerimonia: l’intitolazione del Largo
posto all’inizio della salita di via San Francesco al maestro artigiano
Giovanni Achille Gravina.
All’evento, promosso dalla Giunta municipale e coordinato da
Attilio Romano, hanno preso parte, oltre al Sindaco avv. Roberto
Perrotta ed a varie autorità locali e regionali, parenti ed amici dell’artista
scalpellino.
Proprio durante tale cerimonia, visto l’interesse di molti dei convenuti
per le opere presentate attraverso un cospicuo materiale fotografico,
prese concretamente corpo l’idea della realizzazione, da parte
dei familiari, di un opuscolo che quantomeno illustrasse le molte, e
purtroppo talvolta ignorate, opere di mast’Achille.
In seguito, nella fase di riorganizzazione del materiale stesso, ci si
è accorti della necessità, quasi doverosa, di non limitarsi ad una mera
elencazione di una sequenza fotografica, ma al contrario di dover effettuare
quelle integrazioni, costituite per esempio da aspetti biografici
ed approfondimenti sulla professione, che fossero in grado di rievocare,
in quanti lo avessero conosciuto, il ricordo di mast’Achille e di
creare, in quanti non avessero avuto tale fortuna, i principali tratti
non solo dello scalpellino ma anche dell’uomo che è stato.
Del resto è già noto come approfondimenti sugli aspetti professionali
e biografici riguardo ad un artista consegnino chiavi interpretative
direttamente proporzionali all’ampiezza di tali tematiche.
Proprio in base a questo principio la bozza dell’iniziale opuscolo si
è trasformata in codesto volumetto in cui compaiono, infatti, a far da
cornice alle immagini delle opere, vari approfondimenti.

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Vite tra tenute

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La vita preesiste alla pagina, in questo libro, significativamente, ambiguamente, allusivamente titolato “Vite tra tenute”. I “tra tenuti”, ma è meglio dire i trattenuti, si raccontano, e raccontano il carcere. Si passa, dunque, dalla letteratura sul carcere alla letteratura del carcere. C’è un guadagno di storia, di verità, di etica, di virile umanesimo, come può solo avvenire quando la testimonianza è diretta. ed è testimonianza collettiva su una comune condizione di vita carceraria. Descritta. ragionata e sollevata dalla sua incombente minaccia alla discruzione di ogni umanità attraverso una sovrana ironia, che desta l’urto tra le belle parole e la realtà infingarda. C’è il romanzo, c’è il saggio in questo libro multanime, scandito, capitolo dopo capitolo, dalla citazione di Uomini Illustri che illustrano il fallimento della cultura: nulla di ciò che essa ha predicato, è stato praticato. E c’è il ravvivamento della battaglia meridionalista contro l’orda icinica che assume il Mezzogiorno come pretesto ed alibi per tutte le ginnastiche destro-sinistra intese alla demolizione dello Stato di diritto. Un alito di pensiero puro emana da questo libro dal carcere, scritto in carcere, dai carcerati. E non è fuor d’opera dirlo. Poichè il carcere non è il luogo più sporco del mondo. Semmai, è il luogo in cui la società, fatta stato, scarica la sua immondizia.

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Vittime dell’oblio

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Una collettività che rimuove i fatti che hanno segnato tragicamente la sua storia senza farne memoria e senza provare a spiegarsene le ragioni, rinuncia ad una buona occasione per progredire. Questo lavoro vuole contribuire a superare la scelta ingiustificata del silenzio e spingere verso una riflessione più attenta su ciò che è accaduto e che continua ad accadere a Lamezia come in Calabria. Un contributo per un nuovo, forte impegno civico di lotta e di liberazione dalle mafie e dalle commistioni politico-affaristiche che trovano spesso alimento nelle “zone grigie” dell’illegalità e dalla colpevole ignoranza e/o indifferenza. L’accertamento della verità e il perseguimento della giustizia sono il primo e necessario risarcimento che la città e le istituzioni repubblicane debbono alle vittime della mafia e ai loro familiari. Questo è il modo più efficace per consegnare alle nuove generazioni una città che, essendo stata capace di fare i conti con il suo passato, riesca ad esprimere e costruire una rinnovata cultura di pace, convivenza e democrazia reale per il futuro. “Il libro chiama a riflettere affinché città e territorio si riconcilino comunitariamente per riprendere il cammino di avanzamento e di sviluppo, diventando così un’occasione di proposta verso la politica, la società e le istituzioni, sì che quelle vite spezzate non restino relegate nell’oblio.” Rosario Chiriano

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Vittime di mafia

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Se la ’ndrangheta pensava (attraverso l’autobomba che ne ridusse a brandelli irriconoscibili le carni) di cancellare dalla memoria della storia Gennaro Musella, si sbagliava di grosso! A trent’anni dalla sua morte, egli è ancora qui, accanto a noi, ad indicarci, con il suo esempio, la strada da seguire.
Diceva Milan Kundera: “La lotta dell’uomo contro il potere, è la lotta della memoria contro l’oblio”.
Ma il non dimenticare deve oggi servire a non rendere vana la sua morte ed a costruire sulle basi della memoria il nostro futuro e quello della Calabria, dell’Italia tutta…
L’esempio di Gennaro Musella non può che costituire un punto di riferimento valido per gli imprenditori di oggi, per i cittadini e per i giovani…
La memoria dei fatti, puntualmente ricostruiti da questo libro, deve costituire un segnale chiaro e forte di cambiamento, di rinascita, di riscossa morale e sociale…
Sconfiggiamo l’atavica rassegnazione, la neutralità, l’indifferenza che ancora albergano diffusamente in queste terre: la storia, la vita, il sacrificio di Gennaro Musella deve rimanere in eterno come un monito alle coscienze di tutti gli italiani.

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Vittime e ribelli

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Non si può capire la particolare natura della ’ndrangheta, se non si comprende il ruolo delle donne. Un importante aspetto che Umberto Ursetta riesce a cogliere con questo libro che va ad aggiungersi nella storiografia sulla ’ndrangheta a un altro testo fondamentale, quello di Renate Siebert. Ursetta, una vita a insegnare diritto, ricostruisce in modo scrupoloso fatti, circostanze, indagini e processi. Quello che ha scritto è un libro di cui si sentiva il bisogno e che merita di essere letto.

http://da Lea Garofalo a Giuseppina Pesce

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Vivere

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Ernesto Carnevale, nelle sue composizioni, provvede ad una disamina attenta della realtà umana, evidenziando egoismi ed ipocrisie, che falsano la verità e che creano ingiustificati consensi, nonché ad una profonda ed appassionata ricerca di una realtà in cui l’uomo possa vivere con gli altri uomini in pace, giustizia e libertà. E in questa disamina e ricerca domina sempre come soluzione dei grossi problemi trattati la presa di coscienza dell’umanità dell’uomo, unico valore cui l’uomo stesso deve commisurarsi per giudicare il suo operato: guardarsi dentro come uomo e riconoscere negli altri la stessa umanità. -Domenico De Rosi-) (Ricerca di senso espressa in domande suadenti, ricerca di luoghi che diventano “anime” e si inverano tra le immagini del passato, che rincorre le storie dell’Io e dell’uomo, il quale rimane a contemplare il “sussistente” divenendone cantore inesausto: sono queste le domande che materiano il verso di Ernesto Carnevale. La ricerca filosofica e l’interrogativo sull’esistenza del soggetto, sul suo per-sistere, istruiscono i componimenti di Vivere indirizzandoli di continuo sull’interrogativo impellente di dire la verità delle cose e la felice contraddizione con la quale vengono espresse. .Antonio D’Elia-)

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Voci d’Italia fuori dall’Italia

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In un momento in cui, soprattutto in Italia, si moltiplicano i segnali d’allarme
sulla perdita di memoria collettiva e sul progressivo venir meno dell’interesse
per le ricostruzioni comme il faut del passato di cui insigni
studiosi come Adriano Prosperi non esitano a deprecare la “distruzione” in
atto – al di là della crisi della cultura umanistica e della storia quale disciplina
accademica denunciata anche da David Armitage e Jo Guldi nel loro
The History Manifesto – assieme al ruolo benefico alle volte (ma non in questa)
dell’oblio, sembrano resistere ed anzi rafforzarsi, mescolandosi fra loro,
parecchie forme più moderne e sempre più interattive di comunicazione.
Tra esse, esposte e come appese ai fili di uno stesso processo di cambiamento
tecnologico a dir poco radicale e anzi rivoluzionario, continuano ad
esistere le notizie assemblate dai giornali la cui digitalizzazione rientra però
nel novero di un più vistoso fenomeno di «mobilità attraverso diverse piattaforme
» che Aldo Grasso ha opportunamente definito «il nuovo linguaggio
della memoria» parlandone in un convegno milanese del 2019 a proposito
de La storia pubblica. In questo incontro vari esperti s’interrogavano su
memoria, fonti audiovisive e archivi digitali dopo che da alcuni anni altri
studiosi, ad esempio quelli del cinema e della fotografia, erano intervenuti
pronunciandosi sugli effetti del digital turn nella storiografia del proprio
settore sino a concludere, come Gian Piero Brunetta e Carlo Alberto Zotti
Minici, che d’ora in avanti nulla sarà più come prima. A occhio e croce si
può essere d’accordo con loro estendendo la considerazione all’ambito della
storia del giornalismo e in particolare di quella sua fattispecie rappresentata
dalla stampa cosiddetta allofona degli immigrati o per gli emigranti fiorita
negli ultimi due secoli all’estero prima di discutere il cui ruolo e il cui rilievo,
ovviamente al centro di questo libro, occorre spendere qualche parola
sui contesti nei quali, oggi come oggi, essi possono, se pure non devono,
essere ripensati e affrontati.

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Voci e figure di donne

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Atti del Convegno di studio Sassari 22-23 ottobre 2008
( A cura di Laura Fortini e Mauro Sarnelli)


 

Nel Rinascimento l’avvento della stampa permise a molte scrittrici di rendere pubblico in Italia e in Europa il proprio percorso di scrittura e di praticare generi letterari come la poesia di marca petrarchista, l’epistolografia, la poesia epico-cavalleresca. Esempi significativi di questo processo che allora ebbe inizio sono Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Chiara Matraini, come, più oltre, Lucrezia Marinella, insieme alle molte altre che si cimentarono nel difficile rapporto con la tradizione letteraria e l’invenzione di scritture e forme della rappresentazione del sé che ciò richiedeva: Luisa Bergalli fu la prima a raccoglierle in antologia nel Settecento e a rendere loro omaggio. Ma le voci di donne sono anche quelle delle clarisse umbre dell’Osservanza e delle monache cappuccine che dalla Spagna di fine Seicento arrivarono a Sassari per fondarvi un convento, quella della poeta inglese Aemilia Lanyer e di Sara Copio Sullam, che visse e scrisse nella Venezia del primo Seicento. La presenza delle scrittrici nel panorama culturale europeo ha modificato anche le forme della rappresentazione del femminile così come la tradizione, anche eccelsa, ce lo ha consegnato: è il caso della Pia di Dante, il cui enigma arriva fino a Margherite Yourcenar.
La riflessione critica che ha avuto luogo in questi trenta e più anni presenta oggi i caratteri di risultati maturi che permettono di articolare la questione del canone letterario in modo altro e diverso: grazie alle opere a firma di donne, alle loro figure, alla critica, la letteratura si arricchisce di esperienze innovative che interrogano anche il presente per l’alterità che esse rappresentano e la tradizione culturale europea acquista prospettive fino ad ora impensate.

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Voci filosofiche del nostro tempo

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Questo libro, che vuole ripercorrere le vie della cultura filosofico-politica attraverso le voci di alcuni pensatori significativi del nostro tempo, nasce da convinzioni maturate già da non pochi anni. La ricerca filosofica fin dalla sua nascita è speculazione con fini teoretico-pratici, cosicché non sembra rispondere al vero il giudizio di Marx, secondo cui i filosofi si sarebbero limitati ad interpretare il mondo piuttosto che cambiarlo.

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Volando con Pindaro

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«L’intraprendenza, passione, lo stretto legame dei giovani con l’elettronica d’oggi: computer, telefonini, pone in disagio gli attori di un mondo più antico, romanticamente “vecchio”. Retrocedo a scolaro per cimentarmi con le nuove lettere dell’alfabeto moderno. Mi trovo perplesso di fronte ad una lavagna a me ignota, luminosa, munita di tasti, frecce, che registra whatsapp , voci, messaggi. Ti avvia ad un mare, ove, nocchiero, puoi navigare. Lo dicono “internet”. Offre gli approdi negli angoli più remoti del globo. Mi impegno a capire, analfabeta moderno, per imparare almeno a firmare! “Suonato”, come pugile seduto nell’angolo, mi rialzo, pronto a sprigionare ogni mia forza acquisita, concentrata su fogli sbiaditi dal tempo: appunti di storia, filosofia, fisica, storia dell’arte, le più recenti nozioni di anatomia, del Taoismo cinese: ricordi consumati negli stanzoni di un classicismo scolastico, universitario, autonomo, echi di voci auliche di docenti autorevoli, passati alla storia. Quanta polvere negli anfratti di un cervello invecchiato! Svolazzando come farfalla, mi poso su ognuno, commosso, li leggo, li esprimo su fogli più bianchi in toni, considerazioni, ironia dell’uomo nella tarda maturità, li offro alla critica, al giudizio degli altri. Nel risveglio di un sogno esprimo il mio futuro, la mia ricchezza, la mia applicazione. In fondo, danzando sul ring, restituisco i colpi nel mio linguaggio usuale.» (Dall’Introduzione)

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Volevo essere Bogart

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William Profeta, giovane stella del cinema e delle serie televisive, nonché idolo degli adolescenti, scompare in circostanze misteriose dal Caliban Hospital di Los Angeles. Unico indizio: uno strano messaggio d’addio scritto sul cuscino con un rossetto rosso cremisi…
Un terribile incidente sul set gli ha sfigurato il volto e da quel giorno è costretto a combattere contro demoni interiori che non gli concedono un attimo di tregua. Inquietanti visioni lo perseguitano. Mentre è vittima di questo calvario psicologico, si prepara ad interpretare il ruolo che fu di Humphrey Bogart nel remake del film IN A LONELY PLACE (1950), uno dei capolavori del regista Nicholas Ray. William studia la sua parte con una dedizione maniacale che lo porterà a vivere il confronto con il mitico attore del passato come una vera e propria ossessione…
Una storia nella storia, densa di suspense, romanticismo e poesia, che omaggia la stagione d’oro del Noir e un’icona indimenticabile del cinema americano come appunto “Bogie”. Nel suo romanzo d’esordio, Diego Mondella si misura con un genere classico come quello della Hollywood novel, offrendone però una rivisitazione assolutamente personale.

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Volevo fare la ballerina di danza classica

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Un libro per la Scuola…
Dove per significa: causa, scopo, passaggio, attraversamento…
Dove Scuola riprende le sue profonde radici greche nel significato di gioco, che è un sostantivo molto molto serio e le espande, frugifere, nel senso di palestra di Vita.
L’Autrice raccoglie in questo libro una quantità e qualità di esperienze vissute in varie realtà scolastiche: Sardegna, Veneto, Agro Pontino e, grazie ad una sua peculiare sensibilità, ne analizza acutamente le caratteristiche culturali, sociologiche, antropologiche, politiche… unificandole, e universalizzandole tutte, nel vero Protagonista: l’Alunno, cui si deve il massimo rispetto e per il quale si fa scuola…
Un libro che si legge ben sì con attenzione per la sostanza dell’argomento ma anche con piacere totale grazie ad un altissimo livello di stile, innato nell’Autrice, pur se affinato ‘retoricamente’, e sempre ‘in punta di penna’ dalla nobiltà della Sua Professione.
Un libro che insegna molto (e come!), un libro che, negli attuali marosi pericolosi in cui la Scuola rischia di naufragare, deve appartenere, di diritto e di dovere (del piacere s’è detto) alle biblioteche e, soprattutto, alle cattedre e poi ai banchi delle nostre scuole, dove si va per imparare, appunto, dove l’Autrice, con sacrificio (alla lettera!) e con piacere/dovere ha imparato ad imparare e ha imparato ad insegnare, sempre per i ‘suoi’ amatissimi Alunni.

 

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Werner Herzog

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«Ci servono immagini che siano conformi alla nostra civiltà e ai nostri condizionamenti più intimi. Dobbiamo scavare come archeologi ed esplorare i nostri paesaggi violati in cerca di qualcosa di nuovo». È questa frase di Werner Herzog uno dei punti di partenza del percorso del volume. Un percorso che riattraversa il cinema del regista tedesco come ricerca incessante di immagini nuove, che attingono però la loro potenza dal passato, che sono spesso nascoste, invisibili, che necessitano di un lavoro di scavo per venire alla luce. Immagini di per sé anacronistiche. È qui che il cinema herzoghiano incontra il pensiero di Aby Warburg e la sua straordinaria teoria delle immagini.

I concetti di Warburg – come quello di Orientamento, Polarità, Sopravvivenza, Intervallo – si rivelano allora potenti forme del cinema se rivisti a partire dalle immagini di Herzog. Le immagini in cammino, secondo un’idea di montaggio aperta a salti e nuove connessioni; le immagini danzanti, ipnotiche e capaci di evocare tempi diversi; le immagini che si elevano, che fanno del volo, dell’estasi (come anche della caduta e della catastrofe), il loro destino.

I vulcani de La Soufrière o di Dentro l’inferno, i fiumi di Aguirre o di Fizcarraldo, le montagne di Grido di pietra o Cuore di vetro, i corpi eccedenti e folli di tanti film herzoghiani diventano allora alcune delle forme con cui il cinema svela la sua potenza anacronistica, che lo rende ancora una volta un’arte contemporanea.

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Zibaldone Norvegico

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«Scelsi la poesia lasciando perdere tutto il resto, vivo in Norvegia dal 1957, la mia lingua quotidiana è il norvegese, la lingua italiana l’ho adoperata completamente per scrivere. Il vangelo adoperato come poetica. Mia moglie ha avuto quattro figli avendo una vagina particolarmente esplosiva, dopo lavorato in fabbrica mi rinchiudevo in una cameretta e mi preoccupavo solo della scrittura … il sottoscritto poeta è tanto delinquente che se la ride di tutto il nostro male … Corpi di reato reperibili: Poesie blasferiche e tutte sgraffigniate».

Se c’è una cosa che più di tutte è riuscita a Luigi Di Ruscio è mettere in difficoltà non solo i suoi lettori, ma anche i critici, persino gli studiosi che più di altri lo hanno sostenuto e apprezzato … Come capita in tutti gli autori classici ha continuato a scrivere sempre lo stesso libro approfondendo gli identici temi.
ANGELO FERRACUTI

Di Ruscio è stato il poeta ruzzante di un corpo titanico mai separato dalla vertigine dell’anima e dalla materiale quotidianità dell’esserci per la vita, fino alla morte. La sua ostinazione etico-politica, il suo comunismo fragorosamente poe- tico, unito alla sua olimpica trascuratezza per le strategie letterarie, hanno fatto il resto.
MAURO F. MINERVINO

rassegnastampa

Prefazione di Angelo Ferracuti
(Nota di Mauro F. Minervino)[koo_icon name="undefined" color="" size=""]


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