Antologia di monografie giuridiche su singolari criticità dell’ente locale

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Il lavoro che ho occasione di presentare è una raccolta
di riflessioni, risoluzioni e posizioni giuridiche
su alcuni particolari argomenti che interessano l’Ente
locale. L’esperienza maturata di Segretario Comunale,
il diretto e quotidiano impegno nelle concrete e
specifiche problematiche degli enti locali, mi ha spinto
a focalizzare e ad elaborare riflessioni personali,
studi a carattere giuridico-dottrinario e giurisprudenziale
su aspetti salienti di argomenti ricorrenti e di particolare
rilevanza, attualità e criticità che ho inteso raccogliere
nel presente testo.

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Corse e ricorsi

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L’opera di Claudio Giuliani è lo straordinario risultato di una minuziosa, precisa, certosina ricerca. Tappa dopo tappa, anno dopo anno. Il racconto del mondo delle corse (e dei percorsi) dagli inizi del secolo scorso, con il supporto di preziose fotografie che da sole basterebbero a evocare atmosfere magiche, sollecitando imperdibili ricordi ed emozioni, stimolando curiosità su un’epoca dissolta, ahinoi, di una Calabria che potremmo definire anche bucolica ma non meno di sostanza (anzi) di quella moderna. Ma tutto questo il libro riesce a riportarlo, come fosse ieri, ai nostri giorni. Claudio Giuliani ci dice dell’aiuto insostituibile di suo figlio Camillo (non poteva non avere il nome del famoso nonno), in una fatica letterario-storico-fotografica che è un insieme di tutte le generazioni dei Giuliani alle prese con le macchine da corsa. E questo anche se, chiosa poi l’autore con giustificabile rammarico, lo stesso Camillo non abbia mai amato i motori. Ma di storia d’amore si tratta, e questo basta, per raccontare anche di frenetiche corse in motocicletta, sulle strade di allora (più o meno tratturi), quasi corollario di quelle dell’automobile…

(dalla Prefazione di Emanuele Giacoia).

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Fortunato Seminara lettore e critico

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Non si può mai dire che la formazione intellettuale (e ancora meno umana)
di una persona sia totalmente compiuta, soprattutto per un autodidatta che,
come Fortunato Seminara, vive appartato una gran parte della sua vita, lontano
dai poli di cultura, e deve in continuazione andare verso i libri e verso
il sapere. Comunque sia, possiamo solo dire che, nel 1932, egli si sente abbastanza
forte per dare una forma al mondo romanzesco che è nato nella sua
mente e non smetterà di crescere fino alla morte dello scrittore. Forse in questo
senso la sua formazione è compiuta, l’intuizione artistica è nata e lui si è
dato (continuerà a darsi) i mezzi per concretarla. I mezzi sono la sua Calabria,
la vita di campagna e di città, il “reale1” in generale, la cultura che si è fatta e
che continuerà ad arricchire con letture ed esperienze di vita di ogni genere;
l’intuizione, il suo interiore mondo romanzesco, sono tutt’altra cosa; sono il
materiale morale e spirituale che nutriranno la sua opera, la sua coscienza e
quindi la sua libertà. Questa è la vera essenza di un’opera d’arte, ma anche di
una semplice vita umana: si nutre di tutte le esperienze, ma, a sua volta, deve
manifestarsi in una dimensione superiore, quella della creazione. Con questo
“materiale” Seminara scrive romanzi e racconti fino alla sua morte, ma, sin
dalla metà degli anni Trenta, coi primi soggiorni a Roma nella speranza di
incominciare una carriera giornalistica, come tanti altri scrittori (vedi Ercole
Patti o Corrado Alvaro), egli incomincia, forse senza accorgersene veramente,
a scrivere articoli di critica letteraria. Quest’attività, minore rispetto alla sua
opera narrativa, e accettata soprattutto per necessità economiche, è più occasionale
che regolare (contrariamente ai racconti dati a quotidiani e riviste),
ma prosegue praticamente fino alla sua morte. A partire dagli anni Sessanta,
Seminara è spesso invitato a partecipare a convegni letterari o presentazioni
di scrittori in cui gli viene data l’occasione di esercitare una forma orale (ma
non meno interessante) di critica letteraria.

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I Toscano Patrizi Rossanesi

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Il catalogo delle opere di Franco Carlino, apprezzato studioso e socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, si arricchisce di un’altra pubblicazione di taglio storico-genealogico che è sintesi di un’ampia ricerca sulla famiglia Toscano, tra le più cospicue della nostra Regione e, segnatamente, di Rossano, dove si è distinta in tempi diversi per cultura, per virtù militare, per incarichi feudali e per impegno giuridico-forense. […]
Compiuta l’analisi della complessa tematica delle origini, con l’ausilio di un vasto apparato documentale, d’archivio e storiografico, l’Autore offre un completo affresco ricostruttivo dei diversi rami nei quali si è estesa e sviluppata la famiglia Toscano; ciascun ramo è rappresentato, nelle relazioni parentali, con l’ausilio di tavole genealogiche particolarmente curate, che hanno perciò richiesto intense energie di scavo, raffronto, corroborazione. […]
La seconda parte del volume propone, sulla scorta di un cospicuo materiale storiografico, sei affreschi biografici di illustri personaggi di casa Toscano. […]
Al termine di tanto e complesso lavoro, si può affermare senza dubbio che siamo dinanzi ad un volume storico di rilevante pregio, perché completo nell’informazione, ben ordinato sul piano della composizione unitaria, condotto con metodo storico, denso anche di riferimenti araldici che, in genere, non sempre trovano debito rilievo nelle memorie municipali. […]

Dalla Prefazione di Mario Falanga

 

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Nel mare di Calipso

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La figura e l’opera di Giovanni Pascoli a Cento anni dalla morte, era nato nel 1855 e morto nel 1912, vengono inquadrate, all’interno del contesto del Novecento, alla luce di una chiave di lettura che pone in essere la metafora dell’Ulissismo come percorso centralizzante. Il saggio di Marilena Cavallo e Pierfranco Bruni dal titolo: “Nel mare di Calipso. La dissolvenza omerica e l’alchimia mediterranea in Giovanni Pascoli” propone, con una coraggiosa originalità l’intreccio di tematiche letterarie attraverso parametri esistenziali e mitico – simboliche. Uno scavo nell’estetica dei contenuti e nell’intreccio delle tematiche che Pascoli ha sottolineato e a volte sottaciuto. Tra le pagine di  questo libro di Cavallo e Bruni vengono alla luce stimoli e lampi di grande poesia suscitando un interesse che nasce da una critica completamente originale e autonoma rispetto ai parametri storiografici di questi anni.
Il Pascoli moderno è certamente nella struttura linguistica della sua poesia e del plurilinguismo che si legge tra i suoi versi ma soprattutto nelle metafore che hanno come riferimento il mare e il viaggio. Proprio per questo il mito di Ulisse viene ad essere ridiscusso grazie ad un processo non solo culturale ma simbolico letterario.
Infatti sono i  “Poemi Conviviali” a proporre non solo il Pascoli della tradizione ma anche il Pascoli moderno. Ulisse che viene trasportato morto tra le braccia di Calipso è l’immagine che rende straordinario uno spaccato poetico che rompe la tradizione omerica: ecco dunque la dissolvenza per creare una frattura tra il tempo e la sua continuità e l’immortalità di Calipso. Proprio su queste immagini il saggio propone delle pagine di stupenda bellezza.
Non è Ulisse – cerchio che primeggia. Ovvero, viene ad essere superato il concetto di Nostos, dunque si va oltre il ritorno ad Itaca perché insiste l’esistenza dell’uomo mito – Ulisse e della sua magia indefinibile di Calipso.
Ciò, comunque, richiama la geografia del sentire che è quella del Mediterraneo o meglio di un Mediterraneo in cui hanno il sopravvento l’alchimia dello sguardo di Calipso e la consistente metafora non di un infinito viaggio ma dell’ultimo viaggio.  Questa è una lettura nella originalità dello scavo poetico pascoliano ma l’originalità consistente, che assume una forma sublimale, è il richiamare alle voci della poesia la cultura islamica con le voci di un poeta Sufi qual è Omar Khayyam.
Un elemento affiorato in qualche altra circostanza critica ma qui i due studiosi insistono per testimoniare un modello mediterraneo che vede Pascoli protagonista di una lettura letteraria tra Oriente ed Occidente.
Poeta nella religiosità dei dervisci danzanti e Pascoli lo chiama nel gioco dei suoi versi intrecciandolo proprio in  una essenza poetica che ha delle caratterizzazioni onirico e archetipico.
Questo lavoro di Marilena Cavallo e Pierfranco Bruni su Giovanni Pascoli ha una sua logica nel progetto complessivo perché oltre a seguire le linee marcanti c’è il Pascoli della tradizione fine Ottocento e inizio primo Novecento che va da “Myricae” a tutti i “Poemetti” fino alla sua presa di posizione sulla guerra nel Nord-Africa con il suo discorso ‘”La Grande Rroletaria si è mossa”  e incide un solco significativo nel superamento del rischio dell’oblio.
Si riporta sulla pagina del dibattito letterario la funzione di una metafora che nell’immaginario simbolico diventa metafisica dell’anima e che si ritrova nella classicità greco – latina certamente ma anche in quella biblica con i versi dedicati alla “Buona Novella”, in cui l’Occidente e l’Oriente si incontrano.
Il Pascoli che attraversa i “Canti di Castelnuovo” è dentro questo itinerario ma nel mare di Calipso resta l’allegria – ironia  tragica più pregnante di una ferita che vive dentro la classicità e ci porta proprio alla dissolvenza omerica, perché, in fondo, è come se lo stesso poeta si fosse innamorato di Calipso e si identifica completamente nel personaggio di Ulisse.
Si potrebbe pensare che Pascoli vada oltre tra la metafora stessa perché tra la vita e la lingua della poesia il poeta cerca di imbrogliare le carte e imbrogliando le carte accoglie quell’abbraccio che diventa l’ultima attrazione fatale.
Uno studio interessante che cesella la necessità di riproporre un poeta mai al di fuori di quella grazia che è data dal mistero. In fondo c’è il Pascoli bucolico e dei personaggi drammatici e inimitabili, ma c’è anche il Pascoli che vive in prima persona la dissolvenza omerica perché è convinto che la poesia stessa non solo si rinnova attraverso la lingua ma lentamente  e perennemente si innova nei processi estetici che restano come pietre riflettenti di una eredità di culture.
Le ombre dei riflessi raccontano il taglio dei dolori che il poeta si porta dentro. Non c’è volutamente una storia o la biografia di Pascoli e tantomeno le tragedie e le malinconie per l’uccisione del padre che si danno già per acquisite nella sua biografia e nel suo tessuto poetico.
C’è ben altro altro. L’Ulisse abbracciato a Calipso nel mare dei mediterranei è un tagliare il conformismo critico grazie ad una proposta non provocatoria ma perfettamente incanalata in interpretazione, in cui i punti di riferimento sono dati da un Pascoli moderno, che riesce a danzare nella contemporaneità con quei temi che hanno come destinazione l’orizzonte del viaggio, che non ha continuità, perché il tempo di Ulisse si ferma nell’isola di Calipso con un senso del tragico, che, pur non insistendo nell’ironia, fortifica il coraggio di uno sguardo sempre puntato sullo specchio del tempo.
E’ anche da questo punto di vista il linguaggio poetico, analizzato da Cavallo e Bruni, ha le sue fasi diversificanti tra i vari testi e le eterogenee proposte in una valenza che è indelebile sul piano delle metafore vissute ed esercitate sulla pagina e mai accennate semplicemente. L’indissolubilità omerica di Pascoli vive nel mare di Calipso tra il vento che fa volare gli aquiloni e i personaggi che non raccontano ma segnano destini.

 

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Nel mare di Calipso

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La figura e l’opera di Giovanni Pascoli a Cento anni dalla morte, era nato nel 1855 e morto nel 1912, vengono inquadrate, all’interno del contesto del Novecento, alla luce di una chiave di lettura che pone in essere la metafora dell’Ulissismo come percorso centralizzante. Il saggio di Marilena Cavallo e Pierfranco Bruni dal titolo: “Nel mare di Calipso. La dissolvenza omerica e l’alchimia mediterranea in Giovanni Pascoli” propone, con una coraggiosa originalità l’intreccio di tematiche letterarie attraverso parametri esistenziali e mitico – simboliche. Uno scavo nell’estetica dei contenuti e nell’intreccio delle tematiche che Pascoli ha sottolineato e a volte sottaciuto. Tra le pagine di  questo libro di Cavallo e Bruni vengono alla luce stimoli e lampi di grande poesia suscitando un interesse che nasce da una critica completamente originale e autonoma rispetto ai parametri storiografici di questi anni.
Il Pascoli moderno è certamente nella struttura linguistica della sua poesia e del plurilinguismo che si legge tra i suoi versi ma soprattutto nelle metafore che hanno come riferimento il mare e il viaggio. Proprio per questo il mito di Ulisse viene ad essere ridiscusso grazie ad un processo non solo culturale ma simbolico letterario.
Infatti sono i  “Poemi Conviviali” a proporre non solo il Pascoli della tradizione ma anche il Pascoli moderno. Ulisse che viene trasportato morto tra le braccia di Calipso è l’immagine che rende straordinario uno spaccato poetico che rompe la tradizione omerica: ecco dunque la dissolvenza per creare una frattura tra il tempo e la sua continuità e l’immortalità di Calipso. Proprio su queste immagini il saggio propone delle pagine di stupenda bellezza.
Non è Ulisse – cerchio che primeggia. Ovvero, viene ad essere superato il concetto di Nostos, dunque si va oltre il ritorno ad Itaca perché insiste l’esistenza dell’uomo mito – Ulisse e della sua magia indefinibile di Calipso.
Ciò, comunque, richiama la geografia del sentire che è quella del Mediterraneo o meglio di un Mediterraneo in cui hanno il sopravvento l’alchimia dello sguardo di Calipso e la consistente metafora non di un infinito viaggio ma dell’ultimo viaggio.  Questa è una lettura nella originalità dello scavo poetico pascoliano ma l’originalità consistente, che assume una forma sublimale, è il richiamare alle voci della poesia la cultura islamica con le voci di un poeta Sufi qual è Omar Khayyam.
Un elemento affiorato in qualche altra circostanza critica ma qui i due studiosi insistono per testimoniare un modello mediterraneo che vede Pascoli protagonista di una lettura letteraria tra Oriente ed Occidente.
Poeta nella religiosità dei dervisci danzanti e Pascoli lo chiama nel gioco dei suoi versi intrecciandolo proprio in  una essenza poetica che ha delle caratterizzazioni onirico e archetipico.
Questo lavoro di Marilena Cavallo e Pierfranco Bruni su Giovanni Pascoli ha una sua logica nel progetto complessivo perché oltre a seguire le linee marcanti c’è il Pascoli della tradizione fine Ottocento e inizio primo Novecento che va da “Myricae” a tutti i “Poemetti” fino alla sua presa di posizione sulla guerra nel Nord-Africa con il suo discorso ‘”La Grande Rroletaria si è mossa”  e incide un solco significativo nel superamento del rischio dell’oblio.
Si riporta sulla pagina del dibattito letterario la funzione di una metafora che nell’immaginario simbolico diventa metafisica dell’anima e che si ritrova nella classicità greco – latina certamente ma anche in quella biblica con i versi dedicati alla “Buona Novella”, in cui l’Occidente e l’Oriente si incontrano.
Il Pascoli che attraversa i “Canti di Castelnuovo” è dentro questo itinerario ma nel mare di Calipso resta l’allegria – ironia  tragica più pregnante di una ferita che vive dentro la classicità e ci porta proprio alla dissolvenza omerica, perché, in fondo, è come se lo stesso poeta si fosse innamorato di Calipso e si identifica completamente nel personaggio di Ulisse.
Si potrebbe pensare che Pascoli vada oltre tra la metafora stessa perché tra la vita e la lingua della poesia il poeta cerca di imbrogliare le carte e imbrogliando le carte accoglie quell’abbraccio che diventa l’ultima attrazione fatale.
Uno studio interessante che cesella la necessità di riproporre un poeta mai al di fuori di quella grazia che è data dal mistero. In fondo c’è il Pascoli bucolico e dei personaggi drammatici e inimitabili, ma c’è anche il Pascoli che vive in prima persona la dissolvenza omerica perché è convinto che la poesia stessa non solo si rinnova attraverso la lingua ma lentamente  e perennemente si innova nei processi estetici che restano come pietre riflettenti di una eredità di culture.
Le ombre dei riflessi raccontano il taglio dei dolori che il poeta si porta dentro. Non c’è volutamente una storia o la biografia di Pascoli e tantomeno le tragedie e le malinconie per l’uccisione del padre che si danno già per acquisite nella sua biografia e nel suo tessuto poetico.
C’è ben altro altro. L’Ulisse abbracciato a Calipso nel mare dei mediterranei è un tagliare il conformismo critico grazie ad una proposta non provocatoria ma perfettamente incanalata in interpretazione, in cui i punti di riferimento sono dati da un Pascoli moderno, che riesce a danzare nella contemporaneità con quei temi che hanno come destinazione l’orizzonte del viaggio, che non ha continuità, perché il tempo di Ulisse si ferma nell’isola di Calipso con un senso del tragico, che, pur non insistendo nell’ironia, fortifica il coraggio di uno sguardo sempre puntato sullo specchio del tempo.
E’ anche da questo punto di vista il linguaggio poetico, analizzato da Cavallo e Bruni, ha le sue fasi diversificanti tra i vari testi e le eterogenee proposte in una valenza che è indelebile sul piano delle metafore vissute ed esercitate sulla pagina e mai accennate semplicemente. L’indissolubilità omerica di Pascoli vive nel mare di Calipso tra il vento che fa volare gli aquiloni e i personaggi che non raccontano ma segnano destini.

 

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Numero 821. La memoria come dovere

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La storia dell’internato militare italiano numero 821”, è un’opera biografica volta a ricostruire una fase triste di un ragazzo che vive il periodo definito dalla storiografia come “totalitario”. Angelo Bonofiglio, costretto a vivere come tanti ragazzi di quella generazione i tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale.

 

 

 

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Storia di un territorio

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…] Franco Emilio Carlino, riesce con maestria e precisione a documentare, attraverso uno stile avvincente, realtà nelle quali il lettore-osservatore diventa anche parte integrante del contesto e contemporaneamente principale protagonista dei luoghi minuziosamente descritti.
Il libro si presenta come un viaggio nel tempo, tra borghi poco conosciuti, ma ricchi di antica storia, con un intreccio di notizie, casati, famiglie nobiliari e potenti, vicissitudini, luoghi di appartenenza, arte, attività che hanno reso nobile un territorio che ancora oggi sconta l’avvicendarsi delle varie metamorfosi territoriali.
L’autore tesse una trama minuta che brilla per risorse artistiche, architettoniche, paesaggistiche e culturali. Il lavoro di ricerca esamina possedimenti feudali, dinastie, brigantaggio, emigrazioni, sco- perte archeologiche, blasoni, icone archetipe, calamità naturali, e ne traccia un quadro ben definito esaltando l’evoluzione dei singoli territori raccontati. […]
È un nuovo modello di lettura di una particolare area interna, con una ricchezza culturale e paesaggistica che ha solo il rischio di essere confusa, ma presenta il concreto vantaggio di scaldare l’interesse per un viaggio d’avventura teso a risollevare anche un’economia attualmente frenata da una perenne mancanza di condivisione culturale. […]

Dalla Prefazione di Giovanni Renda

 

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Vita di Fortunato Seminara

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…un altro punto ci sembra fondamentale per evocare correttamente Seminara, quello che consiste nel finirla una volta per tutte con la “calabresità”. La ricostituzione d’una vita è soprattutto una messa in evidenza della libertà del soggetto di fronte al reale; fra gli elementi di questo reale la Calabria è un dato che Seminara, durante la sua esistenza, dovrà affrontare e usare, ma non costituisce una fatalità. Per ogni uomo, la vera tragedia è il carattere, e questa tragedia è universale ma, contemporaneamente, mette in scena la nostra libertà. Questa lotta di uno contro se stesso, e poi contro gli altri, è propria di ognuno di noi, sempre e ovunque, e può essere capita da tutti. Il luogo della nostra nascita è un incidente, e restiamo liberi di farne ciò che vogliamo, l’elemento determinante (ma anche misterioso) è l’io.

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